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Esteri
Se lo stato islamico sia uno stato

 

Di Gianni Pardo

La formazione terroristica che domina un notevole territorio a nord e ad ovest dell’Iraq – notevole benché desertico – ha molti nomi. Anzi, decisamente troppi. Isi sarebbe Stato Islamico dell’Iraq; Isis Stato Islamico dell’Iraq e della Siria; Isil, Stato Islamico dell’Iraq e del Levante; Is, Stato Islamico; Sic, Stato del Califfato Islamico e infine Daesh, un acronimo che contiene anch’esso, in arabo, la parola “Stato” e non piace agli interessati perché suona un po’ come il verbo “calpestare” e “distruggere”.

La cosa interessante è che, mentre tutte le designazioni contengono la parola “Stato”, l’esitazione tra le varie espressioni e la preferenza per le sigle nasce dalla volontà di molti Paesi di non riconoscere a quell’entità la natura di Stato. Problema che sembra francamente stupido.

Non è scritto da nessuna parte che uno Stato debba essere quella “suprema realtà etica” di cui parlava pericolosamente Hegel. Non è nemmeno detto debba essere qualcosa di decente, basti pensare all’immensa Unione Sovietica, tutt’altro che decente. Partendo dalla constatazione della realtà e prescindendo da ogni giudizio di valore, bisogna rifarsi a ciò che si insegna alle matricole di giurisprudenza: si ha uno Stato quando c’è un territorio, un popolo e un governo. Non formavano uno Stato gli aborigeni dell’Australia perché non avevano un potere centrale; non formano uno Stato i curdi perché sono un popolo, ma non hanno un loro territorio. Né formano uno Stato i fuorusciti di un Paese invaso quando costituiscono un governo in esilio (come fecero i polacchi, dopo l’invasione tedesca) perché non hanno né un popolo né un territorio su cui esercitare il proprio potere. Posto al contrario che questi elementi sussistano, la qualifica di Stato è in re. Molti credono che negando questo riconoscimento è come se condannassero quella nazione allo stato di paria, di innominabile e quasi all’inesistenza, ma è soltanto retorica, se in malafede, o addirittura stupidità, se in buona fede. Uno Stato conta per quello che è, non per le sue designazioni.

Un caso vagamente comico si è avuto dopo la rivoluzione maoista. L’immensa Cina comunista non era riconosciuta, mentre la minuscola Taiwan, in cui si era rifugiato Chiang Kai-shek, era per gli occidentali “la Cina”. È vero che per questa assurdità c’erano precise ragioni: Formosa non soltanto aveva un seggio all’Onu, negato a Mao, ma era addirittura membro di diritto del Consiglio di Sicurezza e titolare del relativo diritto di veto. Ma nondimeno era ridicolo che la coda dell’elefante dovesse contare più dell’elefante.

Il buon senso dice che le parole sono etichette e non cambiano la natura di ciò che designano. Non è scrivendo “cognac” su una bottiglia d’acqua minerale che poi potremo ubriacarci. Se bisognasse negare la qualifica di Stato a chi non ci piace, la lista non si limiterebbe certo al sedicente Califfato. Ogni tentativo di chiudere gli occhi sulla realtà fa sorridere, come fa sorridere la mania araba di rifiutarsi di parlare di Stato d’Israele che sarebbe soltanto una misteriosa “entità sionista”, un ectoplasma) dopo che esso esiste dal 1948. E per giunta nacque più “legalmente” di molti altri, per decisione dell’Onu. Come sarebbe potuta nascere la Palestina, se i suoi abitanti avessero accettato il regalo. Ma dissero di no. Volevano anche il territorio su cui sorge Israele, il che rese e rende la pretesa discutibile. Ma nulla riesce a scuotere la fede dei militanti. Gli arabi continuano a lasciare in bianco Israele, sulla cartina, come se potessero vincere la guerra falsificando i libri di geografia dei ragazzini.

L’unico motivo per non concedere il riconoscimento ad uno Stato che sia già composto di territorio, popolo e governo, è il dubbio che non duri. Dopo una rivoluzione o un colpo di Stato che potrebbero essere annullati da un’azione contraria, o mentre è in corso una incerta guerra civile, è normale che prima di concedere il riconoscimento si aspetti di sapere chi vince. Ma – appunto – non si tratta di negare il titolo di Stato a qualcuno: si tratta soltanto di essere sicuri che quella formazione politica sia solida e destinata in prospettiva a durare. E per quanto riguarda il Daesh (scegliamo una designazione a caso) quello Stato è lì da parecchi mesi e se si parla di fargli guerra, per eliminarlo, significa che è uno Stato. Punto. Certo, farebbe bene a darsi una designazione breve ed ufficiale, quand’anche fosse “Paradiso Islamico”. Ci rideremmo sopra ma la useremmo, pur di uscire da questa girandola onomastica.

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