Aumento del livello del mare, scioglimento dei ghiacci, eventi metereologici estremi, temperature sempre più calde: indicatori di una crisi sempre più preoccupante che non intende arrestarsi, bensì accelerare. Secondo, infatti, il principale centro per le previsioni climatiche dell’Organizzazione metereologica mondiale, il Wmo, da qui ai prossimi quattro anni il pianeta assisterà all’ennesimo aumento record della temperatura, battendo quello- già negativo- del 2016. La fatidica soglia dei 1,5 gradi centigradi globali- rivela il report Wmo- potrebbe venir sorpassata da qui a qualche anno, con un 40% di probabilità. “Queste sono semplici statistiche- ha dichiarato il segretario generale del Wmo.- L’aumento delle temperature significa più ghiaccio che si fonde, livello del mare più alto, più ondate di calore e altri fenomeni meteorologici estremi, e maggiori impatti sulla sicurezza alimentare, la salute, l’ambiente e lo sviluppo sostenibile”. Per salvare la biodiversità, il pianeta e la nostra stessa sussistenza occorre compiere “azioni urgenti e su larga scala”, ha sottolineato il leader internazionale Wff sul Clima ed Energia. “Non possiamo permetterci di fare passi indietro sul mantenimento della temperatura globale sotto 1,5 gradi centigradi”, ha poi concluso.
Una situazione “allarmante” che di fatto (molto presto) potrebbe diventare “insostenibile”. Per raggiungere gli impegni climatici di neutralità carbonica e mantenere la temperatura sotto la soglia stabilita dagli Accordi di Parigi non basterà prendere atto dei “numeri”, bensì ripensare al “sistema”, alla “struttura”, dentro la quale questi dati prenderanno forma. A rivelarlo l’ultimo report di State of Finance for Nature pubblicato dalle Nazioni Unite che indica la strada verso un ripensamento della struttura economica, attraverso la quale si potrà effettuare il “cambio di passo” tanto atteso. Per “salvare il pianeta”, “la biodiversità”, “l’ambiente” occorre innanzitutto direzionare gli investimenti in modo differente, ripensarli completamente, mettendo al centro non il profitto personale ma l’interesse naturale. “Da qui al 2050 serviranno 8,1 mila miliardi di dollari per riuscire ad affrontare il cambiamento climatico”, rivela il report Onu.
Questo significa che “gli investimenti annuali in soluzioni basate sulla natura dovranno triplicare entro il 2030 e quadruplicare entro il 2050 rispetto agli attuali investimenti in soluzioni basate sulla natura di 133 miliardi di dollari”, sottolinea il rapporto. “Superare questo gap di investimenti, ponendo la natura al centro del processo decisionale economico del futuro, accelerare rapidamente i flussi di capitale verso soluzioni innovative, sia nel settore pubblico che privato è il prossimo passo da compiere”, avvertono gli autori del report. Per colmare il divario finanziario di 4,1 trilioni di dollari tra oggi il 2050 è necessaria una “trasformazione strutturale”, a cominciare dall’era “post covid”: ripensare quindi a un’economia più sostenibile, che non riproponga più dannosi sussidi agricoli e per i combustibili fossili, ma che sia in grado di creare altri incentivi economici e normativi.
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In tale quadro un’attenzione particolare va rivolta alla “continua perdita degli spazi naturali, comprese le foreste, diventata ormai un rischio per l’economia globale”: negli ultimi dieci anni, il 26% della perdita globale di copertura arborea è stata causata dalla produzione di soli sette prodotti agricoli, tra i quali bestiame, palma da olio, soia, cacao, gomma, caffè e fibra di legno e “salvo grandi cambiamenti, il pedaggio per le foreste e altri spazi selvaggi continuerà a salire, mettendo in pericolo le industrie che dipendono dalle risorse naturali”. Associazioni come Unep, Wef ed Eld sottolineano che “investire nella natura sostiene la salute umana, animale e planetaria, migliora la qualità della vita e crea posti di lavoro. Tuttavia, la natura attualmente rappresenta solo il 2,5% della spesa per gli stimoli economici previsti per il post Covid-19. Anche il capitale privato dovrà essere aumentato drasticamente per colmare il divario di investimenti. Lo sviluppo e l’aumento dei flussi di entrate dai servizi ecosistemici e l’utilizzo di modelli di finanza mista come mezzo per accumulare il capitale privato sono tra le suite di soluzioni necessarie per realizzare questo obiettivo, che richiede anche la condivisione del rischio da parte di entità del settore privato”.
