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Milano


Di Daniela Benelli, assessora all’Area metropolitana, Casa, Demanio del Comune di Milano

Le nostre aspettative di un’istituzione in tempi rapidi della Città metropolitana di Milano deve ormai misurarsi con un quadro temporaneamente azzerato dalla sentenza della Corte costituzionale del 3 luglio scorso. Siamo tornati quasi alla casella del “via”. Motivo in più per mettere in ordine i problemi, le ragioni e i modi di questa riforma, tenendo ben conto sia dei rischi di semplificazione populistica che delle complessità che si prospettano all’orizzonte. Perché una cosa è certa: l’istituzione della Città Metropolitana di Milano era ed è realmente necessaria, e il suo rinvio non farebbe che aggravare la crisi di credibilità delle istituzioni e lo svantaggio competitivo nei confronti delle metropoli europee. Ancor più in vista di Expo, occasione di forte internazionalizzazione dell’area milanese.

Nel mondo i modelli di governo metropolitano sono i più diversi, spesso soggetti a ripensamenti e evoluzioni: associazione volontaria di comuni con poteri delegati dagli associati, (come New York, Los Angeles, San Francisco); agenzie funzionali per specifiche politiche (gli special districts degli Stati Uniti); consigli metropolitani di secondo livello, composti dai sindaci o eletti dai comuni aderenti, come a Barcellona o Lione. Alcune sono “città-stato” o “città-regione” con forti poteri, come Berlino, Amburgo, Vienna, Bruxelles. E infine a elezione diretta, come a Londra. La Greater London Authority, ovvero la Città metropolitana di Londra, con quasi otto milioni di abitanti, ha un Consiglio e un sindaco eletti dai cittadini. È articolata in 32 Boroughs (municipi), interni e esterni alla città (Inner e Outer Boroughs), essi stessi a elezione diretta, con una media di ben oltre 200 mila abitanti ciascuno. Ma a questa soluzione si arriva dopo un percorso di innovazioni, ripensamenti e sperimentazioni, iniziato nel lontano 1965, che ha fra l’altro accorpato tra loro molti municipi interni e esterni. Il percorso è stato tanto importante quanto l’approdo.

Non c’è dunque un modello ideale e perfetto. Ognuno cerca la soluzione più adatta a sé, molte soluzioni sono in graduale evoluzione, non c’è la paura di sperimentare e cambiare strada. Anche da noi è auspicabile adottare al più presto lo stesso approccio pragmatico, gradualistico, disponibile a aggiustamenti successivi. Nella speranza che vengano salvaguardate alcune felici intuizioni della riforma abrogata che, pur tra molte ombre e improvvisazioni, cercava di superare gli ostacoli che hanno fino a oggi impedito la nascita delle città metropolitana. Una “rivoluzione” rispetto al lento e inconcludente percorso metropolitano iniziato con la legge 142 del ’90 e proseguito invano per ventidue anni, passando anche attraverso la “consacrazione costituzionale” del 2001.

Anzitutto è un bene che il modello istituzionale sia flessibile e adattabile alle singole realtà metropolitane italiane, invero molto diverse tra loro. In secondo luogo la fase costituente deve basarsi sul protagonismo dei Comuni del territorio interessato, in uno spirito di collaborazione e fiducia reciproca, senza arroccamenti e campanilismi. Infine, per ottenere una reale integrazione di funzioni metropolitane è indispensabile che il capoluogo, soprattutto nella fase di avvio, assuma un ruolo trainante del processo riformatore, al fine di evitare quel l’effetto ciambella proprio di molte Province di territori metropolitani.

Per l’area milanese, che intende mantenere ferma la scelta di affidare ai cittadini l’elezione del proprio governo metropolitano, la fase di transizione è particolarmente delicata e complessa: va affrontata col necessario pragmatismo e realismo, senza irrigidimenti, demagogie e strumentalizzazioni politiche. Realizzare una vera articolazione decentrata del Comune di Milano non sarà un processo facile, né breve, eppure è una condizione necessaria alla nascita di un vero policentrismo metropolitano. A Milano si chiede anche di aprirsi a un reale dialogo alla pari con gli altri Comuni, ripensando in chiave metropolitana tutti gli strumenti a sua disposizione adatti a supportare funzioni di area vasta: municipalizzate, società partecipate, enti strumentali. Anche questa non è una trasformazione facile: richiede fatica politica, organizzativa e capacità di innovare con coraggio. Lo stesso coraggio che dovrà guidare tutti i Comuni verso una riorganizzazione che superi la frammentazione micro-dimensionale e avvii forme di cooperazione e gestione associata di servizi per porzioni territoriali sovra comunali.

Il Comune di Milano si è mosso con decisione in questa direzione, invertendo la rotta del passato. Già da tempo ha avviato un dialogo con i Comuni vicini: sul Pgt, sulle domeniche senza auto, sul Pum (il piano della mobilità urbana). Nello specifico del tema città metropolitana ha affidato al Pim (Centro Studi per la Programmazione Intercomunale dell’area Metropolitana) la predisposizione del sito web Milanocittametropolitana.org per mettere a disposizione materiali e aprire un luogo di discussione. Gli ha fatto preparare schede di ricognizione, con spunti di riorganizzazione, sulla legislazione nazionale e regionale per le materie di ambito metropolitano: chi fa che cosa attualmente, e come farlo meglio. Si è attivata la collaborazione di tutte le università milanesi e dell’Isap (Istituto per la Scienza della Amministrazione Pubblica) per avere supporto tecnico-scientifico.

L’incontro dei sindaci a Palazzo Marino dello scorso 19 luglio, promosso da Comune e Provincia, ha finalmente avviato il percorso: da settembre quattro gruppi di lavoro sulle quattro funzioni fondamentali di area vasta vedranno impegnati sindaci, assessori e consiglieri. Si entrerà finalmente nel merito di come organizzare trasporti, viabilità e infrastrutture, urbanistica e governo del territorio, ambiente e servizi a rete, sviluppo economico e sociale. Un tavolo permanente sarà dedicato al confronto con le forze economiche e sociali, per raccogliere le aspettative di imprenditori e sindacati e coinvolgerli nella riorganizzazione metropolitana di servizi all’impresa, all’occupazione e della formazione professionale. Infine, servirà una costante interlocuzione istituzionale con la Regione che deve accompagnare il processo di riforma adeguando la sua legislazione e le sue funzioni in uno spirito collaborativo, nell’interesse di tutto il territorio regionale.

Le attese dei Comuni sono grandi: ci si attende una forte semplificazione della vita istituzionale, l’eliminazione di sovrapposizioni e duplicazioni, economie derivanti dalla riorganizzazione a rete dei servizi e dalla messa in comune di risorse economiche e umane. Ma soprattutto la messa in campo di una capacità di programmazione strategica che ridia slancio, competitività e attrattiva al nostro territorio. Essere città metropolitana vuol dire progettare insieme uno sviluppo equilibrato, in una specializzazione e integrazione reciproca dei territori indissolubilmente legati in una prospettiva comune.

Sulle grandi aree urbane l’Europa punta per la crescita, l’occupazione e la promozione dello sviluppo economico, perché lì si concentrano il 40% del PIL e circa il 70% della ricerca. Sono certa che le città metropolitane saranno uno dei sistemi su cui il nostro paese può puntare per essere di nuovo capace di promuovere sviluppo armonico e sostenibile. Una riforma strutturale, fatta con un po’ di coraggio politico e amministrativo, che può farci credere in una Italia leader nell’Europa del prossimo decennio.

Da arcipelagomilano.org

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