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Conflitto Israele-Gaza, l’orrore della guerra e i nostri (penosi) talk show
Guerra in Israele

Guerra Israele, nessuno può oggi dire se la pace sarà mai realizzabile:  l’unica disarmante consapevolezza è che siamo tutti condannati a convivere

Le contabilità dei crimini di guerra e di terrorismo servono solo ad esacerbare gli scontri fra gli uomini. In questi giorni si è parlato molto della differenza fra azioni terroristiche, come quelle commesse da Hamas, e azioni di guerra, come i successivi bombardamenti commessi dagli israeliani; poi ci sono le stragi figlie di nessuno per le quali le parti in campo si accusano a vicenda (è successo in Ucraina e sta succedendo proprio in queste ore a Gaza). A questo punto si tirano in ballo il diritto internazionale e le risoluzioni dell’Onu (disattese da entrambe le parti), quando forse è troppo tardi e si dovrebbe tornare solo al buon senso che in politica è la realpolitik.

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C’è senza dubbio una differenza fra chi uccide a sangue freddo un civile a un rave e chi spara a un soldato mentre cerca di fuggire anche se l’obiettivo di entrambi è eliminare un “nemico”, ma ciò che rileva è anche il momento in cui avviene (pensiamo ad esempio a cosa successe dopo l’11 settembre); qualche alleato di chi si sente colpito da una dura reazione potrebbe poi sentirsi in dovere di entrare in gioco (pensiamo all’Iran oggi) e così avviando una pericolosa spirale le guerra globale.

Certo che ha senso stare ora con Israele, ma fino a che punto è possibile considerare legittima la sua reazione? Radere al suolo un popolo o portarlo alla fame ha senso? Il solito schieramento fra tifosi israeliani e tifosi palestinesi (come avviene nei nostri sempre più inqualificabili talk show) a che serve? La reazione è legittima sole se è finalizzata a proporre una soluzione che non potrà che essere un’accordo politico.

La colpa del governo israeliano è stata quella di non ricercarlo quando la situazione lo consentiva, nel frattempo le cellule terroristiche hanno ulteriormente proliferato. Una democrazia, quale è Israele (dove si vota con maggiore frequenza che altrove), ha il compito di non abbassarsi al ruolo dei carnefici che l’hanno colpita, ha il dovere di reagire duramente (e qui non servono vigliacchi distinguo) ma nello stesso tempo immaginare una soluzione (come invita a fare l’Onu) con una controparte che non potrà essere Hamas ovviamente, perché Hamas non rappresenta il mondo musulmano.

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Se invece diciamo che va estirpato un risentimento religioso (quello musulmano) alla radice uccidendo intere generazioni allora questa è un’altra partita che lascerei alle curve sud del dibattito nostrano. Invece preferisco ricordare le parole sensate che ho letto in questi giorni su Il Domani a firma di Gabriele Segre: “La storia è piena di elaborati progetti di sterminio: tutti falliti. Perché anche quando l’obliterazione di un popolo si compiesse per mano del suo prossimo, continuerebbero a convivere forzatamente le memorie di entrambi (…). Nessuno può oggi dire se la pace sarà mai realizzabile e se sarà quella della diplomazia o dei cimiteri, ma l’essenza stessa della guerra ci presenta quell’unica disarmante consapevolezza: siamo tutti condannati a convivere”. Concetto non molto distante, in termini di realpolitik, da quel che ha detto il sottosegretario di Stato Usa Antony Blinken che ha ribadito la legittimità di Israele di fare giustizia ma “il modo in cui lo fa è importante”. 

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