Iran e Cina, i due grandi nodi per Trump: Washington cerca la via per evitare una crisi globale
Il Wall Street Journal sostiene che l’Amministrazione Trump stia concludendo un accordo sul nucleare civile con l’Arabia Saudita, che rischia di aprire la strada all’arricchimento dell’uranio di quasi il 20%.
Il New York Times riferisce che secondo un rapporto dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), l’Iran continua a negare agli ispettori l’accesso ai suoi impianti nucleari, impedendo loro di verificare l’ubicazione e lo stato dell’uranio impoverito di grado nucleare presente nel Paese. Problema complesso perché impedisce di conoscere il reale programma nucleare iraniano.
Bloomberg dà la notizia secondo cui il regime siriano di Assad avrebbe creato un programma nucleare clandestino, che l’AIEA ha neutralizzato grazie al nuovo governo.
James F. Jeffrey è Philip Solondz Distinguished Fellow presso il Washington Institute for Near East Policy. Ha prestato servizio come funzionario del Servizio Esteri in sette amministrazioni statunitensi. Dal 2018 al 2020 è stato Rappresentante Speciale per il Coinvolgimento in Siria e Inviato Speciale presso la Coalizione Globale per Sconfiggere l’ISIS.
Egli scrive sul Foreign Affairs che a sei mesi dall’inizio, la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran è giunta a una fase di stallo. Né Washington né Teheran riescono a ottenere una netta vittoria militare o diplomatica. Le due parti si trovano invece intrappolate in un blocco reciproco di petrolio e altri carichi attraverso lo Stretto di Hormuz, diretti verso i porti iraniani, senza alcuna via d’uscita evidente per modificare lo status quo.
I costi per cedere alle richieste dell’altra parte e porre fine allo stallo sono talmente elevati, mentre i costi dello stallo stesso sono sufficientemente bassi, che il blocco reciproco si è rivelato l’opzione meno peggiore sia per gli Stati Uniti che per l’Iran, almeno nel prossimo futuro.
Questa situazione evita a Trump sia la sconfitta che l’escalation. Inoltre, nel lungo periodo, si rivela vantaggiosa per gli Stati Uniti: con il protrarsi del blocco, la posizione di Teheran si indebolirà probabilmente più rapidamente di quella di Washington. Gli Stati Uniti dispongono di ampie riserve petrolifere, mentre quasi tutte le esportazioni di petrolio iraniano – e quindi gran parte della sua valuta pregiata – sono state interrotte.
Un blocco prolungato che aumenti gradualmente la pressione sull’Iran potrebbe rendere Teheran più flessibile nei negoziati, portando a un compromesso accettabile per Washington. La sfida è garantire che Teheran non scelga di reagire al peggioramento della sua posizione intensificando gli attacchi e innescando un altro conflitto regionale, che coinvolgerebbe gli Stati Uniti.
Se l’Iran non è disposto a cedere, Washington può gradualmente erodere l’economia e l’esercito iraniani, assicurandosi al contempo che Teheran non possa ricostruire la solida posizione regionale di cui godeva prima dell’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023. “In questa fase, mantenere l’attuale posizione statunitense è il modo più efficace per combattere e vincere questa guerra” – afferma Jeffrey.
Un’escalation militare è un’opzione ancora meno allettante per Washington. Il regime iraniano è già sopravvissuto a una massiccia campagna di bombardamenti. Una nuova offensiva, ancora più aggressiva, potrebbe neutralizzare gran parte delle rimanenti capacità militari dell’Iran e le sue infrastrutture energetiche, di trasporto e di comunicazione, ma un’offensiva di questo tipo non garantirebbe che Teheran accetti le condizioni americane per l’apertura dello stretto o la riduzione del suo programma nucleare.
Finora, i costi del blocco reciproco sono stati tollerabili per gli Stati Uniti. Nonostante sei mesi di embargo quasi ininterrotto di petrolio e gas naturale dal Golfo imposto dall’Iran, l’economia globale sta subendo danni minimi. Se Washington manterrà il blocco fino alle elezioni di medio termine di novembre, il valore strategico della chiusura per l’Iran diminuirà, man mano che i voli e il turismo caleranno dai picchi estivi e i paesi miglioreranno le proprie strategie di adattamento, trovando fornitori di energia alternativi. In Iran, inoltre, gli effetti del blocco sulle esportazioni di petrolio si stanno già facendo sentire. L’inflazione è salita a oltre l’80% su base annua ad agosto e il valore della valuta è in rapido calo.
