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“Noi, il ritmo. Taccuino di un poeta per la danza (e per una danzatrice)

“Noi, il ritmo. Taccuino di un poeta per la danza (e per una danzatrice)” di Davide Rondoni

Accade che “nel leggere una poesia o nel guardare una danza occorre credere a quel che si vede. Cosa a cui siamo disabituati”, così scrive Davide Rondoni in “Noi, il ritmo. Taccuino di un poeta per la danza (e per una danzatrice)” pubblicato da “La nave di Teseo”. Qui sono contenuti versi e prosa, d’altronde la vita cos’è se non una commistione di idillio, piacere, di quiete, o di disarmonico equilibrio. Il conflitto non è contemplato. In questa congiuntura. È opportuno infatti, notare l’assenza di inquietudine: non compare l’inquieto, o forse soggiace tra le ceneri fumanti.

Il “Taccuino” di Davide Rondoni è un inno alla vita. È un insegnamento a conoscere la poesia attraverso l’immagine della danza: una metafora che può anche caratterizzare l’intreccio tra un uomo e una donna, il poeta e la danzatrice. Intriga tra le righe una comparazione che conduce verso l’inarrivabile: la coscienza, o ancora l’“autocoscienza”. Ma la poesia è anche il coraggio di dirsi folli sapendo di mentire. È la perversione di affermare la verità in un mondo che di verità non ne vuol sentir parlare. La verità offende. E allora non resta che al poeta, alla danzatrice di cambiare rotta, niente navigazioni su terra o su mare ma per cielo. Si vola. È il sogno.

In un immaginifico incontro tra se stesso e l’altro sé, o gli altri sé, - fate voi, - il dialogo denso, elegante, infuocato in alcune lettere, si dipana mentre in una di queste Rondoni denuncia: “la dignità della bellezza. E la si sputtana facilmente negli ambienti artistici. Senza nemmeno il conforto di potere (se non pallidi simulacri) e di denaro (quasi sempre spiccioli)”. Screditare nel clamore la propria persona in uno spettacolo mercificato privo di apparenti regole controllato da marionettisti guida all’avanzamento nell’abisso; ma c’è Davide Rondoni, il traghettatore: ci accompagna nella bellezza della danza, della musica, in un dialogo passionale tra il ritmo del divenire silenzio e ascolto. “Noi, il ritmo” non è definibile, per fortuna, si può definire il proscenio ma non la scena di un futuro percorribile solo volando: distaccando l’anima dal corpo, lasciarla librare nell’etere; in siffatto modo, chissà, si potrà percepire il magma incandescente di ciò che è scritto in questo “taccuino”. “Il cuore deve divenire una piuma. La danza alleggerisce il movimento, la poesia sgrava la lingua di ogni necrosi”; e ancora si legge: «Chi abita nella danza è a disagio nei movimenti del mondo. / Chi abita nella poesia è a disagio nelle parole del mondo. / La poesia non è “danza delle parole”. / È danza del mondo. Nelle parole». Inoltre, nell’oltre, Rondoni invoca i grandi poeti del passato, dell’Oggi. Fornisce delle coordinate (nello specifico dà delle dritte) per comprendere o almeno conoscere il “limite del vissuto” e nel gioco delle parti educare alla parola, alla sua magnificenza, al ritmo che esprime permettendo a ciascuno di danzare, liberi di scegliere il proprio ritmo, ma altrettanto di farlo per innamorarsi della vita, della poesia, di sé, per evitare vacui stordimenti perché la poesia è un continuo viaggio, un incessante “sì” alla vita. Una danza della vita. Ma non uno spettacolo. Né mercanzia. È la filosofia dell’esserci in un linguaggio dell’esistere. È d’obbligo narrarla. 

Nella substantia, “Noi, il ritmo” di Davide Rondoni è “Il canto della danza” di Friedrich Nietzsche: Zarathustra nel bosco vede delle fanciulle danzare e le chiede di non smettere, si presenta “io sono l’avvocato di Dio davanti al diavolo: e questo è lo spirito di gravità. Come potrei io, o voi lievi, essere nemico delle divine danze? O dei piedi delle fanciulle dalle belle caviglie? Certo, io sono una foresta e una notte di alberi scuri: ma chi non ha paura della mia oscurità trova anche, sotto i miei cipressi, declivi di rose”.  E aggiunge, “voglio cantare un canto per la sua danza: un canto di danza e di beffa contro lo spirito di gravità, mio demonio pessimo e massimo, di cui dicono che è il signore del mondo. E questo è il canto che Zarathustra cantò mentre Cupido e le fanciulle danzavano insieme” (in Così parlò Zarathustra). Altrettanto qui, Cupido e la danza, Eros e la poesia. Questo comporta un “Diventare persone” attraverso la poesia e l’amore. La saggezza di un equilibrio senza tempo. Di un tempo senza equilibrio: ecco che in “Noi, il ritmo” si fa ingresso in un tempio della scrittura la quale danza componendo lettere, impressioni, poesie, nel mezzo il direttore d’orchestra, Davide Rondoni, guida la parola permettendo al lettore di viverla carnalmente. Nella leggerezza di un sogno. Pronto a levarsi in volo.                                        

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