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Milano
De Albertis (Assimpredil-Ance): “Con i Comuni protocollo per il riuso delle aree degradate"

di Fabio Massa

Claudio De Albertis è il presidente di Assimpredil-Ance, l’associazione dei costruttori di Milano, Lodi e Monza e Brianza, che parteciperà al convegno “Ritorno alla città”, in programma sabato alla Villa Reale di Monza. Ad Affaritaliani.it spiega il senso di un evento organizzato insieme all’associazione dei comuni italiani (Anci) e al presidente Roberto Scanagatti, sindaco di Monza. “Ormai è patrimonio di tutti, e anche nostro, la riduzione del consumo di suolo. Per questo pensiamo che il futuro sia il riuso di spazi inutilizzati. Ma per fare questo serve una legislazione e una sburocratizzazione, perché adesso è un’impresa dalle complicazioni e dai costi terribili”. L’INTERVISTA DI AFFARITALIANI.IT

Presidente De Albertis, che significato ha questo convegno organizzato con l’Anci? Quello tra Comuni e costruttori pare essere un rapporto anche economico, tra oneri di urbanizzazione e altro…
Iniziamo con il sottolineare una serie di aspetti. Il primo è che l’edilizia e il suo indotto costituiscono il 18 per cento del Pil di questo Paese. Ed è tra le attività con più alta intensità di lavoro, con un serbatoio di manodopera incredibile. Diciamo pure che, nel bene e nel male, è un settore che ha costruito le opere e i manufatti di questo Paese. Per questo dobbiamo rivendicare una dignità da settore industriale a tutto campo.

Fatte queste premesse, veniamo al dunque.
Il dunque è che è vero che le amministrazioni comunali, in questi anni, si sono alimentate anche con gli oneri, e che lo Stato ha incassato e incassa enormi gettiti fiscali proprio dalle costruzioni e dai costruttori. Ovvio che la profonda crisi che ha attraversato il Paese e il settore negli ultimi sette anni ha influito non poco sulla fiscalità. Devo anche dire che la logica degli oneri di urbanizzazione è combattuta da alcuni settori ambientalisti e da alcune forze politiche che sostengono che questa politica porta i comuni a realizzare continuamente attività edilizia per incassare soldi.

Attività edilizia non è solo costruire consumando suolo, tuttavia, ma anche il riutilizzo di spazi degradati.
Esatto, questo è il punto del convegno di sabato. Guardiamo il panorama: il mercato è cambiato profondamente. Quantitativamente la richiesta di abitazioni si è dimezzata, e rimarrà tale per molti anni a venire, credo. La domanda si è fatta più selettiva. Il discorso, quindi, anche in termini di infrastrutturazione del territorio, si deve incentrare sul riutilizzo. Se si pensa che il patrimonio abitativo è stato costruito in larga parte prima degli anni ’70, e che è andato velocemente in obsolescenza, si capisce che il tema della riconversione è centrale. Così come è centrale il tema della riconversione delle aree una volta dedicate alle attività produttive, che ora si sono rilocalizzate.

Il problema è che la riconversione e la ristrutturazione sono processi molto costosi…
C’è una complessità paurosa delle procedure edilizie in generale, ma nel caso della riconversione è questa complessità diventa mostruosa. Se parliamo di ristrutturazione, i costi lievitano ulteriormente. Devo dire che al livello tecnologico il settore dell’edilizia sta facendo grandi passi, con uso di materiali diversi. Ma il panorama rimane complicato per chi vuole convertire o ristrutturare.

Spesso si sente dire: “Ma perché non distruggono e ricostruiscono alcuni quartieri particolarmente degradati?”.
Domanda legittima. La risposta è questa: perché sotto il profilo economico, ma soprattutto sotto il profilo finanziario distruggere per ricostruire è un processo mostruoso. E poi ci sono implicazioni sociali: dove vanno a vivere le famiglie del palazzo che si vuole distruggere? Se ne deve costruire un altro: e chi se ne accolla i costi? Insomma, è un tema che i costruttori da soli non possono affrontare, occorre lo Stato e gli enti locali. Penso che per molte case popolari da riqualificare, la problematica possa essere affrontata solo attraverso la reintroduzione del contributo Gescal, come un tempo.

Lei è d’accordo sulla limitazione del consumo di suolo?
Credo che sia un concetto, fatti salvi gli spazi della città consolidata, patrimonio di tutti. Per questo parliamo di riutilizzo.

Il riutilizzo ha poi i costi delle bonifiche.
Esatto. Sono paurosi. Possiamo scomputarli come oneri di urbanizzazione, e questo potrebbe essere un passo avanti. Ma il problema vero è che l’approccio della legislazione italiana è incredibilmente restrittivo. La legislazione dovrebbe essere rivista facendo grande attenzione alle nuove tecnologie disponibili, ponendo una grande attenzione alla salute. Ma non in modo ideologico, anche perché purtroppo in Italia una volta che si è cristallizzata una norma ci si mettono 25 anni per cambiarla.

Che significato ha il protocollo che Anci e Ance sigleranno a Monza sabato?
Il protocollo ha il significato che comuni e costruttori convengono che il tema del consumo di suolo è reale. E che quindi bisogna semplificare insieme le procedure affinché diventi possibile utilizzare vecchi edifici e aree dismesse. E poi il protocollo apre la strada all’istituzione di uno sportello per gli operatori per capire come meglio operare, in trasparenza, con i Comuni.

@FabioAMassa

Tags:
claudio de albertisroberto scanagattiassimpredilanceritorno alla città







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