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Garlasco, i dieci indizi contro Sempio e le sette prove che hanno condannato Stasi: i due scenari a confronto

Gli elementi su cui si fondano le due ricostruzioni (inconciliabili tra loro) investigative e giudiziarie

Garlasco, i dieci indizi contro Sempio e le sette prove che hanno condannato Stasi: i due scenari a confronto
Alberto Stasi, Chiara Poggi e Andrea Sempio

Un omicidio, una condanna definitiva e una nuova accusa che rischia di rimettere in discussione l’intera ricostruzione del delitto. A diciannove anni dalla morte di Chiara Poggi, uccisa nella sua abitazione di Garlasco il 13 agosto 2007, il caso giudiziario torna a concentrarsi su una domanda fondamentale: chi ha assassinato la giovane di 26 anni? Alberto Stasi è stato condannato definitivamente a 16 anni di reclusione sulla base di sette elementi indiziari che, valutati nel loro insieme, hanno convinto i giudici della sua colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio. Andrea Sempio, invece, è oggi al centro di una nuova indagine che ha portato la Procura di Pavia a chiedere il suo rinvio a giudizio, sulla base di una ventina di elementi investigativi.

Due ricostruzioni dello stesso delitto, fondate in parte su tracce e circostanze già note, ma interpretate in maniera differente. Da un lato una verità giudiziaria consolidata con la sentenza definitiva del 2015, dall’altro una nuova ipotesi accusatoria ancora tutta da sottoporre al vaglio dei giudici. A complicare il quadro, la volontà della difesa di Stasi di chiedere la revisione del processo, facendo leva anche sulle presunte anomalie emerse nelle analisi scientifiche dell’epoca.

Ma quali sono, concretamente, le prove che hanno portato alla condanna di Stasi e gli indizi che oggi la Procura ritiene sufficienti per chiedere il processo a Sempio? E soprattutto, quali sono i punti di contatto e le differenze tra le due ricostruzioni?

Garlasco, i dieci indizi contro Sempio e le sette prove che hanno condannato Stasi: i due scenari a confronto

Garlasco, i sette indizi che hanno portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi

La sentenza definitiva nei confronti di Alberto Stasi è arrivata nel dicembre 2015, quando la Cassazione ha confermato la condanna a 16 anni per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi. Alla base della decisione, sette elementi indiziari che, secondo i giudici, componevano un quadro complessivo coerente con la responsabilità dell’ex studente della Bocconi. Il primo riguarda la presenza di una consistente quantità di Dna di Chiara sui pedali della bicicletta di Stasi. Una traccia biologica che i giudici hanno considerato significativa nell’ambito della ricostruzione del delitto.

Il secondo elemento è costituito dalle incongruenze riscontrate nel racconto dell’allora fidanzato della vittima. Stasi aveva dichiarato di essersi recato a casa di Chiara e di averne scoperto il corpo senza vita. Ma alcuni aspetti della sua versione non hanno convinto i magistrati.

In particolare, l’assenza di tracce di sangue sulle suole delle scarpe e sul tappetino dell’automobile è stata considerata difficilmente conciliabile con il percorso che Stasi aveva raccontato di aver compiuto all’interno dell’abitazione. Anche la descrizione delle condizioni in cui si trovava il cadavere ha contribuito a far ritenere ai giudici che Stasi non fosse semplicemente la persona che aveva scoperto il delitto, ma il suo autore.

Le scarpe, il dispenser del sapone e la bicicletta nera

Un terzo elemento riguarda le abitudini della vittima. Secondo la ricostruzione accolta dai giudici, Chiara, a quell’ora del mattino, difficilmente avrebbe aperto la porta a una persona sconosciuta. Una circostanza che ha contribuito a orientare i sospetti verso qualcuno che la giovane conosceva e del quale si fidava. C’è poi la questione delle impronte delle scarpe. Sulla scena del crimine era stata individuata una traccia di suola a pallini, ricondotta a una scarpa Frau di taglia 42. Una misura corrispondente a quella indossata da Stasi. La compatibilità, pur non costituendo di per sé un’identificazione individuale, è stata inserita nel quadro indiziario complessivo.

Altro elemento preso in considerazione dai giudici è la presenza di due impronte riconducibili all’anulare destro di Stasi sul dispenser del sapone del bagno. Secondo la ricostruzione giudiziaria, il dispenser sarebbe stato utilizzato dall’assassino per lavarsi le mani dopo l’aggressione. Il dato relativo alle impronte assumeva quindi rilevanza all’interno di questa interpretazione.

Un ulteriore punto riguarda la bicicletta nera rinvenuta nell’officina del padre di Stasi. Il giovane non ne aveva parlato inizialmente agli investigatori, nonostante il mezzo fosse ritenuto compatibile con quello descritto da Maria Grazia Bermani, testimone che aveva notato una bicicletta nei pressi dell’abitazione dei Poggi la mattina dell’omicidio.

