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Esteri
Usa, hacker russi dietro le elezioni? Sbugiardate le accuse della Clinton

Il risultato delle votazioni dei Grandi Elettori ha confermato ieri la nomina presidenziale di Donald Trump. Sembrerebbe un risultato scontato, in linea con la tradizione americana che vede la votazione dei Grandi Elettori confermare le preferenze espresse dal popolo americano alle elezioni presidenziali, salvo che questa volta le cose avrebbero potuto andare differentemente.
Gli oppositori di Trump hanno infatti provato sino all'ultimo a detronizzarlo cercando di convincere quanti più Grandi Elettori possibile a non votarlo e per farlo, negli ultimi giorni hanno cercato di amplificare ulteriormente lo scandalo dei presunti hackeraggi orchestrati dal Cremlino ai danni dei server di posta elettronica del DNC (Democratic National Committee) per pilotare i risultati delle elezioni americane, facendo leva sulla connivenza della maggior parte dei media americani ed europei. 
Quello degli hackeraggi di stampo russo che avrebbero consegnato al famigerato sito WIkileaks le prove imbarazzanti dei maneggi e delle relazioni della Clinton, è stato proprio il cavallo di battaglia che Hillary ha utilizzato in fase di campagna elettorale anche per mettere ulteriore pressione a Putin, asserendo che ben 17 agenzie di intelligence avevano concluso che il mandante degli hackeraggi fosse proprio il capo del Cremlino in combutta con Trump. Il tutto senza portare uno straccio di prova nonostante la gravità delle accuse.

Le tesi della Clinton sono state sbugiardate, nel silenzio dei mass-media, dall'ex-ambasciatore britannico Craig Murray che nella sua nuova veste professionale è diventato collaboratore proprio di Wikileaks.
Murray infatti afferma che le mail sottratte al DNC non siano frutto di un hackeraggio bensì di un insider job condotto da un democratico dissidente, tale Seth Rich, membro dello staff proprio del DNC, peraltro deceduto recentemente in circostanze ancora poco chiare.
Ma Murray si spinge oltre, asserendo di aver ricevuto egli stesso i documenti scottanti dalle mani di Seth Rich, durante un incontro per il quale Murray avrebbe volato appositamente da Londra sino a Washington.
E' corretta l'osservazione di Murray che fa rilevare come in altre occasioni, quali la vicenda Wikileaks-Assange-Manning risalente al 2010, per simili circostanze ed accuse, gli Stati Uniti avessero fatto fioccare precisi ordini di arresto e mandati di estradizione. Se fosse vero, come sostiene il governo Obama con le recenti dichiarazioni della CIA e dell'FBI che l'operazione di hackeraggio russa fosse stata comprovata risalendo attraverso le tracce informatiche a persone vicine al Cremlino, avremmo visto emettere altrettanti ordini di arresto ed estradizione.
E se un ex-ambasciatore decide di esporsi in prima persona in una faccenda così scottante, qualche domanda il comune mortale sarebbe obbligato a farsela, magari dopo aver letto le parole scritte di pugno dallo stesso Murray, disponibili qui.
 
Mentre la Clinton millantava gli hackeraggi russi, l'Unione Europea che faceva? Nel periodo coincidente con la campagna presidenziale americana, amplificava l'attacco alla Russia arrivando ad emettere un'apposita risoluzione parlamentare contro la propaganda russa il cui testo è disponibile qui facendo partire contestualmente sui social network l'accusa che oltre alla propaganda, la Russia perpetuasse azioni di cyber-attacco, accusa riflessa precisamente nel testo della risoluzione.
Incuriosito da tale anomalia diplomatica, considerato il fatto che il sottoscritto per tutta una serie di motivi può definirsi ferrato ed informato in materia di guerra elettronica, visto che il testo della risoluzione porta specifiche accuse alla Russia in materia di hackeraggio e dato per scontato che accuse straordinarie richiedano prove straordinarie, ho deciso di approfondire chiedendo delucidazioni in merito alle prove dell'hackeraggio russo direttamente all'ufficio di Anna Fotyga, presidente del Sottocomitato UE per la Sicurezza e la Difesa nonché promotrice della risoluzione contro la Russia, ricevendo nessun commento specifico relativamente alle prove dei crimini digitali contestati alla Russia ma solo l'indicazione di visionare sia la seduta parlamentare in cui si discuteva l'emissione della risoluzione sia il documento di appoggio ad essa.
La seduta parlamentare è visionabile qui, sono tre ore di noia totale in cui parlamentari e supposti esperti di cyberattacchi parlano del nulla più assoluto e non portano alcuna prova. Anzi, non parlano nemmeno di cyberattacchi, limitandosi a discutere della propaganda russa a mezzo stampa.
Il testo di appoggio alla risoluzione invece è visionabile qui
ed anch'esso non riporta alcuna indicazione sui presunti cyber-attacchi Russi, limitandosi a fare un'analisi delle pagine pro-russia sui social media e sull'operato dell'emittente russa RT TV, riportando con allarme l'elevato numero di followers senza peraltro chiedersi il perché tali pagine abbiano così ampio seguito.
Viene quindi da chiedersi come sia possibile che il testo di una risoluzione dai pesanti effetti diplomatici contenga riferimenti a fatti non discussi né provati in sede parlamentare.
Senza dubbio, in un momento così delicato tra le relazioni Russia-UE, l'emissione di una risoluzione che accusa apertamente il Cremlino di operazioni di hackeraggio dovrebbe essere supportata da prove inconfutabili.
A chi scrive (ed al lettore) non rimane altro che analizzare la curiosa coincidenza temporale e di intenti tra le accuse non circostanziate emesse da Hillary Clinton durante la sua campagna e quelle altrettanto non circostanziate ratificate in un documento ufficiale dall'Unione Europea ai danni di un vicino di casa quale la Russia, dellla cui inimicizia sarebbe saggio farne a meno.

 

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