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Esteri
Xi e la "muraglia d'acciaio" per Taiwan: ma prima parla con Putin e Zelensky

Xi Jinping vuole una "Grande Muraglia d'acciaio" e sogna Taiwan

Una "Grande Muraglia d'acciaio" composta dalle forze armate cinesi per proteggere la "sicurezza nazionale". E' uno degli obiettivi espressi da Xi Jinping nel suo discorso in chiusura delle "due sessioni", l'appuntamento annuale con le riunioni plenarie del "parlamento" cinese diviso tra Assemblea nazionale del popolo (ramo legislativo) e Conferenza politica consultiva del popolo cinese (ramo consultivo). Una necessità dettata dalle crescenti tensioni con gli Stati Uniti e dalle manovre di Washington nell'area dell'Asia-Pacifico, che Pechino descrive o comunque racconta come votate "all'accerchiamento e alla repressione" della Cina stessa.

In realtà, il discorso di Xi su Taiwan non contiene nuovi elementi. Che la "riunificazione" di Taiwan sia una "aspirazione comune" di tutti i cinesi e che Pechino si opponga "risolutamente all'interferenza di forze esterne, ai separatismi e alle attività indipendentiste e portare avanti il processo di riunificazione della madrepatria" non è certo una novità. Lo ribadiscono tutti i leader della Repubblica popolare cinese dal 1949 in avanti. Anzi, in questa sede Xi ha reiterato la volontà di "promuovere attivamente lo sviluppo pacifico delle relazioni tra le due sponde dello Stretto", senza citare se non implicitamente il possibile ricorso alla forza che altre volte era stato esplicitato in maniera ben più vigorosa.

In ogni caso, al di là delle parole di Xi a parlare sono soprattutto i fatti. Sono stati infatti promossi moltissimi nuovi funzionari provenienti dalla provincia del Fujian, vale a dire esattamente quella di fronte allo Stretto di Taiwan. Tra questi anche il generale He Weidong al ruolo di vicepresidente della Commissione militare centrale. Si tratta dell'ex capo del comando del teatro orientale delle forze armate cinesi, quello che dirige le manovre sullo Stretto di Taiwan e che sotto la sua guida ha compiuto un netto aumento di presenza oltre la "linea mediana", il confine non riconosciuto ma ampiamente rispettato sino alla visitam di Nancy Pelosi dello scorso agosto.

Taiwan sempre più una priorità per Xi Jinping

Nel prossimo futuro non mancano i rischi. Per la prima volta, il ministero della Difesa di Taipei ha ammesso pubblicamente che sono in corso colloqui per la creazione di un deposito di armi e munizioni statunitensi in territorio taiwanese. Qualche settimana fa, per la prima volta il ministro degli Esteri taiwanese Joseph Wu è stato ricevuto a Washington insieme al consigliere per la Sicurezza nazionale Wellington Koo per colloqui legati al settore di difesa. E secondo indiscrezioni Washington avrebbe intenzione di quadruplicare la presenza di suoi consiglieri militari sull'isola.

Non solo. La presidente taiwanese Tsai Ing-wen è attesa negli Usa a cavallo tra fine marzo e inizio aprile. Tsai dovrebbe tenere un discorso a New York il 30 marzo e incontrare qualche giorno più tardi lo speaker repubblicano del Congresso, Kevin McCarthy, in California. Pechino ha già nettamente aumentato la presenza di suoi jet e navi militari sullo Stretto negli ultimi tre anni. Da agosto attraversano sempre più spesso la cosiddetta "linea mediana", confine non riconosciuto ma ampiamente rispettato fino ad allora. E a Taipei si teme ora che il prossimo passo possa essere quello di entrare direttamente entro le 12 miglia nautiche dalle coste taiwanesi, che rischierebbe di portare a una reazione militare taiwanese e dunque a una potenziale escalation.

Ma intanto Pechino si mostra "potenza responsabile" su Medio Oriente e guerra in Ucraina

Non è certo detto che Xi voglia un'escalation nel breve periodo, anche perché nel gennaio 2024 sono in programma le elezioni presidenziali a Taiwan che potrebbero anche riportare al potere il Kuomintang, che posizioni molto più dialoganti nei confronti di Pechino. Senza contare il tentativo cinese di fare la parte di "potenza responsabile" e "garante della stabilità" in diversi teatri globali. Dopo aver ospitato a Pechino la firma dello storico accordo che fa ripartire le relazioni tra Arabia Saudita e Iran, arriva ora la doppia indiscrezione per certi versi clamorosa: la visita a Mosca per un incontro con Vladimir Putin la prossima settimana e a seguire un colloquio con Volodymyr Zelensky.

Sarebbe il primo dialogo tra Xi e il presidente ucraino, a testimoniare la volontà cinese di giocare un ruolo più proattivo in politica estera, compreso il conflitto in corso alle porte dell'Europa. Difficile che la Cina possa davvero diventare il grande mediatore, ma la postura di facilitatore può avvantaggiarla moltissimo nei suoi rapporti con i paesi europei e i suoi vicini asiatici preoccupati dalla possibile apertura di un secondo fronte orientale. Ma la visita al Cremlino in anticipo rispetto a quanto si diceva (si prevedeva tra aprile e maggio) potrebbe anche significare la volontà di provare a giocare la parte di "poliziotto buono" prima di far passare gli Usa come "poliziotto cattivo" e creatori di instabilità con la visita di Tsai. Taiwan, si torna sempre lì.

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