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Garlasco, dai sopralluoghi al Dna sui pedali: i buchi e le anomalie che fanno vacillare il mito dell’infallibilità del Ris

Le nuove carte ricostruiscono un’indagine partita in piena estate, con Garofano assente e il Ris di Parma impegnato anche su un duplice omicidio a Treviso. Pizzamiglio: “Non avevo biologi”. Poi le scarpe di Stasi, le due analisi negative sui pedali e i ricordi discordanti degli ex militari

Garlasco, dai sopralluoghi al Dna sui pedali: i buchi e le anomalie che fanno vacillare il mito dell’infallibilità del Ris
Carabinieri del Ris di Parma

A quasi vent’anni dal delitto di Chiara Poggi, la nuova inchiesta di Pavia sta riportando sotto i riflettori non soltanto i reperti del caso Garlasco, ma anche il modo in cui furono gestiti gli accertamenti scientifici nell’estate e nell’autunno del 2007. E dalle carte recentemente depositate emerge un quadro fatto di carenze di personale, sovrapposizioni con altre indagini, incomprensioni tra investigatori e Procura, accertamenti effettuati in ritardo e, soprattutto, risultati di laboratorio che oggi vengono riletti in maniera molto diversa.

A raccontare alcuni dei passaggi più sorprendenti è l’ex maggiore Marco Pizzamiglio, all’epoca responsabile della sezione Biologia del Ris di Parma. Le sue dichiarazioni, riportate da Repubblica, descrivono innanzitutto le condizioni nelle quali il reparto arrivò a Garlasco. Luciano Garofano, comandante del Ris, era in vacanza e fu quindi Pizzamiglio, in qualità di vice, a gestire la richiesta di intervento. Nello stesso momento, però, il reparto era chiamato a occuparsi anche di un grave duplice omicidio a Treviso. “Non riuscivo a soddisfare contemporaneamente entrambe le esigenze”, ha raccontato l’ex ufficiale.

Pizzamiglio: “Non avevo biologi, mi dissero che non c’era Dna”

Il primo problema, stando al suo racconto, fu addirittura la natura dell’intervento richiesto. Pizzamiglio ha spiegato che dal Reparto operativo di Pavia gli sarebbe stato riferito che nella villetta dei Poggi si sarebbe dovuto lavorare soprattutto sulle impronte e che non vi sarebbero state particolari esigenze di natura biologica. Per questo il Ris partì con “quattro o cinque dattiloscopisti”: i biologi disponibili in quel periodo erano pochi. Una volta entrato nella casa di via Pascoli, però, Pizzamiglio si trovò davanti uno scenario completamente diverso: “Ho aperto e ho visto che c’era un mare di sangue, quindi quello che mi aveva detto il comandante del Reparto Operativo non era vero”. Non si tratta di un dettaglio secondario. Il reparto scientifico che avrebbe dovuto affrontare uno dei sopralluoghi più delicati dell’intera inchiesta era dunque arrivato, secondo questa testimonianza, organizzato per un’attività differente da quella che si sarebbe rivelata necessaria.

“Non eravamo attrezzati per fare il sopralluogo”

Il racconto dell’ex maggiore restituisce anche l’immagine di un sopralluogo iniziato in condizioni tutt’altro che ideali. Sempre secondo quanto riportato da Repubblica, nelle prime ore Pizzamiglio e il colonnello Aldo Mattei avrebbero dovuto occuparsi persino di allontanare giornalisti e fotografi che si trovavano nei pressi della scena. Quando finalmente gli specialisti avrebbero dovuto entrare nel vialetto per cambiarsi e organizzare il lavoro, mancavano inoltre le chiavi, dimenticate dal comandante della Compagnia. Il Ris rimase così ad aspettare ancora prima di riuscire a organizzarsi. E, una volta dentro, il problema di fondo rimaneva: “Non abbiamo potuto fare il sopralluogo perché appunto non eravamo attrezzati per altro”, ha ricordato Pizzamiglio. A tutto questo si aggiungeva una pressione operativa enorme: l’ex ufficiale ha parlato di decine e in alcuni giorni persino oltre cento casi che arrivavano quotidianamente al Ris di Parma.

Le scarpe di Stasi: “Erano nuove di pacca”

Un altro passaggio riguarda le impronte di scarpa trovate sulla scena del delitto. Secondo Pizzamiglio, il Ris avrebbe suggerito una perquisizione a casa di Alberto Stasi per individuare le calzature potenzialmente utilizzate, ma la pm Rosa Muscio inizialmente non avrebbe autorizzato l’attività. Quando alcune scarpe furono poi portate agli specialisti, l’impressione di Pizzamiglio fu immediata: non potevano essere quelle utilizzate il giorno del delitto. “Erano nuove di pacca, cioè puzzavano proprio di nuovo”, ha raccontato, ricordando di aver contestato agli operatori la scelta delle calzature sequestrate. È un ulteriore elemento che, riletto oggi, alimenta gli interrogativi sulla gestione dei primi accertamenti: un reperto potenzialmente decisivo sarebbe stato ricercato solo successivamente e con modalità che lo stesso responsabile della Biologia del Ris considerò inadeguate.

