“Quel mozzicone di stoffa che è la cravatta semplifica la vita e rende rispettabili. Io, invece, fin da ragazzo le mie idee me le sono messe addosso. Non ho mai dovuto aprire una ventiquattr’ore per mostrare il campionario, ero un teatro ambulante, un libro aperto.”
In questa frase c’è tutto Renato Zero: la diffidenza per le divise del perbenismo e, insieme, l’orgoglio di chi ha scelto di farsi linguaggio vivente. La cravatta, per lui, non è eleganza: è scorciatoia sociale, il lasciapassare buono per sembrare seri senza dover dire troppo. Lui invece ha fatto l’opposto: non si è travestito per farsi accettare, si è esibito per farsi riconoscere.
L’apparenza e l’intima realtà
Quando dice di essersi “messo addosso le idee”, Zero rivendica una cosa semplicissima e potentissima: l’identità non si archivia in una ventiquattr’ore e non si sfodera all’occorrenza come un campionario da rappresentante. Si vive, si indossa, si paga anche. E infatti il suo “teatro ambulante” non era pura provocazione, ma un modo di stare al mondo: vistoso, certo, ma mai falso.
In fondo, è una lezione ancora attuale. In un Paese dove spesso si scambia la rispettabilità per autenticità, Renato Zero ricorda che essere credibili non significa sembrare in ordine, ma avere il coraggio di mostrarsi per ciò che si è. E lui, da questo punto di vista, è stato ed è un libro aperto con le paillettes al posto del segnalibro.


