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Libri & Editori
Gender, progresso, politically correct: il rischio di un mondo di ominidi

E’ uscito in questi giorni un nuovo saggio di Alberto Contri, docente di comunicazione sociale all'Università IULM di Milano e consulente di CSR. Attivo da oltre 50 anni nel mondo della comunicazione, le sue variegate esperienze professionali gli hanno permesso di conoscere dal vivo i meccanismi delle imprese, dei media e del potere.

Dopo McLuhan non abita più qui? (Bollati Boringhieri 2017) sull'intrigante tema della costante attenzione parziale, è appena uscito un suo pamphlet, La sindrome del Criceto (Edizioni La Vela) che analizza i danni del politically correct, che in questo momento sono diventati particolarmente evidenti. Mi spiega innanzitutto il titolo?

La natura ha dotato il criceto di una grande capacità di correre veloce per sfuggire ai predatori. Ma ora che è diventato un animale da compagnia, non ha più bisogno di fuggire a gambe levate. Non essendo libero di scorrazzare, ha a sua disposizione solo la ruota. Correndo si mantiene in forma, liberando inoltre le endorfine che gli evitano di cadere in depressione. Ma la sua corsa serve solo a lui. Non è stato così difficile individuare criceti umani ovunque, che hanno corso e corrono solo per sé stessi, lasciando il paese nella tragica situazione in cui si trova.

Nel saggio lei non si limita a stigmatizzare i comportamenti di giornalisti televisivi, imprenditori e politici molto esperti in questa egocentrica attività, ma ci mette in guardia dalla preoccupante deriva antropologica provocata dalla mitizzazione dell'Intelligenza Artificiale e dalla promozione della teoria Gender, che afferma l'inesistenza del sesso biologico a fronte di quello che uno si può scegliere a seconda delle proprie inclinazioni.

La mitizzazione dell’innovazione tecnologica e la promozione del trans-umanesimo rischiano di creare un mondo popolato da ominidi sempre più controllabili da remoto, e pure manipolabili ad opera dei giganti del web che gestiscono i dati di ognuno. Mentre la sconsiderata diffusione delle teorie gender favorisce la trasformazione delle persone in esseri neutri, senza identità né storia e tradizione, in balia delle proprie voglie, come ha sottolineato papa Ratzinger. Da un lato si sostiene che tutto ciò che è possibile è giusto, senza porsi limiti di carattere etico nella ricerca e nell'innovazione, sperimentando tutte le possibili e avventurose ibridazioni. Dall'altro si trasforma il doveroso rispetto verso qualunque tipo di scelta sessuale in un attacco alla famiglia tradizionale, che è l'unica in grado di dare la vita a dei figli con i metodi previsti dalla natura. Secondo i promotori della legge contro l'omofobia, ad esempio, già il fare un'affermazione del genere dovrebbe essere passibile di sanzione.

Non teme l'assalto dei circoli LGBT, oggi particolarmente attivi in ogni ambiente?

No. Sono già stato oggetto di calunnie e tentativi di intimidazione per aver sostenuto sui social media che i figli nascono dall'incontro tra un uomo e una donna. Ma sono ancora qui, anzi nel mio pamphlet rincaro la dose, perché stigmatizzo il fatto che certe imprese si vantino addirittura di organizzare corsi di Gender per i figli dei dipendenti, e critico gli insegnanti che li inseriscono nei programmi scolastici. Nel saggio ho inserito ampi stralci di un saggio dell'avvocato Elisabetta Frezza (Malascuola), che dimostra per tabulas come la teoria Gender sia un'invenzione creata a tavolino, fatta diventare una filosofia di vita del tutto normale grazie ad una potente lobby medico-scientifica e giornalistica. E non solo. Oggi ci sono pure rinomate società di consulenza aziendale che convincono le imprese a promuovere le teorie gender perché in tale modo si vende di più...

Lei costruisce i suoi saggi corredandoli di molte ed autorevoli citazioni, riportando casi, riprendendo

spesso articoli di altri. Come mai?

