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Lavoro, 291mila occupati in più in un anno. Rasizza (Assosomm): “La priorità è la formazione”

Lavoro, 291mila occupati in più in un anno. Rasizza (Assosomm): “La priorità è la formazione”

Occupazione stabile, disoccupazione in crescita e meno inattivi: i dati Istat di agosto restituiscono un mercato del lavoro che continua a muoversi, ma con dinamiche non sempre lineari. Su base annua gli occupati aumentano di 291mila unità, mentre i dipendenti permanenti crescono di 370mila e quelli a termine diminuiscono di 157mila. Il tasso di disoccupazione sale intanto al 6,2%, con quello giovanile al 20,3%.

Per Rosario Rasizza, presidente di Assosomm, questi numeri non indicano necessariamente un indebolimento: “Il dato positivo è che più persone rispetto a prima tornano a cercare lavoro, anche se finché non lo trovano vengono contate tra i disoccupati”. Secondo Rasizza, dietro la crescita dei contratti stabili c’è anche una nuova strategia delle imprese, sempre più orientate a trattenere soprattutto la manodopera specializzata. Resta però forte il mismatch tra domanda e offerta, mentre per migliorare strutturalmente il mercato del lavoro la priorità, secondo il presidente di Assosomm, resta una: “Scelgo la formazione”. L’INTERVISTA

Presidente Rasizza, i dati Istat di agosto restituiscono un quadro apparentemente contraddittorio: gli occupati restano sostanzialmente stabili, ma aumentano i disoccupati e diminuiscono gli inattivi. Come va letto questo passaggio? È un segnale di indebolimento del mercato oppure indica che più persone stanno tornando a cercare attivamente un lavoro?
Non lo leggerei come un indebolimento del mercato. Gli occupati restano fermi, ma calano gli inattivi: il dato positivo quindi è che più persone rispetto a prima tornano a cercare lavoro, anche se finché non lo trovano vengono contate tra i disoccupati. Il quadro non è uniforme, perché bisogna tenere conto dei comparti in difficoltà, a partire dall’automotive ma penso anche al turismo, ai trasporti, penalizzati dalle incertezze geopolitiche internazionali. Il segnale da tenere d’occhio è se, nei prossimi mesi, chi cerca riesce a trasformare la ricerca in un contratto.

Su base annua il saldo resta positivo, con 291mila occupati in più rispetto ad agosto 2025. Ma la crescita riguarda soprattutto i dipendenti permanenti, mentre diminuiscono quelli a termine. È un segnale di maggiore stabilità del mercato del lavoro oppure dietro questi numeri c’è anche una minore capacità delle imprese di attivare nuovi ingressi?
C’è soprattutto una tendenza delle imprese a fidelizzare i dipendenti, in particolare la manodopera specializzata. Quando individuano una figura valida, tendono a stabilizzarla subito, spesso con un contratto a tempo indeterminato senza passare dal termine, per non rischiare di perderla. I numeri lo confermano: su base annua i permanenti crescono di 370mila unità e i contratti a termine calano di 157mila. Più che una difficoltà ad assumere, è un cambio di strategia, e un segnale positivo di stabilità.

Il dato generazionale resta uno dei più delicati: gli occupati diminuiscono tra i 15-24enni e tra i 35-49enni, mentre cresce soprattutto la componente più anziana. Quanto pesa oggi l’invecchiamento della forza lavoro italiana e quanto è difficile, dal vostro osservatorio, inserire stabilmente i giovani?
C’è sicuramente un tema di declino demografico, di cui non possiamo non tenere conto: siamo tra i Paesi più anziani d’Europa. Sul fronte giovanile, l’apparente difficoltà di inserimento non è legata a una mancanza di volontà dei ragazzi, ma a un profondo cambiamento nelle loro aspettative: oggi i giovani cercano flessibilità, percorsi di crescita trasparenti e una reale conciliazione tra vita e lavoro. Dall’altro lato, le imprese hanno l’esigenza di inserire competenze già pronte all’uso. Per superare questo stallo, la soluzione non è attendere che una delle due parti ceda, ma gettare ponti concreti. In questo senso, è fondamentale potenziare lo strumento del contratto di apprendistato: il giovane entra e si forma in azienda, imparando il mestiere sul campo, mentre l’impresa costruisce internamente le competenze che non trova sul mercato. Va però reso più semplice e più diffuso, soprattutto per le imprese più piccole, e collegato meglio a scuole, ITS e centri di formazione. Le Agenzie per il lavoro possono fare la loro parte, selezionando e orientando i giovani e accompagnandoli nell’ingresso in azienda.

