Che cosa hanno a che spartire l’Innovazione tecnologica e la geopolitica? Molto, o per meglio dire tutto, ora più che mai. Il Covid-19 ha infatti rappresentato e rappresenta una rivoluzione copernicana per quanto concerne gli aspetti di penetrazione della tecnologia nella vita di tutti i giorni e, conseguentemente, anche dei rapporti fra individui, comunità e Nazioni. Ne è scaturita una fulminea corsa all’empowerment digitale e informatico, dove le esigenze del distanziamento sociale, a sistema con le discendenti restrizioni sugli spostamenti, hanno vieppiù dato un impulso deciso e vigoroso allo sviluppo di piattaforme informatiche sempre più veloci e performanti, accelerando la transizione digitale delle economie maggiormente sviluppate. Come in tutte le gare, tuttavia, c’è stato e c’è chi corre più degli altri, determinando con i propri successi un riassestamento dei delicati equilibri geostrategici globali.
Di nuovo, in pole position si profila il Dragone cinese, il cui budget per la Difesa è stato appena annunciato dal Ministero delle Finanze di Pechino: quasi 209 miliardi di dollari, con un incremento del 6,8% rispetto all’annualità precedente. Questi stanziamenti, finalizzati alla moltiplicazione e al potenziamento degli arsenali bellici nazionali, passano non a caso – dixit il Primo Ministro cinese Li Keqiang, gerarchicamente secondo solo al leader Xi Jimping – attraverso “la modernizzazione e lo sviuppo di nuove tecnologie”. Il che significa da una parte incrementare ulteriormente il numero di armamenti (peraltro già oggetto di una proliferazione significativa, si pensi come nel periodo 2005-2020 le navi da guerra cinesi, al netto delle dismissioni, siano salite di 117 unità, contro le sole 5 unità degli U.S.A.), dall’altra renderli sempre più intelligenti e autonomi nella capacità di portare a compimento azioni di deterrenza o finanche di ostilità (vedasi lo sviluppo delle testate ipersoniche HGV – Hypersonic Glide Vehicle in dotazione alla Marina Militare cinese).
*BRPAGE*Nella competizione per la leadership, questo matrimonio di interesse fra tecnologie informatiche e applicazioni militari, che può legittimamente essere assurto a leitmotiv della strategia di potenza cinese, non è sfuggito ad alcuni “corridori” occidentali: certo gli Americani, ma anche gli Inglesi del post-Brexit. In un rapporto di oltre cento pagine licenziato all’inizio della settimana, l’Amministrazione di Boris Johnson dichiara infatti di voler tutelare il Regno Unito dall’insorgenza di minacce derivanti da “armi chimiche, biologiche o da tecnologie emergenti che possano avere un impatto comparabile”, fra cui gli attacchi informatici su vasta scala. In quest’ottica la strategia del “Global Britain” punta anch’essa a un deciso rafforzamento degli apparati di difesa (ivi compreso l’innalzamento del tetto massimo di testate nucleari, passato da 180 a 260), mediante lo sviluppo di tecnologie che prevengano “la minaccia sistemica” ai valori e alla sicurezza economica del Paese rappresentata dalla Cina.
Va rilevato, inoltre, come già prima dello scoppio della pandemia (pandemia originatasi, è sempre bene ricordarlo, proprio in Cina, tra i silenzi e gli omissis del Partito Comunista al potere) il Celeste Impero risultasse già decisamente involato verso un repentino e cross-settoriale upgrade tecnologico. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale cinese deriva dall’enorme numero di dati processabili, frutto della profilazione e del controllo ossessivo di una popolazione che percentualmente è la più numerosa del pianeta. In questo senso, secondo alcuni recenti rapporti, sono altresì in fase avanzata di studio programmi di riconoscimento facciale in grado di infrangere anche i migliori sistemi e protocolli di sicurezza: con rischi militari, per l’Occidente, certo ipotizzabili ma non quantificabili appieno in termini di potenziali impieghi ostili. Tra l’altro, i dati fisiognomici con cui allenare il cervellone robotico sarebbero stati raccolti prevalentemente nello Xinjiang, la regione dove la minoranza musulmana uigura è sottoposta a torture, lavoro forzato e detenzione in campi di concentramento non meno spaventosi di quelli nazisti.
