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Esteri
Usa 2016/ Trump tra Russia, Cina, Medio Oriente: disimpegno impossibile

Di Massimiliano Santalucia

“L'Italia resta un alleato importante. Quella fra i due paesi è un'amicizia di lunga data”. Il Console USA a Milano, Philipp T. Reeker, non sembra avere dubbi in proposito.

Durante una conferenza stampa organizzata dal Consolato USA tenuta stamane presso l' Excelsior Hotel Gallia di Milano il diplomatico ha incontrato la stampa per un rapido commento sulle elezioni presidenziali americane che hanno visto il successo del candidato repubblicano Donald Trump.

“La politica estera americana s'ispira ai valori che il nostro paese rappresenta ed è finalizzata al perseguimento dei nostri interessi nazionali” ha aggiunto il Console USA. “Tali interessi sono alla base del nostro sistema di alleanze. L'Europa, Italia compresa, ne è parte integrante”.

L'elezione di Trump ha suscitato apprensione nel vecchio continente dove alcuni commenti del miliardario newyorchese hanno spesso fatto adombrare il sospetto che Washington possa “disimpegnarsi” dallo scenario europeo favorendo una maggiore aggressività russa. Davanti a una platea milanese composta soprattutto da giornalisti, rappresentati delle istituzioni locali e alti gradi delle Forze dell'Ordine, le parole di Reeker potrebbero voler mitigare la visione più pessimistica della politica estera di Trump.

Durante la conferenza stampa il Console USA si è anche soffermato sull'eredità politica del Presidente uscente Barack Obama. In particolare Reeker ha sottolineato i successi in politica economica dell'attuale inquilino della Casa Bianca così come le sue aperture in campo internazionale come il disgelo con Cuba e l'accordo con l'Iran sul nucleare.

Tuttavia le parole del Console non bastano a cancellare completamente gli interrogativi sul futuro della politica estera americana. “Molto dipenderà anche da quali personalità sarà composta la squadra di Trump e al momento non possiamo fare previsioni nel lungo termine” ha spiegato ad Affaritaliani Christopher M. Wurst Console per la Stampa e la Cultura presso la sede diplomatica USA a Milano e collaboratore stretto di Philipp Reeker. “Inoltre bisognerà vedere cosa succederà sullo scenario internazionale nel periodo di transizione da qui all'insediamento di Trump” ha aggiunto Wurst. “Per quanto sia a fine mandato Obama è ancora il presidente e può ancora prendere delle decisioni importanti qualora fosse necessario. In ogni caso questo comunque avverrebbe in un contesto di responsabilità e integrità” ha precisato alla fine il diplomatico.

Quali che siano in concreto i veri scenari della prossima politica estera americana al momento, ciò che emerge dall'incontro milanese del Consolato USA, sembra che ogni previsione sia ancora troppo prematura.

L'ANALISI - Durante le sue lezioni presso l'Università Statale di Milano, il noto storico Giorgio Rumi scomparso dieci anni fa sottolineava spesso come la politica estera di una potenza seguisse regole tutte sue basate sugli interessi strategici e mettendo in secondo piano gli aspetti ideologici. Se le cose stessero davvero così allora  una parte delle paure europee davanti alla vittoria di Trump potrebbe, forse, ridimensionarsi.

Malgrado il neo-vincitore abbia spesso minacciato di ridurre l'assistenza militare in ambito NATO, qualora gli europei non dovessero aumentare il loro contributo alle spese, tale approccio potrebbe però rivelarsi molto difficile da adottare.

RUSSIA - Non è la prima volta che Washington mostra irritazione davanti alla tendenza europea di addebitare il grosso del peso della politica di sicurezza sulle spalle dell'alleato americano. Alla fine degli anni 60 durante l'Amministrazione Nixon furono molte le lamentele americane in tal senso. Più recentemente sia con Bush sia con Obama gli USA hanno spesso insistito affinché l'Europa desse un maggior contributo alla politica di sicurezza. Alla fine però questo non si è mai tradotto in un reale disimpegno dallo scenario continentale. Al contrario: ogni volta che la Russia si fa più aggressiva Washington tende a tornare sui suoi passi. Questo potrebbe essere dovuto al fatto che una parte degli interessi strategici degli USA ha il suo fulcro in un impegno forte in Europa in collaborazione, anche se non sempre facile, con gli europei. Per quanto forte sia la simpatia personale fra Trump e Putin pensare a una ritirata USA dall'Europa a vantaggio di Mosca potrebbe non essere una cosa così scontata in quanto andrebbe in rotta di collisione con gli interessi americani, spesso in contrasto strutturale con quelli russi.

ASIA - Un discorso simile potrebbe applicarsi anche in altri scenari geopolitici. Ad esempio in Asia Trump si è spesso lamentato di quanto onerosa fosse l'assistenza al Giappone. Tuttavia non è chiaro come il nuovo presidente possa permettersi il lusso d'isolarsi da un contesto come quello asiatico lasciando campo libero a una Cina già in forte espansione e che recentemente ha accresciuto la sua influenza anche su un (quasi) ex-alleato storico di Washington nell'area come le Filippine. Oltretutto un simile approccio sembrerebbe essere in contraddizione con le sue polemiche anti-cinesi sulle questioni economiche e commerciali. Trump ha spesso promesso di trattare la Cina come un rivale economico da punire, se necessario, con dazi doganali. Ridurre l'impegno nel Pacifico faciliterebbe il progetto cinese di appropriasi del controllo sulle rotte commerciali nel Sud-Est asiatico, importanti per l'economia americana.

Questa è un'area d'interesse strategica fondamentale per Washington che già Obama e Bush Jr (prima che l'11 Settembre) avevano sottolineato. Appare difficile pensare che Trump la possa ignorare.

MEDIO ORIENTE - Inoltre anche un ipotetico nuovo approccio isolazionista di Trump potrebbe non essere una notizia così positiva per gli altri attori della politica internazionale. Gli USA sono stati spesso accusati (a ragione) di errori gravi che hanno portato ulteriore instabilità in alcuni scenari, ad esempio in Iraq.

Tuttavia un'America più disinteressata lascerebbe un vuoto di potere che nessuno sembra ancora in grado di colmare e costringerebbe altri attori internazionali a prendersi delle responsabilità a cui fino adesso si sono sottratti.  Un esempio lo si è visto proprio in Medio-Oriente dove il ritiro di Obama da Iraq e Afghanistan non ha portato a una maggiore stabilità e in cui, malgrado nuovi attori siano entrati in scena, nessun paese è  ancora riuscito ad assumere un ruolo decisivo

Quali che siano state le parole di Trump durante la sua campagna elettorale la realtà sul campo potrebbe costringere il nuovo inquilino della Casa Bianca a limitare il suo disimpegno internazionale. Allo stesso tempo un eventuale accresciuto isolazionismo costringerebbe altri paesi ad assumersi maggiori responsabilità non potendo più usare gli USA come capro espiatorio per ogni problema internazionale..

In entrambi i casi chi oggi esulta per Trump potrebbe presto rendersi conto di essere stato troppo precipitoso.

 

 

 

 

 

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