Scambio di prigionieri tra Russia-Ucraina, Camporini gela gli entusiasmi: “Non è un segnale di pace. Ecco la reale strategia di Mosca” - Affaritaliani.it

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Ultimo aggiornamento: 19:38

Scambio di prigionieri tra Russia-Ucraina, Camporini gela gli entusiasmi: “Non è un segnale di pace. Ecco la reale strategia di Mosca”

Intervista a Vincenzo Camporini, generale ed ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica Militare e della difesa

di Federica Leccese

Scambio di prigionieri, Camporini gela gli entusiasmi: “Non è un segnale di pace”

L'inviato americano Witkoff ha annunciato un accordo tra Ucraina e Russia sullo scambio di 314 prigionieri per parte, "il primo scambio di questo tipo in cinque mesi". Ma cosa significa realmente questa mossa? Si tratta di un primo passo verso la pace o è solo un episodio isolato? Qual è la reale strategia che Mosca sta mettendo in campo? E sul fronte mediorientale, il vertice di domani in Oman tra Stati Uniti e Iran potrà davvero scongiurare l'escalation?

A chiarire ogni dubbio è Vincenzo Camporini, generale ed ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica Militare e della difesa che ad Affaritaliani ha chiarito che, al momento, “né sul terreno, né dal punto di vista diplomatico ci sono dei segnali positivi per la fine del conflitto russo-ucraino”. Anche sull’Iran, il giudizio del generale resta scettico: “Non vedo ancora soluzioni concrete nella crisi che sta affrontando. Finora i successi della diplomazia di Trump non sono stati esaltanti”.

Generale, questo scambio di prigionieri è stato definito un segnale concreto di dialogo tra Mosca e Kiev. Siamo davvero più vicini alla pace o è un risultato isolato?

“No, lo scambio di prigionieri è un processo in atto da tempo; in passato sono già avvenuti rilasci consistenti. Si tratta di attività prettamente umanitarie, che non sono connesse alle trattative per la sospensione delle operazioni militari. Di fatto, queste operazioni non cambiano la situazione né sul terreno, né dal punto di vista diplomatico”.

Dal punto di vista strategico, colpire le infrastrutture energetiche in pieno inverno è un segnale di forza o il segno che Mosca fatica a ottenere risultati sul campo?

“Né l'una, né l'altra cosa. È l'applicazione di una strategia che risale alle visioni dottrinarie del generale italiano Douhet, il quale nel 1923 teorizzò che la vittoria potesse essere affidata esclusivamente alle forze aeree: sul terreno bastava resistere, mentre l'obiettivo principale diventava colpire duramente le popolazioni civili per minare il supporto popolare alla guerra. L'idea era far crollare il fronte interno per costringere l'avversario al tavolo delle trattative.

Questa teoria divenne molto popolare all'estero e guidò la condotta della guerra aerea sulla Germania durante il secondo conflitto mondiale, con campagne di spianamento delle città — il caso di Dresda è il più eclatante. Tuttavia, la storia ci dice che non funzionò: la Germania perse la guerra al fronte, non per un cedimento della popolazione. Mosca oggi tenta di applicare la stessa dottrina in Ucraina, ma finora senza successo, poiché la volontà di resistere del popolo ucraino è fuori discussione”. 

Zelensky ringrazia l’UE per i 90 miliardi di aiuti, ma insiste sulla necessità di un sostegno rapido e duraturo. Che ruolo ha oggi l’Europa nel garantire all'Ucraina la capacità di resistere e negoziare?

“L’Europa deve mantenere fermamente la propria linea politica, che oggi appare un po' offuscata dal calo d’attenzione americano e dalle nuove politiche di Trump. È fondamentale che Bruxelles prosegua con il sostegno economico, che è assolutamente vitale, ma deve anche garantire continuità nel supporto logistico: è solo con la logistica, infatti, che si vincono le guerre”. 

Con i Paesi del Golfo e l’Egitto impegnati nella diplomazia per scongiurare un conflitto tra Stati Uniti e Iran, quanto è realistico pensare che il vertice in Oman di domani possa davvero evitare l’escalation?

“Il problema fondamentale resta la governance interna dell'Iran. Il regime islamico radicale ha suscitato una profonda insofferenza nella popolazione, sfociata in manifestazioni con un numero di vittime che si misura in decine di migliaia. È singolare: ci siamo giustamente scandalizzati per i morti a Gaza, ma per l'Iran non vedo cortei percorrere le nostre strade.

Dal punto di vista strategico, l'oggetto dei negoziati saranno le capacità offensive iraniane: il programma nucleare e la tecnologia missilistica. Quali possibilità ci sono che si arrivi a un risultato? Finora i successi della diplomazia di Trump non sono stati esaltanti. Non vedo ancora soluzioni concrete nelle crisi che sta affrontando, quindi rimango piuttosto scettico”. 

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