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Esteri
Stallo in Siria, verso un compromesso?


Di Stefano Torelli, ISPI Research Fellow
 

Il conflitto siriano è ormai entrato nel suo quinto anno e, dopo più di 250.000 vittime e 7 milioni di sfollati, di cui più di 4 milioni rifugiati all’estero (ed è bene ricordare che solo una piccolissima parte di questi sceglie la via per l’Europa, mentre la grandissima maggioranza è ripartita tra Turchia, Libano e Giordania), la situazione sul campo continua a segnare uno stallo che sembra senza uscita. Le forze lealiste di Bashar al-Assad, nonostante controllino ormai meno di un terzo del territorio di quella che era la Siria a inizio 2011, sembrano resistere agli attacchi dei ribelli. Questi ultimi, del resto, non costituiscono più un fronte unico, ma sono divisi in decine di sigle e gruppi. E, in tutto ciò, le forze dell’autoproclamatosi Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi (o, più semplicemente, l’ISIS, Stato Islamico) controllano ormai buona parte del Nord-Est del Paese con le sue risorse petrolifere, a tal punto da aver stabilito nella città siriana di Raqqa, e non in Iraq, la propria capitale. Sullo sfondo, agisce un insieme di attori esterni – statali e non statali – che influenzano il conflitto, appoggiando l’una o l’altra parte, spesso in maniera ambigua e spesso senza produrre effetti che possano cambiare definitivamente le sorti del conflitto sul campo.
 
Eppure, in queste settimane, qualcosa sembra si stia muovendo. Da un lato la proposta francese di effettuare bombardamenti contro le forze jihadiste dello Stato Islamico in Siria, è stata accolta con favore dal Regno Unito. Dall’altro lato, le notizie sempre più pressanti di un diretto intervento della Russia con uomini sul campo e rifornimenti sempre più frequenti di armi al regime di Assad – dopo che è ormai provato che sul territorio siriano siano presenti soldati iraniani e combattenti di Hezbollah tra le fila delle forze del regime – creano ansia e preoccupazione nelle cancellerie occidentali, prese da altre crisi alle proprie porte e non pronte a reagire davvero in maniera efficace a un’eventuale escalation in Siria.
 
Gli altri attori regionali che vorrebbero la caduta di Assad, invece, faticano a trovare una soluzione alla difficile equazione siriana. L’Arabia Saudita, mentre è direttamente impegnata in Yemen per combattere i ribelli Houthi in quella che di fatto è una guerra per procura contro l’Iran, aspetta la battaglia finale contro Teheran proprio in Siria, ma al momento non può far molto se non a rischio di avvantaggiare – come è già accaduto negli ultimi anni – le forze jihadiste dello Stato Islamico. La Turchia, che ha accettato di concedere le proprie basi aeree per i bombardamento statunitensi contro lo Stato Islamico, è più preoccupata dal combattere i curdi, che i jihadisti stessi, con il rischio concreto di indebolire l’unico attore che, sul campo, ha dimostrato di poter in parte contenere l’espansione del Califfato. E c’è anche chi, a Washington, ha proposto soluzioni che definire azzardate sarebbe un eufemismo, vale a dire appoggiare i jihadisti affiliati ad al-Qaida in funzione anti-IS. Al di là della bizzarria di quest’ultima idea, gli stessi bombardamenti – sia in atto, che quelli prefigurati dall’asse Parigi-Londra –, non serviranno a sradicare definitivamente l’IS dalla Siria, né risolveranno il conflitto ormai incancrenito, ma potranno al massimo produrre qualche effetto di breve termine e circoscritto.
 
 
 
Che fare, dunque? Dietro le quinte, la diplomazia sembra si sia riattivata con un certo impegno. Ed è proprio da qui che si potrebbe ripartire per delineare nuovi possibili scenari. Allo stesso tempo, però, occorre che tutte le forze in campo mettano anche una buona dote di realismo per arrivare a una soluzione che possa essere condivisa e accettabile (prima ancora che accettata) da tutti.
 