L’alibi informatico di Stasi: quei 23 minuti tra le 9.12 e le 9.35

L’ultimo grande capitolo riguarda gli orari del delitto e l’alibi fornito dall’ex studente bocconiano. Stasi aveva dichiarato di essere rimasto a casa, impegnato nella stesura della tesi di laurea. Un elemento supportato dall’attività registrata sul suo computer, acceso alle 9.35 della mattina del 13 agosto 2007. Per i giudici, tuttavia, questo dato non era sufficiente a escludere la sua presenza sulla scena del crimine. Chiara aveva infatti disattivato l’allarme dell’abitazione alle 9.12. Secondo la ricostruzione accolta nella sentenza, Stasi avrebbe avuto la possibilità di commettere il delitto nella finestra temporale compresa tra le 9.12 e le 9.35. In sostanza, l’alibi informatico non è stato ritenuto incompatibile con la responsabilità dell’imputato. È dall’insieme di questi elementi, e non da una singola prova considerata isolatamente, che è derivata la condanna definitiva.

Andrea Sempio, il Dna sulle unghie di Chiara Poggi al centro della nuova accusa

Diciannove anni dopo il delitto, la Procura di Pavia, guidata da Fabio Napoleone, propone una ricostruzione radicalmente diversa, che individua in Andrea Sempio, amico di Marco Poggi, fratello di Chiara, il presunto responsabile dell’omicidio. Sempio era già finito sotto indagine in passato, ma la sua posizione era stata archiviata nel marzo 2017. La nuova inchiesta ha riportato al centro dell’attenzione una serie di elementi biologici, dattiloscopici, telefonici e documentali che, secondo gli inquirenti, delineerebbero un quadro accusatorio differente da quello che aveva portato alla condanna di Stasi.

Il primo e più importante elemento riguarda il Dna individuato sui margini delle unghie di Chiara Poggi, risultato compatibile con la linea paterna della famiglia Sempio.

È una delle differenze più significative rispetto al quadro probatorio utilizzato contro Stasi. In questo caso, infatti, la traccia biologica viene collegata direttamente al corpo della vittima, e in particolare alle unghie, una zona potenzialmente rilevante nella ricostruzione di un’aggressione.

La compatibilità genetica con una linea paterna, tuttavia, non equivale all’identificazione certa di una singola persona. La sua portata probatoria dipende anche dalla qualità del materiale analizzato, dalle caratteristiche del profilo genetico e dalla possibilità di stabilire quando e come il materiale biologico sia stato depositato. Sono tutti aspetti sui quali si concentra il confronto tra accusa e difesa.

L’impronta palmare 33 sulle scale della villetta

Un secondo elemento riguarda la cosiddetta impronta palmare 33, rinvenuta sulla parete delle scale che conducono alla cantina dell’abitazione, a poca distanza dal luogo in cui era stato trovato il corpo di Chiara. Secondo gli investigatori, l’impronta sarebbe riconducibile ad Andrea Sempio. Si tratta di un dato al quale la Procura attribuisce particolare importanza, anche in relazione alla posizione in cui la traccia era stata repertata. La questione, però, non si esaurisce nell’attribuzione dell’impronta. Sempio era infatti una persona che frequentava la casa dei Poggi, essendo amico del fratello della vittima. La presenza di una sua traccia nell’abitazione deve quindi essere valutata anche alla luce di questa circostanza. Un ulteriore nodo è rappresentato dall’epoca in cui l’impronta sarebbe stata lasciata e dal suo eventuale collegamento con la dinamica del delitto. La difesa di Sempio contesta che gli elementi raccolti possano dimostrarne la responsabilità.

Le impronte delle scarpe: taglia 42 per Stasi, 44 per Sempio

Uno degli aspetti più particolari del confronto tra le due ricostruzioni riguarda le impronte delle calzature. Nella sentenza contro Stasi, come ricordato, era stata valorizzata la compatibilità tra una traccia di scarpa Frau con suola a pallini, di taglia 42, e il numero calzato dall’ex studente bocconiano. Nella nuova indagine, invece, gli investigatori ritengono che la traccia della suola a pallini possa essere compatibile anche con il numero di scarpe di Andrea Sempio, il 44. Si tratta di un passaggio delicato, perché lo stesso genere di traccia compare in due ricostruzioni accusatorie che individuano responsabili diversi.

Per comprendere fino a che punto i due elementi siano effettivamente confrontabili, sarà decisivo il contenuto degli accertamenti tecnici sulle dimensioni, sulle caratteristiche della suola e sui margini di compatibilità attribuiti alle impronte. La sola corrispondenza di un numero di scarpa, infatti, non rappresenta una prova individualizzante.

Lo scontrino di Vigevano e le telefonate a casa Poggi prima dell’omicidio

La Procura di Pavia attribuisce rilevanza anche allo scontrino di un parcheggio di Vigevano, presentato da Sempio per documentare i propri spostamenti il giorno dell’omicidio. Secondo l’ipotesi accusatoria, quello scontrino potrebbe rappresentare un alibi precostituito. Una lettura contestata dalla difesa, che non riconosce valore incriminante agli elementi raccolti dagli investigatori. Sotto esame sono finite anche tre chiamate o contatti telefonici effettuati il 4, 7 e 8 agosto 2007 verso il numero fisso dell’abitazione dei Poggi.

