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Esteri

 

Di Carlo D'Ippoliti per la fondazione Italianieuropei

Un paese può vendere beni o servizi in un altro paese se in cambio ottiene altri beni per lo stesso valore (quindi la bilancia commerciale è pari zero, perché le importazioni sono uguali alle esportazioni) o se contemporaneamente fa “credito” all’altro paese, cioè accumula titoli, prestiti o altre attività finanziarie di quel paese. Questo perché, altrimenti, si avrebbe un flusso di beni o servizi in cambio di niente: un regalo. Per questa ragione, il saldo delle partite correnti è sempre uguale al saldo dei movimenti di capitale, ed ecco perché nei rapporti tra due paesi è sempre difficile distinguere gli aspetti finanziari da quelli legati all’economia reale. Tutto quel che sappiamo è che se un paese presenta un surplus delle partite correnti verso un altro paese, allora contemporaneamente accumula anche crediti verso quel paese, e viceversa se presenta un deficit allora accumula debiti (pubblici o privati). La crisi che affligge l’area dell’euro nasce da un eccesso di debiti: pubblici in alcuni paesi, privati in altri.

Questi debiti sono improvvisamente divenuti impossibili da rinnovare quando, dopo la crisi del 2007-2008, i mercati finanziari sono diventati molto più turbolenti e avversi al rischio. Si è però deciso che, a parte una piccola eccezione per la Grecia, gli Stati non potessero disconoscere nemmeno parte del loro debito, anche perché questo avrebbe generato crisi bancarie in molti paesi, e, come mostra il caso Lehman Brothers, non si può lasciar fallire le banche. Poiché formalmente la BCE non può acquistare questi titoli, non rimane che attuare politiche fiscali sempre più restrittive, illudendosi che i debiti divengano per magia “sostenibili”. Occorrerebbe sedersi a un tavolo e contrattare quante perdite debbano subire i creditori (ed eventualmente quali), quante siano da addossare alle finanze pubbliche (e di quali paesi), e quanto i debitori siano invece effettivamente tenuti a rimborsare, seppur con sacrifici. Nel caso dell’Europa, però, creditori e debitori sono spesso in paesi diversi, e questo rende la situazione molto più complessa.

Assieme all’esistenza di una struttura istituzionale ancora fondata sui governi nazionali, questo ha generato la percezione che vi sia uno scontro politico-economico tra paesi europei, anziché tra classi diverse di soggetti transnazionali. Una seconda complicazione è costituita dalla retorica moralista, cavalcata dai movimenti populisti e a volte da quelli conservatori-popolari, che si è sovrapposta alla visione neoliberista della Commissione europea. Questa retorica ha focalizzato l’attenzione solo sui debiti pubblici, la cui origine è spesso identificata nei difetti congeniti dei paesi mediterranei, spendaccioni e poco produttivi. Questa posizione non si è concretizzata tanto nel tentativo, tramite il Fiscal Compact, di imporre una ferrea disciplina di bilancio agli Stati europei, quanto nella propaganda che quest’ultima sarebbe stata la soluzione alla crisi. Una forma “istituzionale” di protesta contro questa visione si ebbe nel 2011, anche per merito del governo di Berlusconi e di Tremonti. In seno al Consiglio europeo si decise di guardare a molti altri squilibri macroeconomici oltre che al debito pubblico, creando la Macroeconomic Imbalance Procedure. Ogni anno, in autunno, la Commissione europea confronta molti indicatori economici di tutti i paesi membri e valuta per quali paesi sia necessario produrre analisi approfondite. Al termine di queste analisi, la Commissione decide se un paese presenta squilibri problematici per l’economia europea.

In caso affermativo, prepara una serie di “raccomandazioni” che saranno poi adottate dal Consiglio europeo di luglio. A seguito di una recente revisione delle stime della Bundesbank, è emerso quest’anno che la Germania presenta significativi squilibri nella forma di un avanzo eccessivo del saldo delle partite correnti. Per sei anni di seguito, la Germania ha superato la soglia stabilita dalla Commissione, pari al 6% del proprio PIL. Con l’“Alert Mechanism Report 2014”, quindi, la Germania è stata inclusa tra i paesi oggetto di analisi approfondita; in primavera sapremo se il caso sarà archiviato, o se, invece, vi saranno raccomandazioni del Consiglio europeo nei confronti della Germania. Il secondo scenario sarebbe molto interessante anzitutto per spezzare la retorica di cui sopra: i frugali e produttivi tedeschi, da giudici intransigenti, diventerebbero imputati come gli altri. Da un punto di vista economico, sarebbe il riconoscimento – ovvio, nel caso di debiti privati ma stranamente ignorato nel caso di debiti pubblici – che in un’economia di mercato il creditore ha tanta colpa quanto il debitore (ricordiamo che surplus delle partite correnti significa accumulare crediti). Anzi, se pochi soggetti too big to fail non fossero in grado di ricattare l’intera economia, sarebbe giusto che chi ha fatto prestiti sbagliati venisse espulso dal mercato.

Concretamente, perché i paesi debitori possano ripagare il loro debito, dovremmo osservare un flusso di capitali dalla “periferia” dell’area dell’euro ai paesi del Nord. Per le ragioni indicate sopra, questo significa che i paesi del Nord dovrebbero avere un deficit delle partite correnti verso quelli del Sud (ridurre i crediti è uguale ad accumulare debiti). Finché ciò non accadrà, è finanziariamente impossibile – non “difficile”, si badi – per i debitori ripagare il loro debito. Ma politicamente è altrettanto impossibile che il Consiglio europeo del prossimo luglio giunga a chiedere alla Germania misure per andare in deficit rispetto ai paesi periferici dell’euro. Primo, perché sarebbe contro tutto ciò che le istituzioni europee hanno predicato per anni, e contro ciò che i partiti conservatori strenuamente difendono. Perfino Martin Schulz, in una recente intervista, afferma che il riequilibrio necessario all’Europa, di cui la Germania, per le dimensioni del suo PIL, è un elemento preponderante, non può passare per una riduzione delle esportazioni tedesche (ci si chiede se il candidato del PSE abbia reso dichiarazioni generiche o se invece abbia in mente altri specifici meccanismi di riequilibrio, come ad esempio un aumento delle importazioni tedesche). Secondo, perché tutta l’Europa ha interesse a che la Germania (così come tutti gli altri paesi) rimanga competitiva rispetto al resto del mondo, e nonostante il livello di protezionismo dell’Unione europea, è ben difficile per la Germania adottare politiche che abbiano effetti solo rispetto ad alcuni partner commerciali, quelli europei, e non altri.

Da un recente post di Olli Rehn, che ha anticipato la decisione della Commissione di un paio di giorni, emerge che le raccomandazioni più verosimili sono una riduzione delle tasse sul lavoro e dei contributi sociali (cosa che per la verità farebbe aumentare ancor di più la competitività di costo delle imprese tedesche) e liberalizzazioni nei settori dei servizi: due raccomandazioni “tipiche” della Commissione, che sarebbero state avanzate comunque, indipendentemente dal surplus delle partite correnti. Il Commissario agli affari economici cita in particolare un recente lavoro della Commissione, secondo cui anche politiche più espansive della Germania avrebbero un forte impatto sugli altri paesi vicini, ma piccolo nei paesi mediterranei. Se fosse necessario, un’altra dimostrazione di come la soluzione alla crisi debba venire dal livello comunitario europeo: nessun paese da solo è sufficiente, nemmeno la Germania.

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