Da anni le imprese denunciano difficoltà nel trovare profili adeguati, mentre allo stesso tempo la disoccupazione giovanile resta sopra il 20%. Quanto è ancora grave il mismatch tra domanda e offerta di lavoro? E quali sono oggi le competenze o i profili che le aziende vi chiedono e fanno più fatica a trovare?
Il mismatch resta serio, ed è uno dei paradossi del nostro mercato del lavoro: ci sono persone senza lavoro e, allo stesso tempo, posti che restano scoperti. Il problema non è la mancanza di lavoro in senso assoluto, ma il fatto che le competenze richieste dalle imprese e quelle disponibili non coincidono. A questo si aggiunge una questione di territori: spesso i posti vacanti e le persone in cerca di lavoro non si trovano nello stesso luogo, motivo per cui stiamo lavorando molto sulla mobilità territoriale e sul reclutamento internazionale dei candidati. I profili che le aziende ci chiedono e faticano di più a trovare sono quelli tecnici e altamente specializzati, soprattutto nell’industria e nella manifattura, dove servono competenze che richiedono anni per essere costruite. C’è poi il comparto sanitario, dove la carenza è evidente: si fa fatica a trovare infermieri e medici, in particolare nel settore pubblico.

Il lavoro in somministrazione viene spesso considerato un indicatore anticipatore del ciclo occupazionale. Che cosa state vedendo voi in queste settimane? Le imprese stanno continuando ad assumere, stanno diventando più prudenti oppure cominciano a emergere segnali di rallentamento in alcuni settori?
La somministrazione è spesso il primo termometro del ciclo, perché è lo strumento che le aziende usano per adattarsi in tempo reale. I nostri dati dicono che settembre è ripartito in crescita: le aziende hanno riaperto la produzione e le offerte di lavoro sono più numerose di quanto si possa immaginare. Oggi vediamo un mercato che si muove: le imprese continuano a cercare personale, con più selettività, puntando su figure già pronte e su competenze precise. Vedo maggiore cautela nelle assunzioni, ma il quadro non è uniforme: ci sono comparti in forte difficoltà, come l’automotive, mentre altri settori continuano a esprimere un fabbisogno stabile, soprattutto dove le competenze scarseggiano.

Se dovesse indicare oggi la priorità principale per migliorare il mercato del lavoro italiano, quale sceglierebbe tra formazione, politiche attive, maggiore flessibilità in ingresso e incentivi alle assunzioni? E che ruolo possono avere concretamente le Agenzie per il lavoro in questo passaggio?
Scelgo la formazione. Il nostro settore nel 2025 ha investito circa 300 milioni di euro in formazione, a favore di circa 350mila persone, con un costo sostenuto interamente dal settore attraverso il Fondo Forma.Temp. Gli incentivi alle assunzioni possono aiutare nel breve periodo, ma non sostituiscono le competenze: senza queste, un posto di lavoro difficilmente dura. Detto questo, la formazione da sola non basta. Penso in particolare al lavoro femminile: per molte donne restare nel lavoro, o rientrarci dopo una pausa legata alla maternità o alla cura dei familiari, resta difficile. Servono politiche per la famiglia che le sostengano concretamente, con servizi per l’infanzia, flessibilità organizzativa e percorsi di formazione per chi rientra. Qui usciamo dall’ambito di competenza del Ministero del Lavoro, per questo è necessaria una sinergia tra le diverse istituzioni, le imprese e le Agenzie per il lavoro, che possono fare da cerniera tra le persone e i bisogni reali delle aziende.

Il mercato del lavoro italiano oggi ha un problema più grande di quantità o di qualità dell’occupazione? Cioè: dobbiamo preoccuparci di creare più posti oppure soprattutto di creare lavori più qualificati, produttivi e meglio retribuiti?
Non lo vedo come un’alternativa: i posti ci sono, la sfida è che siano accompagnati da competenze e retribuzioni adeguate. Il nostro mercato del lavoro ha bisogno di tutte le figure professionali, da quelle più generiche a quelle altamente specializzate, e sono tutte portanti per l’economia del Paese. L’arrivo dell’intelligenza artificiale cambierà le mansioni e richiederà di aggiornare le competenze a ogni livello, per questo la formazione continua è decisiva. Sul tema retribuzione ci tengo sempre a ricordare che il lavoro somministrato garantisce la retribuzione equa del CCNL applicato dall’azienda in cui il lavoratore va a lavorare. E aggiungo: la retribuzione media dei lavoratori somministrati è di 15 euro l’ora.