Io ho cominciato la mia carriera in pubblicità come copywriter, e pur passando poi a ruoli manageriali, sono sempre rimasto tale. Un creativo deve leggere molto, informarsi, trovare solidi supporti alle sue affermazioni. Inoltre, occupandomi spesso di medicina, di scienza e di tecnologia, preferisco dare la parola ai veri esperti di queste materie, in omaggio ad un vecchio ma sempre valido aforisma: “Ho visto lontano perché sono salito sulle spalle dei giganti”. Ad esempio, sono stato felicissimo di scoprire che una indiscussa autorità nel campo dell'informatica, il prof. Federico Faggin, che è l'inventore del microchip, abbia più volte dichiarato: “Ma siamo matti? La nostra massima aspirazione sarebbe dunque quella di diventare dei robot? Ho impiegato trent’anni di studi e ricerche per capire che non potrà mai esistere un computer con una coscienza”.

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O di leggere sul Corriere della Sera una lapidaria affermazione di Marc Mezière, direttore dell’Ecole Normale Superieure di Parigi: “L’intelligenza artificiale non è intelligente”. Analogamente mi ha colpito una dichiarazione di Stefania Bandini, direttore del Complex Systems & Artificial Intelligence Research Center dell’Università Bicocca di Milano: “Viviamo nell’oscillazione tra una visione utopica dell’intelligenza artificiale, con le macchine al servizio degli uomini, e la visione distopica di tanta filmografia che ci ha mostrato quanto possano essere minacciose per l’umanità alcune applicazioni dell’Intelligenza Artificiale".

E a proposito della teoria Gender?

Ho voluto ricordare innanzitutto papa Francesco, che viene sempre citato dai circoli omosessuali quando sostiene con forza “la dignità e il diritto a non essere discriminati di quanti non si sentono rappresentati dal loro sesso biologico”. Peccato che venga però bellamente censurato quando evidenzia i pericoli derivanti dall’ideologia gender, da lui definita “la modalità più specifica attraverso cui oggi il male si fa presente e agisce […] Nel gender si vede come un’idea vuole imporsi sulla realtà, e questo in manie­ra subdola. Vuole minare alle basi l’umanità in tut­ti gli ambiti e in tutte le declinazioni educative pos­sibili, e sta diventando un’imposizione culturale che, più che nascere dal basso, è imposta dall’alto da al­cuni Stati come unica strada culturale possibi­le a cui adeguarsi”.

Ho poi riportato per intero la recente, clamorosa confessione di uno dei massimi teorici del Gender, il canadese Christopher Dummit, pubblicata sulla prestigiosa rivista di cultura interdisciplinare Quillette, ma del tutto ignorata dai mass media: “Mi sono inventato tutto. E sono molto sconfortato nel vedere che i punti di vista che sostenevo con tanto fervore, ma senza fondamento, sono stati accettati da così tanti nella società di oggi”.

Non ho tralasciato di citare le vere e proprie stupidaggini commesse da imprese di grande tradizione, come ad esempio la Procter & Gamble, che ha eliminato il simbolo di Venere dalle confezioni dei prodotti di igiene intima femminile Always per non offendere i clienti che non si identificano come donne. Ho voluto anche segnalare le imprese, quelle dei media in testa, che sponsorizzano i Gay Pride sempre più spesso teatro di esibizioni oscene, in cui delle drag queen leggono ai bambini la favola del Piccolo Uovo, per spiegare loro “come la famiglia omogenitoriale stia soppiantando quella tradizionale”.

Poiché non ho mai capito per quale motivo chi si rivolge alla famiglia con prodotti e programmi televisivi si sia così incaponito nel cercare di distruggerla, ho chiesto un parere in merito a Giuseppe Minoia, presidente onorario di GFK-Eurisko, rinomata società di ricerca sociale. Ecco un brano del suo commento: “Ci si chiede perché le grandi marche, i megabrand planetari stiano con tanta acribia cavalcando il politicamente corretto, rasentando a volte il ridicolo comportamentale. Forse perché temono di non apparire up to date, forse perché temono di perdere il segmento dei nuovi millennial. Ma io consiglio loro di tornare a porre attenzione al mainstream”.

