Di Marco Scotti
@marcoscotti83
Renzi ne ha fatto un vessillo: ridurre i costi e gli sprechi del settore pubblico. E chi può contraddirlo? Peccato che in Italia questo significhi, il più delle volte, tagli lineari che poco hanno a che vedere con la riduzione sistemica degli sprechi e che invece generano danni a volte gravissimi. È il caso dell’azienda ospedaliera di Roma San Camillo – Forlanini. I due ospedali, ormai unificati da qualche tempo, dovranno essere definitivamente accorpati con la chiusura del secondo. Tutti i reparti dovranno essere trasferiti presso il San Camillo, con conseguente riduzione dei posti letto. Si dirà: i due poli sorgono a poche decine di metri l’uno dall’altro, che senso ha tenerli in vita? Il senso c’è, eccome. Il Forlanini è un centro di eccellenza oftalmologica, oltre ad avere un’importante sezione di ematologia e donazione di sangue. Ma è necessario tagliare: e allora via con la chiusura degli ospedali.
Il primo a tentare di accorpare le due strutture fu Francesco Storace che, per ridurre il debito della Regione Lazio, pensò che fosse necessario vendere l’area su cui sorge l’ospedale Forlanini. In quel modo, grazie a un processo di dismissione, si sarebbe potuto incidere sull’indebitamento. Ma non aveva fatto i conti con gli eredi del nobile romano che negli anni ’70 del XIX secolo cedette alla città di Roma l’area – enorme – su cui sorge l’ospedale con un contratto vincolatissimo. In esso è scritto in maniera inequivocabile che la zona può essere destinata esclusivamente all’assistenza ai malati (in origine era un sanatorio per la cura della tubercolosi). L’area è circondata da mura che la proteggono dall’esterno e, al suo interno, ha un teatro, un museo anatomico e un parco botanico con specie vegetali rare. Il tentativo di alienazione fallì perché gli eredi fecero valere il contratto di cessione, minacciando di riprendere interamente il controllo sull’area.
Oggi la giunta guidata da Zingaretti ci riprova: entro il 31 dicembre scorso il Forlanini avrebbe dovuto chiudere, ma i dipendenti e gli abitanti del quartiere Portuense-Vigna Pia sono riusciti a ottenere una proroga. I bene informati sostengono che questa volta l’operazione riuscirà: l’area sarà ceduta a uno dei grandi nomi dell’immobiliare romano, che potrà edificare nella zona a suo piacimento. E gli eredi? Pare che abbiano accettato di dividere i proventi della cessione con la Regione Lazio. Attualmente, oltre al centro di ematologia e donazione del sangue, rimangono aperti solo oftalmologia e pneumologia, oltre a qualche ambulatorio. Ma il destino della struttura pare segnato. Un medico di ematologia raccontava che i dirigenti della Regione, incaricati di ridurre le spese del Forlanini prima di chiuderlo definitivamente, avevano fissato dei paletti che poco hanno a che vedere con il buonsenso: avevano richiesto per il 2014 un incremento del 10% delle donazioni di sangue a fronte di una riduzione del 10% del materiale. Si badi bene, non stiamo parlando di guanti e garze, ma dei kit necessari per procedere al prelievo di sangue. E visto che quelli sono necessariamente monouso – a meno che qualche manager illuminato non decida di riutilizzarli per più sessioni – come si può incrementare il numero di donazioni a fronte di una diminuzione degli strumenti necessari per praticarle? Un controsenso che dimostra come la spending review sia spesso e volentieri un nome di facciata, dietro il quale si nascondono incompetenza e pressapochismo. A discapito del cittadino.