Sempio avrebbe sostenuto di voler cercare Marco, suo amico. Ma secondo la Procura il giovane sapeva che il fratello di Chiara si trovava in vacanza in Trentino. Da qui il sospetto che le telefonate avessero in realtà un altro obiettivo: verificare se Chiara fosse presente nell’abitazione. Anche in questo caso, il significato delle chiamate è frutto di una ricostruzione investigativa e non costituisce, isolatamente, la dimostrazione di un’intenzione criminale.

Il presunto movente: il video intimo, i diari e le frasi intercettate

A differenza del processo Stasi, nel quale grande peso era stato attribuito alla dinamica materiale del delitto e alle incongruenze del racconto dell’imputato, la nuova indagine cerca anche di ricostruire un possibile movente personale. Secondo l’ipotesi della Procura, Sempio avrebbe potuto sviluppare un risentimento nei confronti di Chiara in seguito a un rifiuto di natura sentimentale o sessuale. Gli inquirenti richiamano, in questo contesto, alcuni appunti contenuti nei diari dell’indagato e un foglio gettato nella spazzatura. Documenti che vengono interpretati alla luce della possibile esistenza di un interesse non corrisposto nei confronti della giovane.

Un altro elemento riguarda un video intimo di Chiara e Alberto Stasi, individuato nel computer utilizzato dalla famiglia Poggi. Secondo la ricostruzione accusatoria, Sempio potrebbe esserne venuto a conoscenza e aver reagito negativamente. Particolare attenzione è stata riservata anche ad alcune frasi pronunciate dal trentottenne mentre si trovava da solo in automobile, registrate attraverso intercettazioni ambientali. Tra i passaggi presi in considerazione figurano espressioni offensive rivolte a Chiara e affermazioni che gli investigatori interpretano come possibili riferimenti al delitto, fino a ipotizzarne un valore confessorio.

La difesa, al contrario, contesta questa interpretazione e nega che tali dichiarazioni possano essere considerate ammissioni di responsabilità. Il valore delle conversazioni dipenderà quindi dal loro contenuto integrale, dal contesto e dalla valutazione giudiziaria.

Il malore durante l’interrogatorio e i sospetti sull’archiviazione del 2017

La nuova indagine prende in considerazione anche altre circostanze relative ai comportamenti di Sempio e alle precedenti attività investigative. Tra queste figura un malore che il giovane avrebbe accusato durante un interrogatorio nel 2008, episodio che, secondo quanto riportato dalle fonti, non sarebbe stato verbalizzato. Un ulteriore capitolo riguarda alcune somme di denaro prelevate da Sempio e dal padre. Gli investigatori ipotizzano che potessero essere destinate a ottenere un intervento favorevole nell’ambito delle precedenti indagini, concluse con l’archiviazione nel 2017. Si tratta di sospetti che richiedono specifici riscontri e che non equivalgono alla dimostrazione di un accordo illecito, né tantomeno della responsabilità di Sempio nell’omicidio. Il procedimento relativo al delitto resta distinto dagli eventuali accertamenti su condotte illecite legate alle precedenti indagini.

Il dato fondamentale è che questi elementi non hanno oggi lo stesso valore processuale. Quelli contro Stasi sono già stati esaminati e valutati nell’ambito di un procedimento concluso con una condanna definitiva. Quelli contro Sempio costituiscono invece il quadro accusatorio su cui la Procura chiede di celebrare un nuovo processo.

Questo non significa che i primi siano sottratti a qualsiasi possibile rivalutazione: l’ordinamento prevede infatti lo strumento della revisione. Significa però che la richiesta di processo per Sempio, di per sé, non annulla né modifica la condanna pronunciata nei confronti di Stasi.

La revisione del processo Stasi: i nuovi dubbi sulle analisi scientifiche

È proprio su questo terreno che si muove la difesa di Alberto Stasi, rappresentata dagli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis. I legali ritengono che la nuova inchiesta abbia fatto emergere elementi in grado di mettere in discussione la ricostruzione del delitto accolta dai giudici nel 2015. Tra le questioni sollevate figurano gli accertamenti scientifici effettuati sulla bicicletta, a partire dai due esiti nulli relativi alle analisi del Dna sui pedali, che secondo la difesa non sarebbero stati inseriti negli atti processuali. Sono inoltre richiamati un presunto scambio di provette, l’esito negativo di un test per la presenza di sangue che non sarebbe stato comunicato e un ulteriore Dna maschile sui pedali, anch’esso, secondo quanto sostenuto dai legali, rimasto fuori dal fascicolo. Si tratta di circostanze che dovranno essere valutate per comprendere se incidano realmente sul quadro probatorio posto alla base della condanna. Bocellari e De Rensis sostengono inoltre di essere in possesso di ulteriori elementi non ancora resi pubblici, destinati a confluire nella richiesta di revisione che intendono presentare alla Corte d’Appello di Brescia.

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