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Riforma delle Popolari: un regalo alla speculazione

I “rumors” incautamente lasciati trapelare dal governo sulla decisione di varare una riforma radicale delle banche popolari che eliminerebbe dall’ordinamento la clausola caratteristica di questo vastissimo settore bancario (pari al 30% del mercato), cioè il cosiddetto voto capitario, sta facendo impazzire la Borsa

di Sergio Luciano

La speculazione è servita. I “rumors” incautamente lasciati trapelare dal governo sulla decisione di varare una riforma radicale delle banche popolari che eliminerebbe dall’ordinamento la clausola caratteristica di questo vastissimo settore bancario (pari al 30% del mercato), cioè il cosiddetto voto capitario, sta facendo impazzire la Borsa. I titoli di tutte le banche popolari più importanti stanno strappando al rialzo con crescite da boom: Bper +6%, Ubi Banca +5,20%, Banco Popolare +9,38%, Popolare di Sondrio +5,60%, Credito Valtellinese  7,86%, Bpm  +8,66% teorico.

Perché? Semplice: perché se passasse davvero la riforma come pare che l’abbia pensata Renzi, tutte queste banche cambieranno padrone. Oggi sono cooperative e appartengono a decine di migliaia di piccoli soci, i quali – in assemblea – votano per un’azione a testa, semmai cumulando fino a 5 deleghe (in genere) per ciascuno, a prescindere dal fatto che il loro investimento sia davvero pari a una sola  azione o a un milione di azioni. La riforma ventilata sui giornali dopo i gossip filtrati da Palazzo Chigi – replicando le peggiori abitudini della Prima Repubblica, lanciare a mezzo stampa dei ballon d’essai prima di divulgare norme delicate per misurarne le reazioni, peccato che in materia finanziaria questo costume possa sconfinare nell’aggiotaggio – ne imporrebbe la trasformazione in società per azioni, ed eliminerebbe anche il limite dell’1% vigente in quasi tutti gli Statuti delle popolari al possesso azionario del singolo socio. Insomma, le popolari con questa ipotizzata riforma diventerebbero facile preda delle banche ordinarie: il tutto, sempre secondo i gossip governativi, per indurre un processo di concentrazione tra gli istituti della categoria, necessaria – secondo i loro detrattori – per perseguire superiori esigenze di stabilità patrimoniale del mercato creditizio.

Questa tesi, da tempo cara anche alla Banca d’Italia, è però smentita dai numeri, che vedono al contrario nel settore delle popolari degli indici di sofferenze inferiori a quelli medi del sistema bancario complessivo. Certo, gli ultimi “stress test” europei hanno visto in difficoltà un paio di popolari, ma nessuna sui livelli raggiunti dal Montepaschi – una grande banca non popolare messa sull’orlo del crack da una gestione scriteriata – o sui livelli raggiunti da Unicredit, prima dell’ottimo livello attuale di controllo e rilancio. Alcune banche popolari hanno indubbiamente conosciuto fasi di eccessiva politicizzazione – prima fra tutte le Popolare di Milano – ma niente in confronto ai guasti fatti in altri Paesi e anche in alcune banche italiane dalle cattive gestioni classiche indotte dagli azionariati classici.

La verità è che riformare (cioè eliminare) le popolari conviene oggi, in tutta Europa, alla lobby della Goldman Sachs e della grande finanza internazionale – i cosiddetti “poterti forti” – che deve trovare nuovi cespiti patrimoniali sui quali spalmare i propri problemi e individuare nuove prede su cui lanciare un processo di crescita dimensionale che, a farsi tra “grandi”, costerebbe troppo e richiederebbe troppo tempo. Più o meno consapevolmente, il governo – attaccando il credito cooperativo – si rende complice di un disegno che contraddice la storia migliore dell’economia italiana perché va a colpire uno spicchio rilevante e complessivamente sano di quell’economia cooperativa che Renzi aveva invece dato a vedere di voler valorizzare chiamando nel suo gabinetto come ministro del Lavoro il presidente della Lega Giuliano Poletti. Alla faccia della valorizzazione.