*BRPAGE*Un progresso, dunque, ottenuto col regresso dei Diritti Umani, ignorando la libertà e l’integrità delle popolazioni: tanto in termini fisici quanto per l’osservanza della privacy e dei dati personali. Vedasi i lunghi tentacoli informatici dei sistemi di monitoraggio e controllo della pandemia, vere e proprie piovre cibernetiche divoratrici di qualunque informazione, anche – anzi, soprattutto – di quelle avulse dalla parametrizzazione strettamente sanitaria.
Questo a Est. Come si comporta invece l’Europa? Il piano strategico di cui alla “Bussola Digitale 2030”, presentata in data 9 Marzo dalla Commissione Europea, si articola in quattro direttrici principali: mappatura delle competenze, sicurezza delle infrastrutture informatiche, digitalizzazione delle amministrazioni pubbliche e Big Data. Un’agenda, secondo la Vicepresidente della Commissione Europea Margrethe Vestager, finalizzata a rendere l’Europa “il partner prospero, sicuro e aperto che vogliamo essere nel mondo”: con la raccomandazione che all’apertura, intesa come diffusione su larga scala delle competenze e tecnologie digitali (il goal è quello di raggiungere, entro il 2030, l’80% della popolazione del continente) si accompagni anche una necessaria “chiusura” e protezione delle stesse dalla minaccia esterna. E questo, anche per l’Europa, dovrebbe significare investire massicciamente sulla Difesa.
*BRPAGE*Per parte nostra, l’atteggiamento dell’Italia verso il Dragone è stato, almeno negli ultimi anni, piuttosto accomodante: trasferimenti tecnologici importanti (in primis quelli inerenti il settore spaziale) hanno dato ai Cinesi occasioni per controllare e monitorare il Territorio, con le evidenti azioni di profilazione che ne derivano. Così come in buona parte dell’Europa, è quindi mancata la consapevolezza di quanto Scienza, Tecnologia, Telecomunicazioni e Difesa siano intimamente legate, e di quanto rimanere indietro in termini di intelligenza artificiale e quantum computing possa aprire pericolose brecce nella protezione dei dati e delle comunità. Il piano per il digitale, proposto la scorsa settimana dal Ministro Vittorio Colao, riprende in questo gli obiettivi europei (diffusione della banda ultralarga e digitalizzazione della Pubblica Amministrazione in primis), specificando un programma per la cybersicurezza e una strategia nazionale dedicata alla gestione e analisi dei dati, specie quelli sanitari. In un momento, tra l’altro, in cui in giro per il mondo l’approvvigionamento dei vaccini e la condivisione delle cartelle cliniche sono diventati una sorta di cavallo di Troia usato dal Dragone imperialista per penetrare nuovi territori e conquistare nuovi mercati. Emblematico il caso di Huawei, riammessa alla competizione per il 5G in Brasile, dopo una generosa fornitura di sieri cinesi antiCovid.
Morale? La rivoluzione digitale invaderà sempre più, e sempre più pervasivamente, le nostre società, accelerandone i ritmi, smaterializzandone i rapporti, e aprendoci tanto a opportunità quanto a pericoli prima non noti. L’auspicio è quello di esercitare sempre il raziocinio sugli impieghi e sulle prospettive dual-use permesse dalla tecnologia, tenendo alta la guardia sulle implicazioni strategiche di una leadership in tale campo. A riprova del fatto che, prima del “digito ergo sum”, debba sempre e comunque esserci e rimanere il “cogito ergo sum”.

