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Medicina
Una macchina torna a far battere il cuore dopo la morte

Riaccendere il cuore di una persona che ci ha appena lasciati e regalare così la salvezza a chi ha bisogno di un trapianto: sembrava un sogno lontanissimo, ma sta diventando realtà. Alcuni chirurghi tra il Regno Unito e l’Austrialia, infatti, hanno già sperimentato un nuovo dispositivo che consente di far ripartire il cuore immediatamente dopo un decesso, in modo da mantenerlo integro in vista di un trapianto. Il suo nome è Organ Care System, ma è meglio conosciuto come Hearth in a box (letteralmente “il cuore in una scatola”): un sistema di pompe e cannule sterili che, come un piccolo apparato circolatorio artificiale, imbeve di sangue ossigenato e nutrienti il tessuto dell’organo espiantato, permettendo alle cellule di mantenersi vitali e rendendo così possibile il trapianto anche di organi che hanno già smesso di battere, prima considerati inutilizzabili.
Per i trapianti di cuore uno dei principali ostacoli è rappresentato dalla finestra di tempo, molto limitata, che può intercorrere tra l’espianto e l’impianto: tra le quattro e le sei ore massimo, e solo due su dieci ce la fanno. Questa tecnologia, frutto di tecnologie sviluppate dalla company di dispositivi medici Transmedics, nel Massachusetts, potrebbe invece allungare la permanenza dell’organo al di fuori del corpo, e aprire quindi lo spiraglio del trapianto a persone anche molto lontane, impossibili da raggiungere col solo ausilio del classico contenitore refrigerante impiegato finora (e da decenni). In uno degli interventi praticati, questa finestra si è allargata, e con esito positivo, fino ad addirittura 11 ore. Per tutte queste caratteristiche, l’apparato potrebbe portare a un aumento nel numero di cuori disponibili per il trapianto tra il 15 e il 30%.
Al momento sono stati 15 i trapianti effettuati nel mondo con questo sistema, e negli Stati Uniti è stato appena avviato un trial clinico esteso con l’obiettivo di valutare l’efficacia della “scatola” nel preservare il cuore di donatori che non soddisfano i criteri di reclutamento attuali. Per conoscerne i risultati, saranno necessari almeno due anni, e in caso di esito positivo  potrebbe essere subito approvato dagli enti deputati alla sicurezza sanitaria (prima di tutti, la Food & Drug Administration americana).
Ma al di là del piano scientifico e clinico, l’ingresso del device nella pratica medica potrebbe non essere comunque così scontato. Innanzitutto, si tratta di un dispositivo molto caro, dal costo di circa 250 mila dollari (oltre 220 mila euro) a macchina. Inoltre, la nuova strategia biomedica si ritrova al centro anche di un dilemma etico, come mette in evidenza un’ampia riflessione riportata sulla MIT Technology Review: possiamo considerare un donatore davvero deceduto, se il suo cuore può ricominciare a battere in un apparato, e poi continuare in un’altra persona? «Tendiamo a non porci il problema perché puntiamo a trapiantare questi organi», sistiene Robert Truog, esperto di bioetica dell’Università di Harvard, che, pur considerando i pazienti di questo tipo destinati in ogni caso a morire, crede si tratti pur sempre di una decisione che spetta alle famiglie. O ancor meglio, se c’è, al testamento biologico del donatore. Anche se di sicuro non tutti saranno d’accordo.

Tratto da http://www.healthdesk.it/

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