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Esteri
Stati Uniti-Cuba, i retroscena dell'accordo

Dopo 54 anni di rottura ufficiale delle relazioni diplomatiche, il 17 dicembre Stati Uniti e Cuba hanno posto un reset ai propri rapporti riaprendo un canale di dialogo ufficiale. Barack Obama ha dato lo storico annuncio dalla Casa Bianca a mezzogiorno in punto (le 18 italiane), seguito poi da una telefonata di 45 minuti con Raul Castro. Alla base del riavvicinamento vi è stato uno scambio di prigionieri che ha fornito il pretesto per lo stabilimento di un accordo di più ampio respiro. Tuttavia da questo accordo rimane escluso il tema dell’embargo economico in vigore dal 3 febbraio 1962 a seguito della crisi dei missili di Cuba. L'amministrazione Usa ha sottolineato, però, che accoglierebbe con favore una decisione da parte del Congresso per alleviarne le condizioni o rimuoverlo del tutto. Sempre secondo ricostruzioni di stampa, i negoziati segreti sono stati tenuti da delegati dei due governi da almeno 18 mesi sotto la mediazione canadese e con la supervisione decisiva della Santa Sede. Poche ore dopo sia Obama che Raul Castro hanno pronunciato un discorso in diretta TV. Barack Obama ha affermato che gli Usa hanno aperto un «nuovo capitolo» nei rapporti tra i due paesi, ammettendo che «cinquant'anni di isolazionismo non hanno portato a nulla» e che «l’embargo ha fallito». Raul Castro ha sottolineato tuttavia che la strada per una reale pacificazione è ancora lunga.

Cosa prevede l'accordo tra Usa e Cuba?

Alla base dell’accordo vi è uno scambio di prigionieri. Cuba ha acconsentito al rilascio di Alan Gross un contractor statunitense arrestato nel dicembre del 2009 con l’accusa di spionaggio a Cuba quando lavorava per la Ong americana Usaid, l'agenzia americana per lo sviluppo internazionale che fa parte del Dipartimento di stato. Gross era stato arrestato mentre distribuiva materiale elettronico alla comunità ebreica dell'Avana e condannato a 15 anni di prigione per spionaggio. Parallelamente alla liberazione di Gross,è avvenuta anche quella di Rolando Sarraff Trujillo, un'importante spia statunitense imprigionata da venti anni nell'isola. Gli Stati Uniti, in cambio, hanno accettato di liberare per motivi umanitari tre agenti cubani detenuti dopo un processo controverso che nel 2001 li ha condannati per spionaggio. Questi erano agenti operativi nel sud della Florida con l’obiettivo di controllare la propaganda dei gruppi anti-Castro, soprattutto quelli di Miami.

L’accordo tra i due paesi però è molto più ampio e prevede, tra le altre cose:
Riapertura delle ambasciate a L'Avana e a Washington (dal 1961 i due paesi non hanno relazioni ufficiali. Dal 1977 nelle due capitali è aperta una “Oficinas de intereses” sotto mediazione svizzera che fungeva da ufficio di rappresentanza diplomatica per entrambi i paesi).
Sarà inoltre più facile per gli americani andare a far visita ai familiari a Cuba, mentre un alleggerimento dei visti turistici non sono contemplati.
Cuba ha rilasciato 53 detenuti identificati da Washington come prigionieri politici.
Gli statunitensi autorizzati a viaggiare verso l'isola potranno tornare in patria con merci che valgono fino a 400 dollari, alcool e tabacco compresi, ma per un valore combinato che non superi i 100 dollari.
Verrà alzato da 500 a 2.000 dollari a trimestre il tetto sui soldi che gli americani potranno inviare a Cuba ogni trimestre.
Infine, questione centrale e necessaria al tema dell'embargo, gli Usa hanno rivisto lo status di Cuba come paese sponsor del terrorismo, stabilito nel 1982, cancellando il paese caraibico dalla black list del Dipartimento di stato americano.
Obama ha annunciato che le istituzioni finanziarie saranno autorizzate ad aprire conti correnti nelle banche cubane, che saranno migliorate le connessioni delle reti di telecomunicazione e che sarà incrementato lo scambio di informazioni.

Perché proprio ora?

Dopo l’annuncio di Obama, il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, ha detto che il presidente americano intende giungere alla fine dell'embargo contro Cuba entro la fine del suo mandato, nel 2016.

Economicamente e politicamente, l’embargo si è dimostrato pressoché inutile provocando invece perdite cospicue non solo per l’economia cubana (1.100 miliardi di dollari in 54 anni), ma comportando costi notevoli anche per l’economia Usa (1,2 miliardi di dollari l’anno). Tuttavia questa opzione sembra alquanto inverosimile al momento dato che dal prossimo 20 gennaio il Congresso americano sarà totalmente ad appannaggio dei Repubblicani tradizionalmente più sensibili alle posizioni anti-castriste.

