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Esteri

Di Tommaso Cinquemani
 twitter@Tommaso5mani

“La visita del Papa, come già è stata la Confederation Cup, costituisce per chi protesta una importante occasione mediatica che aumenta il potere contrattuale nei confronti del governo”. Paolo Magri, direttore dell’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), analizza in una intervista ad Affaritaliani.it la situazione del Brasile. Un Paese in crescita, ma che deve affrontare sfide importanti. “In piazza è sceso il ceto medio che chiede qualità nei servizi pubblici e una politica più trasparente”. Richieste che Rousseff sta cercando di soddisfare nonostante sia un presidente “privo del fiuto politico e della capacità di generare consenso che aveva Lula”. E se il governo guarda alle proteste di piazza, il Papa intende contrastare la “secolarizzazione e il diffondersi del protestantesimo” nella regione.

 

All'arrivo di Papa Francesco in Brasile ci sono state delle proteste, seppure limitate, e degli scontri con la polizia. Contestazioni che si vanno a sommare a quelle delle settimane scorse. Chi sono i manifestanti e cosa ci potremmo aspettare nei prossimi giorni?
"Le contestazioni di lunedì e quelle che potremo vedere in futuro sono 'proteste annunciate'. Il Brasile è reduce da un mese di giugno nel quale, dopo diversi anni di pace sociale, la gente è scesa in piazza e nelle strade, spinta da un insieme variegato di ragioni: dal prezzo dei mezzi pubblici, alla inefficienza e bassa qualità di scuole e ospedali, all'indignazione per la corruzione. La visita del Papa, come già è stata la Confederation Cup e come probabilmente saranno la Coppa del Mondo e le Olimpiadi, costituisce per chi protesta una importante occasione mediatica e aumenta il potere contrattuale nei confronti del governo".

Ci sono delle analogie tra le proteste brasiliane e quelle scoppiate in alcuni Stati europei o in Turchia?
"Le proteste brasiliane sono ben diverse da quelle alle quali stiamo assistendo nell'Europa del Sud (Cipro, Spagna, Portogallo, Grecia). Da noi va in piazza il ceto medio che la crisi e l'austerità stanno spazzando via e che non vuole scivolare nella povertà. In Brasile non sono i poverissimi o gli abitanti delle favelas a scendere in piazza, ma è il ceto medio appena costituitosi che chiede, oltre al maggior reddito acquisito negli ultimi anni, anche qualità nei servizi pubblici, una politica più trasparente e una nuova cittadinanza".
 

Paolo Magri
   Paolo Magri, direttore dell'Ispi

Queste istanze non dovrebbero essere mantenute latenti dal fatto che il Brasile ha una economia dinamica e in fase di espansione?
"Le proteste brasiliane sono paradossalmente la conseguenza dei successi economici del Paese degli ultimi 15 anni: un Paese che è cresciuto a tassi elevati, che è divenuto la sesta potenza economica mondiale (scavalcando Gran Bretagna e Italia), che ha una disoccupazione ai livelli minimi rispetto agli ultimi 20-30 anni e che, soprattutto, è riuscito a togliere dalla povertà assoluta e relativa 25 milioni di cittadini, anche grazie a programmi sociali ben strutturati e popolari nel Paese. Oggi questa classe media chiede di più dal governo".

Le proteste di piazza sono conseguenza di un cambiamento della politica della presidente Dilma Rousseff rispetto a quella di Lula o derivano semplicemente da una crisi economica che è congiunturale?
"Dilma Rousseff è l'erede indiscussa di Lula e le sue politiche si sono allineate a quelle tracciate durante i due mandati del suo predecessore. Ma Dilma è una tecnica, una attenta razionalizzatrice e progettatrice, priva del fiuto politico e della capacità di generare consenso che contraddistingueva l'azione di Lula. Doti politiche che sono necessarie ovunque, ma particolarmente in Brasile a causa della frammentazione partitica che impone grandi coalizioni (l'attuale maggioranza è formata da ben 10 partiti). E' parso chiaro fin dall'inizio che Dilma si muove con minor abilità nei complicati meandri della politica brasiliana e questo può costituire un grave handicap se le proteste proseguissero nei prossimi mesi".

Quali sfide deve affrontare Dilma e il Brasile intero per rispondere alle richieste della sua popolazione?
"Fino ad ora Dilma ha risposto in maniera molto conciliante alle richieste di chi protesta, differenziandosi nettamente dagli atteggiamenti assunti ad esempio da Erdogan in Turchia. Ha proposto un piano di cinque 'patti' con la popolazione impegnandosi a garantire migliori trasporti, strade, ospedali e stabilità economica. Ma anche riforme costituzionali e della legge elettorale. Una risposta che non ha convinto però i manifestanti e che ha creato malumori fra i partiti della coalizione che si sono sentiti scavalcati dall'alleanza Dilma-piazze. Il risultato è che in sole due settimane l'indice di popolarità del presidente è sceso dal 58% al 30%. Ciò pone una ipoteca seria per le presidenziali del prossimo anno che il governo affronterà oltretutto in una fase di crescita economica contenuta (il tasso si è dimezzato rispetto al 2012)".

La visita del Papa come si inserisce in questo contesto?
"La visita del Papa nel Paese più cattolico nel mondo, nell'anno che precede le elezioni, è, in condizioni normali, una straordinaria vetrina per i presidenti in carica. In questo momento può però far esplodere contraddizioni e far emergere difficoltà. In un clima incandescente le proteste prendono come bersaglio anche le spese governative per sostenere la visita che, paradossalmente, aumentano con l'aumentare delle proteste, visto che si tratta soprattutto di spese di sicurezza. In secondo luogo la scelta del Papa di privilegiare la gente invece che le istituzioni, può accrescere le distanze fra queste due parti e aggiungere elementi di contrapposizione".

Il Brasile rappresenta il bacino più ampio di fedeli per la Chiesa cattolica. La scelta di Rio rispecchia la volontà di stringere un legame ancora più forte con questa terra?
"La vera sfida della visita del Papa non è legata alle questioni interne brasiliane, ma ai messaggi che lancerà alla Chiesa dello Stato cattolico più popoloso del mondo. Una Chiesa che se pur numericamente consistente, vede da alcuni decenni  l'avanzata di due fenomeni che ne minano l'autorità: la secolarizzazione e l'ateismo, nel quale si riconosce il 15% della popolazione. E il diffondersi del protestantesimo, soprattutto nella versione evangelica. Era un fenomeno molto limitato, ma coinvolge ora ben 42 milioni di brasiliani, attratti da pratiche religiose più moderne, informali rispetto a quelle di una Chiesa cattolica che appare talvolta distante dai problemi della gente, soprattutto delle fasce più deboli".
 

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brasilepapa francescodilma rousseffproteste
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