Il ritorno di Garofano e le tensioni interne al Ris

Nelle parole di Pizzamiglio c’è poi un altro elemento particolarmente significativo: il ritorno dalle ferie di Luciano Garofano avrebbe modificato gli equilibri all’interno del reparto. “È rientrato Garofano, finalmente, dopo diverse settimane e, ovviamente, non andava bene niente di quello che avevamo fatto”, ha dichiarato l’ex maggiore. Secondo il suo racconto, Garofano non avrebbe voluto che Marino e Mattei svolgessero il ruolo di consulenti scelti dalla Procura, mentre la pm avrebbe insistito per quella soluzione. Pizzamiglio attribuisce queste tensioni anche al modo in cui Garofano gestiva il reparto e la sua esposizione mediatica: sono valutazioni personali dell’ex ufficiale, che vanno dunque considerate come tali. Pizzamiglio sostiene inoltre di essere stato, di fatto, estromesso dagli sviluppi successivi dell’indagine. Del risultato sui pedali della bicicletta di Stasi avrebbe saputo soltanto indirettamente, attraverso “voci di corridoio”.

Il Dna sui pedali e quelle due “corse” negative

È proprio sui pedali della bicicletta Umberto Dei di Stasi che si concentra oggi uno dei punti più delicati. Come ricostruito anche dal Giorno, il consulente della Procura Carlo Previderè ha definito il profilo genetico attribuito a Chiara Poggi un dato “solido in termini di riproducibilità e attendibilità”, sottolineando che l’attribuzione alla vittima non era mai stata messa in discussione. Ma lo stesso consulente ha osservato che, alla luce delle due successive analisi con esito negativo, la questione avrebbe meritato un approfondimento.

È qui che la vicenda assume una dimensione diversa. Nei raw data del Ris sono infatti emerse due analisi effettuate il 20 settembre 2007, il giorno successivo al risultato positivo, che non avrebbero prodotto un profilo genetico utilizzabile. Secondo la ricostruzione riportata da Libero, queste due “corse” non sarebbero state trasmesse alla pm Rosa Muscio. Il punto, dunque, non è semplicemente stabilire oggi se il Dna di Chiara fosse o meno presente sui pedali. Il nodo investigativo riguarda perché esistessero risultati successivi negativi, come furono interpretati all’epoca, chi ne fosse informato e perché non compaiano nella documentazione trasmessa agli inquirenti e alle parti.

Marino, Garofano e i ricordi che non coincidono

Le deposizioni raccolte nel 2026 non sembrano aver chiarito definitivamente il quadro. L’ex Ris Alberto Marino ha dichiarato di non avere un ricordo specifico di ciò che accadde dopo i risultati nulli e di non poter escludere che le due corse negative fossero state mostrate ai consulenti della difesa di Stasi. Alessandro Coli ha invece ricordato il tema dei pedali come “una cosa anomala”, mentre Giorgio Portera ha spiegato di non ricordare che il risultato positivo fosse stato messo in discussione.

Secondo Libero, la divergenza più rilevante sarebbe però quella tra Marino e Garofano. Marino avrebbe inizialmente detto di non ricordare ulteriori analisi dopo quella positiva, per poi riconoscere che ai due risultati negativi “non è stato dato un peso che forse meritavano”. Alla domanda se ne avesse parlato con Garofano avrebbe risposto: “Presumo di sì”. Garofano, ascoltato successivamente, non avrebbe invece riferito di essere stato informato delle due nuove analisi. Si tratta, allo stato, di ricordi e versioni che gli inquirenti dovranno confrontare con gli atti tecnici, i raw data, le relazioni dell’epoca e la documentazione disponibile.

Tutto prescritto? Sì, ma non le eventuali “false testimonianze” nelle recenti deposizioni

C’è infine un aspetto giudiziario particolarmente interessante. Secondo quanto riferisce Libero, la Procura di Pavia avrebbe aperto un fascicolo a modello 45 sugli accertamenti effettuati dal Ris. Il quotidiano osserva che eventuali ipotesi di reato riferibili direttamente alle condotte del 2007 si scontrerebbero oggi con il problema della prescrizione.

Il discorso cambia però radicalmente per ciò che è accaduto nel 2026. Se dalle deposizioni recenti dovessero emergere dichiarazioni consapevolmente false, si tratterebbe infatti di fatti eventualmente commessi adesso e non diciannove anni fa. Di conseguenza, il problema della prescrizione relativo alle condotte del 2007 non si estenderebbe automaticamente alle dichiarazioni rese nelle ultime settimane. Va precisato che la qualificazione giuridica dipenderebbe dalla veste processuale con cui ciascuna persona è stata sentita: tecnicamente, a seconda dei casi, potrebbe non trattarsi del reato di “falsa testimonianza” in senso stretto ma di altre fattispecie relative a dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria. Il punto sostanziale, tuttavia, resta: eventuali falsità commesse nelle audizioni del 2026 sarebbero condotte recentissime e quindi non potrebbero essere considerate prescritte per il semplice fatto che l’indagine originaria risale al 2007.

Ed è probabilmente questo uno degli aspetti destinati a rendere particolarmente delicata la nuova fase dell’inchiesta: non soltanto capire cosa sia realmente accaduto nei laboratori del Ris diciannove anni fa, ma verificare se le diverse ricostruzioni fornite oggi siano compatibili tra loro e, soprattutto, con i dati che i computer del reparto hanno conservato fino ad oggi.