L’unico modo che Obama ha per sbloccare la situazione in tempi relativamente brevi è quello di agire per decreto, rimuovendo una serie di restrizioni che costituivano il cuore del “bloqueo”. In questo senso sarà molto importante la determinazione e la capacità di fare lobbying in maniera trasversale per poter procedere al totale abbandono dell’embargo. Politicamente questo avvicinamento segna un nuovo punto a favore di Obama dopo il successo con l'affaire Iran/nucleare. Pare essere un’operazione politica più improntata al medio-lungo periodo che al breve, date le innumerevoli difficoltà. Allo stesso tempo, vi è il rischio che quest’azione si trasformi in uno specchietto per le allodole o addirittura in una sconfitta politica del presidente soprattutto se non dovesse incontrare il favore dei repubblicani, maggioranza a Capital Hill.

Dal punto di vista cubano, il riavvicinamento si spiega in termini di pura opportunità politica. Le pessime condizioni economiche del principale partner economico-politico di Cuba, ossia il Venezuela ormai in costante rischio default, non permette al regime dell’Avana di fare programmi di lungo periodo.

Infatti tra Caracas e L’Avana esiste un particolare accordo risalente ai tempi di Chavez, secondo il quale il Venezuela si impegna a fornire a Cuba un’assistenza finanziaria ed energetica (quantificabile in 80-100mila barili giornalieri di petrolio) in cambio di medici e insegnanti provenienti dall’isola dei Caraibi. In pratica gli aiuti forniti dal Venezuela a Cuba rappresentavano all’incirca il 20% del Pil cubano. In questo senso il vero grande sconfitto del rapprochement cubano-statunitense è proprio il Venezuela sempre più isolato nel continente latino e debole economicamente (anche a causa delle nuove sanzioni Usa nei confronti del Paese).

Cosa può significare dal punto di vista politico ed economico?

Il riavvicinamento tra Usa e Cuba in termini soprattutto economici può rappresentare un grande vantaggio per entrambi i paesi.

Per gli Usa, attraverso l’allentamento dell’embargo è possibile creare canali di cooperazione economica e commerciale in settori come l’agricolo-alimentare (zuccherificio e frutta), nonché aprirsi verso un mercato povero e potenzialmente molto attraente in termini di basso costo della mano d’opera. Ci potrebbero essere forti interessi da parte delle aziende americane delle telecomunicazioni, del turismo e delle società di servizi (soprattutto bancari e finanziarie in generale).

Per Cuba, la possibilità di un allentamento dell’embargo oltre a permettere un rientro di capitali cubani nel paese, favorisce anche un afflusso maggiore di IDE nell’isola utilizzabili in progetti cubano-stranieri come quelli – già in fase avanzata – di cinesi e brasiliani per l’istituzione di free trade area nell’isola. In questo senso anche gli Usa potrebbero fare un esperimento simile.

Allo stesso tempo, la possibilità di aprirsi maggiormente all’esterno potrebbe favorire un clima riformista e incamminare Cuba verso un modello di sviluppo economico e politico più simile a quello cinese. Ad ogni modo si parlerebbe di un sistema economico statalizzato o comunque fortemente incentrato sulla presenza statale. Dal punto di vista politico questo shift politico permette a Cuba di legittimarsi dinanzi all’intero mondo latino come attore cardine e assolutamente non sconfitto dall’embargo Usa. A quest’ultimo, invece, aiuta a creare un clima più favorevole di percezione degli Stati Uniti in termini di immagine: non più o non solo come il classico imperialista o colonizzatore ma anche come un attore con il quale discutere di più temi di carattere regionale/internazionale.

Agli Usa inoltre il riavvicinamento potrebbe tornare utile soprattutto in chiave elettorale: come già accennato prima i giovani cubano-americani sono meno ideologizzati delle vecchie generazioni e pertanto un accordo del genere potrebbe tornare utile in prospettiva del voto del 2016.

 Quali saranno i prossimi passi?

Questo riavvicinamento dovrebbe porre le basi per una più stretta cooperazione bilaterale su temi quali la lotta al narcotraffico e al traffico di esseri umani, nonché nella protezione ambientale. Secondo indiscrezioni della stampa, non ancora confermate dalla Casa Bianca, entro la fine dell'estate si dovrebbe concretizzare anche una visita ufficiale di Obama o, più verosimilmente, di Kerry a Cuba.

Qual è stato il ruolo della Santa Sede? E chi sono gli altri attori chiave?