Una situazione di stallo, accompagnata dalle consuete minacce, può rappresentare una strategia non solo per vincere la guerra, ma anche per consolidare e ampliare i progressi essenziali che Washington ha compiuto nel suo più ampio conflitto triennale con l’Iran e i suoi alleati. Non trasformerà il Medio Oriente da sola, ma, indebolendo l’Iran, potrebbe incoraggiare la necessaria moderazione da parte di Teheran.
Michael BG Froman, Presidente del Council on Foreign Relations, aggiunge a questo impegno difficile, costoso e nel medio termine, un rischio perché negli ultimi anni l’impegno della Cina a incrementare le esportazioni e ad ampliare il proprio surplus commerciale, con ogni mezzo necessario, ha minato le aspirazioni di economie avanzate, come gli Stati Uniti e quelle europee, nonché dei paesi in via di sviluppo in Africa, Asia e America Latina. Oggi più che mai vi è un consenso globale sulla natura di questa sfida, ma ciò ha avuto scarso impatto sulla politica cinese.
La capacità del mondo di assorbire la sovraccapacità produttiva cinese si sta avvicinando al punto di rottura. E se quel punto di rottura dovesse arrivare, la conseguenza potrebbe essere una crisi economica globale in un momento in cui i governi sono particolarmente impreparati a gestirne le ripercussioni, per tutti i motivi già segnalati e per i numerosi conflitti armati in corso.
Il modo più sicuro per evitare questa costosa catena di eventi è un riequilibrio preventivo e graduale dell’economia cinese. Questa è da tempo la strada migliore per la Cina verso una crescita più sostenibile, e un percorso che gli USA sostengono da anni. Ma se nei decenni passati era una scelta saggia, ora è una necessità.
Le continue guerre dei prezzi e la sovraccapacità produttiva hanno effetti negativi non solo all’estero, ma anche in patria. Il termine cinese per questo fenomeno è “nei juan”, che si traduce con “involuzione”, un’espressione usata per indicare l’eccessiva concorrenza che spinge le aziende cinesi al limite, con profitti sempre più esigui.
Se il mondo dovesse affrontare una crisi in Cina, è improbabile che Pechino assuma la guida della risposta. Per evitare gli esiti più catastrofici, la Cina deve orchestrare, insieme agli Stati Uniti e ad altre grandi economie, un riequilibrio preventivo e graduale della propria economia. Un approccio coordinato di questo tipo potrebbe replicare lo spirito dell’Accordo del Plaza del 1985, un accordo tra Francia, Giappone, Stati Uniti, Regno Unito e Germania Ovest per intervenire sui mercati valutari al fine di svalutare il dollaro statunitense, eccessivamente sopravvalutato, e ridurre l’ingente deficit commerciale degli Stati Uniti.
In questa potenziale crisi, la Cina soffrirebbe più degli Stati Uniti, compromettendo irrimediabilmente la sua aspirazione a porsi al fianco di Washington come custode responsabile dell’economia globale, e danneggiando le relazioni con i paesi a reddito medio e basso che Pechino ha coltivato per decenni. Ma le conseguenze non colpiranno solo la Cina. Potrebbero propagarsi a cascata nell’economia globale in un modo che non si vedeva dal 2008-2009. Questo è il vero prossimo shock cinese, e dovrebbe essere al centro delle relazioni sino-americane. Gli Stati Uniti hanno l’opportunità di porlo in quella posizione, e un chiaro interesse a farlo.
Perciò, vi è la possibilità che gli Stati Uniti mantengano la leadership mondiale, sul piano economico, strategico e politico, ma le incognite in Medio Oriente, soprattutto in Iran e la spina nel fianco cinese restano i principali nodi da sciogliere da parte degli americani. E l’unico modo per evitare un crack globale, con una guerra mondiale, è lavorare con calma e diplomazia nell’interesse di tutte le Superpotenze.