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“La perdita di biodiversità sta già costando ogni anno all’economia globale il 10% della sua produzione. Se non finanziamo a sufficienza soluzioni basate sulla natura, avremo un impatto sulle capacità dei Paesi di compiere progressi in altre aree vitali come l’istruzione, la salute e l’occupazione- ha sottolineato la direttrice dell’Unep Inger Andersen-. Se non salviamo la natura ora, non saremo in grado di raggiungere uno sviluppo sostenibile. Il rapporto è un campanello d’allarme per i governi, le istituzioni finanziarie e le imprese affinché investano nella natura, compresi la riforestazione, l’agricoltura rigenerativa e il ripristino del nostro oceano. “I Paesi e i leader dell’industria avranno l’opportunità di farlo ai prossimi vertici riguardanti clima, biodiversità, degrado del suolo e sistemi alimentari e nel contesto del Decennio dell’United Nations Decade on Ecosystem Restoration (2021-2030)- ha continuato Andersen- Proteggere le riserve naturali di carbonio come foreste, torbiere e l’oceano non è un sostituto per la decarbonizzazione dell’economia globale, ma piuttosto è parte di una soluzione a lungo termine per salvaguardare la Terra e il suo clima”.
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I prossimi mesi saranno infatti densi di incontri importanti, a cominciare da Glasgow 2021. Opportunità cruciali per slanciare l’economia verso una direzione sostenibile e limitare il riscaldamento globale a 1,5° C sopra i livelli preindustriali. Ivo Mulder, tra gli autori dello studio a capo della climate finance unit dell’Unep ha dichiarato: “I flussi finanziari dovrebbero lavorare con la natura piuttosto che contro di essa. Si tratta di un’opportunità in più per vedere come si può continuare a fare business, come possono i governi continuare a crescere economicamente, ma farlo in un modo più equo e sostenibile. Non è impossibile”. “Un fallimento nell’aumentare gli investimenti per la natura minaccerebbe gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, mentre più specie animali e vegetali andrebbero perse”, aggiunge Mulder.
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Nella finanza climatica, secondo la Climate Policy Initiative, gli investimenti del settore privato rappresentano la maggior parte dei flussi di capitale, ovvero il 56%. E sempre secondo il report l’aumento progressivo del capitale privato basata su soluzioni che vedono la natura al centro, “sarà una delle sfide centrali dei prossimi anni”. “Investitori, sviluppatori, produttori di infrastrutture di mercato, clienti e beneficiari possono svolgere un ruolo nella creazione di un mercato nel quale le soluzioni basate sulla natura accedono a nuove fonti di reddito, aumentano la resilienza delle attività commerciali, riducono i costi o contribuiscono alla reputazione e allo scopo”, evidenziano gli esperti.
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Ma nonostante ciò, resta ancora molto fare per creare una domanda “basata sugli interessi naturali”. Nel frattempo però “i governi devono creare l’ambiente favorevole che permetta che ciò accada”, avverte il report. E questo come? Per esempio, “rivedendo le politiche agricole e le tariffe e sviluppando tassonomie per determinare cosa è sostenibile e cosa non lo è”, sottolineano gli esperti. “Le imprese e le istituzioni finanziarie devono anche condividere il rischio e impegnarsi ad aumentare i finanziamenti e gli investimenti in soluzioni basate sulla natura in modo ambizioso, con chiari obiettivi a tempo determinato. Un percorso d’azione per il finanziamento della natura, che agisce come una visione condivisa, può guidare le decisioni sull’utilizzo del suolo a sostegno di sistemi naturali sani e dello sviluppo sostenibile”. Di certo direzionare gli investimenti secondo logiche differenti non rappresenta l’unica soluzione possibile contro il cambiamento climatico. E nemmeno potrà profondamente decarbonizzare tutti i settori economici, ma- secondo il report- si tratta di un contribuito in grado di “mitigare” e “adattare” la crisi in corso.