Sia Obama, sia Castro hanno ringraziato Papa Francesco e il governo canadese per il ruolo svolto nel riavvicinamento tra i due paesi. La Santa Sede ha sempre avuto un occhio attento alla situazione cubana, sin da Giovanni XXIII durante la crisi dei missili di Cuba (1962). L’isola caraibica è stata visitata da Giovanni Paolo II (1998) e Benedetto XVI (2012) che hanno anche incontrato Fidel Castro (che da giovane, peraltro, fu allievo dei gesuiti).  I rapporti tra L’Avana e il Vaticano hanno conosciuto un’accelerazione con Papa Bergoglio, primo Papa latino-americano della storia. Già nell'estate scorsa il Papa inviò due lettere personali a Barack Obama e a Raul Castro per invitarli a riprendere i rapporti. Dopo aver ricevuto le missive, i due presidenti hanno avuto un colloquio telefonico.

Oltre alla Santa Sede, in entrambi le amministrazioni sono state attive due personalità che hanno avuto un ruolo prioritario nelle trattative. Nell’establishment castrista è continuamente cresciuto il ruolo di Eusebio Leal Spengler, storico dell’Avana, cattolico e uomo molto vicino ai Castro. A Washington, invece un ruolo preminente nel disgelo è stato assunto dall’altro cattolico illustre: il segretario di stato John Kerry. Questi a gennaio scorso si è recato a Roma esclusivamente per incontrare il segretario di stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. Seppur non ufficialmente le discussioni furono improntate sulle relazioni tra Usa e Cuba e sulla questione delle violazioni dei diritti umani. E come già avvenuto nel caso venezuelano è possibile che anche questa volta  un ruolo importante sia stato giocato dal segretario di stato Parolin per favorire la mediazione.

Quali sono state le reazioni negli Stati Uniti?

In generale diversi senatori e deputati di ambo le parti ritengono il disgelo tra Usa e Cuba una questione potenzialmente positiva dato che per molti di loro l’embargo viene considerato come un tema “fuori dal tempo”. Tuttavia permangono ancora diverse sacche di resistenza in entrambi gli schieramenti.

Negli Stati Uniti, il primo rappresentante politico a commentare i fatti è stato il senatore repubblicano Marco Rubio, il quale ha spiegato che “l’accordo non migliorerà la tutela dei diritti umani e la difesa della democrazia nell’isola”. L’ex governatore della Florida – e candidato alla Casa Bianca nel 2016 per i repubblicani – Jeb Bush ha spiegato che l’iniziativa di Obama non porterà, a suo dire, alcun cambiamento nelle relazioni bilaterali.

I businessman, soprattutto quelli cubano-americani come il magnate dello zucchero Alfy Fanjul, hanno apparentemente espresso disinteresse verso la questione ma hanno sottolineato comunque che questo riavvicinamento rappresenta una grande opportunità per tutti.

Secondo un sondaggio di Reuters/Ipsos, la grande maggioranza degli americani è favorevole a stabilire relazioni diplomatiche con il governo cubano (43%), mentre solo il 20% del campione si ritiene contrario.

La comunità cubano-americana (1,5 milioni di cittadini concentrati principalmente in Florida) è invece divisa: gli anziani rimangono anti-castristi convinti e contrari a qualsiasi allentamento dell’embargo e del miglioramento delle relazioni con Cuba; le giovani generazioni invece si considerano più possibiliste e interessate ad una svolta nei rapporti bilaterali.

Quali le reazioni a Cuba e in Sudamerica?

La nota blogger anti-castrista Yoani Sanchez ha definito quanto accaduto in queste ora la «vittoria del castrismo». In queste ore, nel paese si gode del momento di generale euforia. Pochi istanti dopo l’annuncio, in una riunione di leader latino-americani, sia il presidente argentino Cristina Kirchner che i suoi omologhi boliviano, Evo Morales, e venezuelano, Nicolàs Maduro, hanno elogiato il ruolo del Pontefice.

Quali le tappe fondamentali del riavvicinamento?

Con l’inizio del suo mandato nel 2009, Obama aveva già dato un segnale di distensione affievolendo alcune restrizioni riguardanti i ricongiungimenti familiari e l’invio di rimesse verso l’isola. Tuttavia, l’arresto di Gross nel dicembre 2009 aveva congelato il processo di distensione. Solo nel  gennaio del 2013 il presidente cubano ha fatto un nuovo passo a favore della ripresa delle relazioni promuovendo una semplificazione delle norme per viaggiare all'estero, compresi gli Stati Uniti. Infine, la stretta di mano tra Obama e Raùl Castro al funerale di Mandela il 10 dicembre 2013 a Johannesburg, ha fatto il giro del mondo.

Da ispionline.it

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