di Guido Camera
(avvocato)
Il punto, a mio giudizio, è un altro.
Un accordo politico su un tema importante come la modalità con cui eleggiamo chi ci governa deve essere soprattutto animato dalla volontà di disegnare un sistema elettorale duraturo. Certo sarebbe da stupidi negare che non ci possa essere anche una componente di convenienza politica. Ma non deve essere l’unica ragione per cui si conclude un accordo, tra forze politiche differenti, su un tema istituzionale come la legge elettorale: altrimenti farà più male che bene alla collettività.
Perché un accordo politico del genere si riveli proficuo e duraturo deve essere necessariamente fondato su una visione sintonica – sul lungo periodo – del ruolo delle istituzioni nella società, non su opportunismi tattici legati al contingente. Si possono avere idee diverse su chi e come deve governare, ma secondo quali regole poi dovrà farlo – non solo nella prossima legislatura – non può che essere il comune denominatore che salda un patto sulla legge elettorale.
In fine dei conti, è il metodo con cui è stata scritta la nostra Costituzione: questa fu il frutto di un accordo tra forze politiche che avevano caratteristiche ideologiche distanti tra loro (una distanza ideologica ben maggiore rispetto a quella che divide i partiti che oggi siedono in Parlamento!), ma che in un determinato momento storico erano unite da una comune volontà di mettere alcuni punti fermi alla fisionomia della Repubblica appena nata.
Quell’accordo – grazie allo spessore dei leader politici, ma anche per la terribile esperienza della guerra e del fascismo, la cui presa del potere era stata aiutata dalla litigiosità dei partiti – ha retto per molto tempo: e sembra che gli italiani ancora lo amino molto, stando all’esito del referendum dello scorso dicembre.
Ecco perchè io credo che non vada gettato discredito su chi si fa carico di esporsi per trovare un accordo politico sulla legge elettorale: al contrario, gli va reso merito. Soprattutto nell’attuale contesto storico, dove va di moda sparare a zero contro ogni accordo politico, facendolo passare – sempre e comunque – come un esecrabile “inciucio”.
Dunque, ben venga il dialogo tra le forze politiche sulla legge elettorale.
A due condizioni ben precise: che si spieghi chiaramente agli italiani quale è la visione comune che sta alla base dell’accordo politico, e che ci si muova animati principalmente da un interesse collettivo, e non solamente dalla convenienza di qualcuno.
Altrimenti, non si potranno demonizzare gli elettori se andranno a votare esasperati, premiando chi magari non ha idee e sostanza, ma si propone come espressione di cambiamento. E’ già successo in passato: e alla fine non è neanche cambiato nulla.