Ma quali sono gli obiettivi degli attori coinvolti e come immaginano la nuova Siria, a cento anni da quell’accordo Sykes-Picot che l’aveva disegnata come è oggi?
 Gli Stati Uniti, così come l’Europa occidentale, vorrebbero una Siria senza Assad, senza l’IS e senza la Russia.
 L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti vogliono una Siria senza l’Iran e possibilmente senza l’IS.
 La Turchia vuole una Siria senza Assad e, adesso, sembra anche senza l’IS, ma soprattutto senza che un’eventuale soluzione alla crisi veda i curdi come vincitori.
 L’Iran vuole mantenere la sua influenza sulla Siria e, per questo scopo, potrebbe anche essere disposto ad abbandonare Assad per un altro governo “amico”. E, soprattutto, insieme alle forze curde è l’unico attore che, tramite le sue milizie sciite, sta combattendo sul campo l’IS.
 La Russia vuole mantenere i suoi interessi nella regione (e la Siria è sempre stata definita la Cuba del Medio Oriente) e una sua posizione nel Mediterraneo orientale. Ma allo stesso tempo vede con terrore l’IS, anche per le ripercussioni che il messaggio jihadista può innescare nelle enclave musulmane russe nel Caucaso e identifica al-Baghdadi come il nemico numero uno.
 
Nelle settimane scorse è trapelata la notizia secondo cui la Russia avrebbe deciso di aprire all’Arabia Saudita, con il comune obiettivo di combattere l’IS. Dal momento che il Califfato sembra essere, al netto delle ambiguità di alcuni attori, l’unica forza in campo ritenuta nemica da tutti, è forse proprio da qui che si potrebbe partire. Con una buona dose di realismo, la soluzione al momento più percorribile potrebbe essere quella di unire gli sforzi per eliminare sul campo lo Stato Islamico (allo stesso tempo foriero di minacce anche al di fuori della Siria e del Vicino Oriente), lavorando parallelamente a un dopo-Assad che non sia solo espressione del campo sunnita. Ciò vorrebbe dire appoggiare un nuovo governo che non faccia percepire a Russia e Iran di essere stati del tutto esclusi, ma allo stesso tempo allontanare definitivamente Assad e il suo entourage dal Paese, come vorrebbero l’Occidente e la Turchia. Mosca, in questo modo, potrebbe costituire una preoccupazione in meno per la NATO, mentre lo sforzo collettivo contro il jihadismo potrebbe causare a quest’ultimo un sensibile indebolimento. Rimarrebbe l’annosa e sempre aperta questione della rivalità saudita-iraniana, destinata potenzialmente a produrre nuovi scenari di instabilità nell’area. E’ questa la vera sfida della diplomazia in Medio Oriente ed è da qui che si dovrà ripartire. Per il momento, e vista la situazione creatasi anche per le scelte sbagliate compiute in questi anni da tutti – USA ed Europa incluse – la guerra in Siria può essere fermata solo con il realismo.
 
Vi è poi la posizione italiana. Renzi si è sfilato dalle iniziative anglo-francesi, ritenendo che siano estemporanee e non utili. Il Primo Ministro italiano ha in parte ragione dal punto di vista strategico, ma va anche detto che dal punto di vista politico l’Italia, che pure rivendica un ruolo di primo piano in Libia (afflitta da problemi simili a quelli della Siria, per ciò che concerne la presenza del jihadismo e la polarizzazione dello scontro interno), non può rimanere isolata. Perché Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti dovrebbero rispondere positivamente a un eventuale appello italiano per la Libia, se adesso Roma si mostra così disinteressata e critica nei confronti degli alleati occidentali? E quali idee ha l’Italia per risolvere le crisi mediorientali e mediterranee che riguardano direttamente il nostro Paese, essendo alla base della questione del terrorismo e dell’immigrazione? Una visione alternativa dovrebbe essere fornita, per acquisire quella credibilità necessaria per delineare lo spazio Mediterraneo di domani.

da http://www.ispionline.it

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