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Milano

di Carlo Tognoli

Quando sento queste due parole mi vengono in mente due verbi: sfoltire e uniformare. Naturalmente penso ai pali della luce, a quelli della segnaletica, ai paracarri di ogni tipo, agli apparecchi per la distribuzione dei ‘ticket’ per la sosta e per l’Area C, alle recinzioni dei giardini e dei parchi, alle panchine, alle pensiline, ai cestini dei rifiuti, alle ‘vedovelle’ ecc.. . Un elenco infinito di oggetti che accompagnano il paesaggio cittadino. Oggetti utili, beninteso, che non dovrebbero farsi troppo notare.

08tognoli42FBIntanto bisognerebbe eliminare ciò che non è necessario. Poi si dovrebbe procedere alla semplificazione delle tipologie. Uno o due tipi di pali, in relazione alla funzionalità, panchine possibilmente tutte uguali, recinzioni dei parchi con lo stesso stile. Anche i colori dovrebbero essere pochi: due al massimo, in relazione agli oggetti. Perché un palo rosso, uno giallo, uno verde, uno blu?

Circa trentacinque anni fa il Comune realizzò dei paracarri a forma di panettone, da utilizzarsi per delimitare qualche area o per chiudere qualche passaggio. L’idea era quella di uniformare quell’oggetto, evitando catenelle, ferri a U, o altri tipi di paracarri. L’uniformità avrebbe dato un senso di ordine. Purtroppo venne trascurato il consiglio degli esperti che ne raccomandavano un uso parsimonioso. Il proliferare dei ‘panettoni’, usati in modo improprio, fece perdere di vista la funzione che avrebbero dovuto avere e favorì la realizzazione di altri dissuasori (kitsch).

Ho fatto cenno ai colori. L’antico verde scuro dei pali, dei recinti, delle fontanelle di Milano, dava un’idea di ordine e di serietà. Era un colore milanese. L’uniformità delle tipologie e dei colori assume un carattere identitario. Chi entra nella nostra città dovrebbe essere messo in grado di capirlo subito dalle poche forme ‘standard’ e dai colori degli oggetti che fanno parte dell’arredo urbano.

Sfoltire, semplificare e uniformare, deve essere, a mio avviso il lavoro da fare in questo campo. Ovviamente nell’arredo urbano rientrano in parte anche le isole pedonali: deve prevalere sempre l’uniformità, per la pavimentazione e per gli ‘oggetti’ che vengono introdotti, in centro, come in periferia. Le ‘isole’ si devono riconoscere non solo dalla segnaletica, ma dai materiali e dai colori.

La pavimentazione delle strade deve seguire criteri semplici e funzionali: nelle zone storicamente interessanti va rispettato il materiale ‘tradizionale’ (porfido di varie dimensioni o pietre e sassi della ‘rissada’), mentre nelle strade di intenso traffico e dove passano anche i ciclisti, va l’asfalto. Altra questione è quella dei nuovi spazi, grandi o piccoli. Aiole, giardini e piazze sono spesso richiesti dai cittadini, dove ci sono aree disponibili, per migliorare l’estetica urbana e favorire la socializzazione civica.

Rendere la città più vivibile e più bella, mi sembra un compito degli architetti e ovviamente del Comune. Ma questo è arredo urbano? Non lo so. Certo penso che in una città monocentrica come la nostra sia utile fare ogni sforzo per creare altri ‘centri’ che arricchiscano di vita e di cultura i quartieri periferici. Girando per Milano si avverte che in diverse zone questo processo è in atto e va ulteriormente favorito.

Si, forse la definizione arredo urbano per molti aspetti è limitativa. Se diciamo ‘aver cura della città’ forse indichiamo meglio l’obbiettivo di una metropoli sufficientemente ordinata e pulita (anche dai graffiti ‘stupidi’) cui aspiriamo e che è a portata di mano.

per www.arcipelagomilano.org

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