Consiglio già messo in pratica ancora prima di leggerlo: analizzando tutti gli spot pubblicitari andati in onda durante il lockdown, si rileva la presenza unicamente di famiglie tradizionali, insieme a una costante celebrazione dei valori più veri e naturali. Quasi a testimoniare che di fronte ad una grande paura, si lascia da parte ogni sovrastruttura non essenziale e non naturale.

La questione del politicamente corretto è di grande attualità, con l'abbattimento delle statue di personaggi storici sospettati di aver tenuto comportamenti razzisti.

Ritengo che oramai il politicamente corretto sia diventato sintomo di una nuova forma di stupidità collettiva, e venga sbandierato da chi ama sentirsi dalla parte giusta per semplice e poco impegnativa definizione. Nel pamphlet riprendo un editoriale dell'Economist, periodico tutt'altro che conservatore e oscurantista, in cui la redazione mostra una notevole ed oggettiva onestà intellettuale: "Le quote costringono le aziende e le università a valorizzare di più le identità che la competenza. Una orwelliana “polizia del pensiero” censura le opinioni politiche e sociali, la lingua, e persino i costumi di Halloween. Qualsiasi opinione contraria all’ortodossia libertaria si scontra con una forma di tolleranza zero che etichetta chi la esprime come razzista, omofobo o transfobico. I gruppi di minoranza stanno imponendo i loro valori e i loro stili di vita a tutti gli altri”. Mi piace ricordare che il titolo in copertina era: La dittatura della tolleranza.

Last but not least, cito un antropologo/paleontologo di fama internazionale, il prof. Fiorenzo Facchini, il cui pensiero si inserisce a perfezione nel dibattito sull'ipotetica legge contro l'omofobìa: “La lotta contro l’omofobia va fatta in nome dei diritti e della libertà della persona, ma non deve trasformarsi in propaganda ideologica. Nessuno può essere discriminato nella dignità e nei diritti, neppure nel comportamento sessuale, ma ciò non deve comportare propaganda per l’ideologia o la teoria del genere. Imbavagliare le opinioni in nome della lotta all’omofobia diventa intolleranza nel momento stesso in cui la si vorrebbe contrastare. Sarebbe un grave passo indietro nell’applicazione dei diritti civili, un’espressione da regime che non trova alcuna giustificazione in una società democratica”.

Ho scoperto molto altro, ma non voglio togliere ai lettori il piacere di scoprirlo da soli. Piuttosto mi pare molto interessante la pars construens con cui si conclude il saggio: la proposta di un movimento d'opinione che cerchi di arginare il degrado che sta trascinando il paese nel baratro.

Si tratta dei "GRU - Gruppi di Resistenza Umana”, proposti con l’avallo del filosofo Salvatore Veca, che interviene nel saggio con una sua postfazione dal titolo "Pensare il futuro con sguardo umano" . I GRU voglio essere un movimento d’opinione che intende promuovere la forza delle idee basate sull’educazione, lo studio, la formazione, l’approfondimento, la condivisione del sapere, l’amore per la cultura, la promozione della dignità dell’uomo e il rifiuto del relativismo etico. Alla ricerca di un vero umanesimo integrale che sappia combinare tradizione e innovazione. Tutti obiettivi che oggi sembrano spariti dal nostro orizzonte.

Il primo traguardo è ritrovarsi, riconoscersi, tra quanti la pensano in questo modo, e intendono impegnarsi nel mettere in pratica i valori del Manifesto dei GRU nel proprio ambiente familiare e di lavoro. Condividendo con tutti gli aderenti eventuali progetti concreti ritenuti in grado di meglio raggiungere gli obiettivi prefissati. Per questo è necessario che chi intende coinvolgersi in questa avventura, invii la propria adesione (ed eventuali proposte o suggerimenti) all'indirizzo: scriviagru@protonmail.com

In molti hanno sentenziato che dopo il passaggio della pandemia, nulla sarà più come prima. Forse c’è proprio da augurarselo: perché di fronte alla ritrovata coscienza delle giuste proporzioni tra l’uomo e il creato, se ci rimbocchiamo sul serio le maniche "con sguardo umano", potrebbe essere assai meglio.

 

 

 

 

 

 

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