Giorgio Portera, genetista ed ex ufficiale del Ris di Parma, ha chiarito di non avere mai analizzato personalmente il Dna rinvenuto sul campione relativo ai pedali della bicicletta di Alberto Stasi, elemento tornato centrale ieri nella vicenda di Garlasco, con la chiusura delle nuove indagini a carico di Andrea Sempio. “Non ho eseguito personalmente l’analisi genetica del campione né ho valutato o interpretato alcun profilo genetico relativo al caso Garlasco durante il mio servizio al Ris di Parma”, ha affermato Portera, ascoltato dalla Procura di Pavia nell’ambito della nuova indagine.
“Il mio nome compare per un accesso con la user personale”
Portera ha spiegato che il collegamento del suo nome alle attività sul campione BU_P deriva dalla registrazione di un accesso effettuato con la sua utenza personale nell’ultima fase di lavorazione della traccia. “È importante distinguere con chiarezza l’attività tecnica su uno strumento dalla responsabilità dell’analisi, della valutazione e dell’interpretazione dei profili genetici”, ha sottolineato. Nel caso specifico, ha aggiunto, queste attività “non sono mai state da me svolte”. Portera ha inoltre precisato di non avere mai partecipato ad alcun sopralluogo e di non avere firmato verbali o referti relativi al caso Garlasco.
Secondo il genetista, il suo eventuale coinvolgimento sarebbe stato limitato esclusivamente alla fase finale del procedimento tecnico. “L’attività a cui può essere ricondotto il mio accesso consisteva esclusivamente nella fase finale di caricamento del campione sul sequenziatore”, ha spiegato. Portera non è però in grado, a distanza di anni, di stabilire se quell’operazione sia stata materialmente effettuata da lui oppure da un collega che avrebbe utilizzato lo strumento tramite la sua utenza. “Si trattava di una mera attività tecnica e strumentale, ossia l’inserimento di un campione già lavorato da altri”, ha ribadito, sottolineando che non comportava alcuna interpretazione dei risultati.
Portera: “Ricordo quell’episodio solo dopo la diffusione dei raw data”
L’ex ufficiale del Ris ha infine spiegato di avere collegato quell’accesso al campione dei pedali soltanto recentemente, dopo la diffusione dei dettagli relativi ai raw data. All’epoca, ha osservato, si trattava di un’operazione inserita nella normale gestione quotidiana di numerosi campioni sottoposti ad analisi. Le dichiarazioni di Portera arrivano mentre resta al centro dell’attenzione investigativa il materiale genetico rinvenuto sui pedali della bicicletta di Stasi e, più in generale, la ricostruzione delle analisi effettuate dal Ris di Parma nel 2007.
Perché il dettaglio dei pedali è così importante
Il chiarimento di Portera è importante perché riguarda uno dei passaggi più delicati emersi dalla nuova inchiesta. Dai raw data acquisiti dal Ris di Parma sono infatti risultate due contro-analisi del 20 settembre 2007 sul campione BU_P, relativo ai pedali della bicicletta di Stasi, entrambe totalmente negative. Secondo i consulenti della difesa, quei risultati erano potenzialmente idonei a scagionare Stasi già allora. Il punto è che di quelle due corse elettroforetiche non risulta traccia negli atti del procedimento e del processo celebrato contro di lui. Il giorno precedente, invece, un altro esame sullo stesso campione aveva rilevato Dna attribuito a Chiara Poggi “oltre ogni ragionevole dubbio”, elemento che contribuì anche al fermo di Stasi. È proprio questa contraddizione che oggi la Procura di Pavia sta cercando di chiarire: capire come sia stato possibile ottenere risultati opposti sullo stesso materiale e perché le due analisi negative non siano finite nella documentazione processuale. Tra le ipotesi tecniche prese in considerazione negli approfondimenti figurano un errore di registrazione o uno scambio di provette. In sostanza, il sospetto investigativo è che già nel 2007 il Ris potesse avere a disposizione un elemento potenzialmente favorevole a Stasi, rimasto però fuori dal fascicolo per ragioni che ancora oggi devono essere chiarite.
Il punto più delicato riguarda proprio i dati grezzi delle analisi genetiche effettuate sui pedali della bicicletta Umberto Dei. Nella relazione dei consulenti della Procura di Pavia, Previderé e Grignani, si dà conto di un primo risultato compatibile con il Dna di Chiara Poggi e di due profili completi “perfettamente sovrapponibili” per 15 marcatori a quello della vittima. Ma tutti i successivi tentativi di ottenere nuovi profili genetici dai campioni prelevati sui pedali avrebbero invece dato esito negativo. Ed è qui che nasce il nodo delle due “contro-analisi” che, secondo la difesa di Alberto Stasi e secondo la lettura della Procura pavese, sarebbero state effettuate dopo il risultato positivo del 19 settembre 2007 e non sarebbero poi finite negli atti dell’indagine dell’epoca. Di segno opposto la tesi dei consulenti della famiglia Poggi, secondo cui quei file negativi sarebbero in realtà riconducibili al 10 settembre e il 20 sarebbero stati soltanto modificati o aggiornati. I verbali dell’epoca, però, indicano che i campioni sui pedali vennero raccolti l’11 settembre e che il 19 settembre fu ottenuto il profilo attribuito “al di là di ogni ragionevole dubbio” a Chiara Poggi. È proprio questa discrasia temporale, e il mancato deposito dei risultati negativi secondo la tesi oggi al vaglio, ad aver spinto la Procura a riaprire gli accertamenti sugli ex investigatori del Ris.


