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Mantova, pagavano fino a 15mila euro di visto con falsi contratti di lavoro: 81 raggirati, tre arresti per la “truffa del click day”

Aziende fantasma, alloggi in alberghi mai usati e terreni inesistenti. Ai domiciliari imprenditore, consulente e mediatore linguistico

Mantova, pagavano fino a 15mila euro di visto con falsi contratti di lavoro: 81 raggirati, tre arresti per la “truffa del click day”

Un’impresa agricola senza reale attività, assunzioni rimaste sulla carta, alloggi indicati ma mai occupati e terreni che esistevano soltanto nei documenti. È il sistema ricostruito dalla Procura di Mantova nell’inchiesta sulla cosiddetta “truffa del click day“, che avrebbe consentito di favorire, dietro il pagamento di somme comprese tra 5mila e 15mila euro per pratica, l’ingresso irregolare in Italia di 81 cittadini extracomunitari. I carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Mantova hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari nei confronti di tre persone, ritenute coinvolte a vario titolo in un sistema che avrebbe sfruttato le procedure del decreto flussi per trasformare richieste di lavoro stagionale in uno strumento di ingresso nel Paese.

Tre agli arresti domiciliari

La misura, disposta dal gip del Tribunale di Mantova, riguarda un imprenditore agricolo di 64 anni, un consulente del lavoro di 51 anni e un mediatore linguistico e culturale indiano di 43 anni. Secondo gli investigatori, avrebbero agito insieme ad altri due indagati rimasti in libertà: un consulente del lavoro di 82 anni residente a San Giorgio Bigarello e un secondo intermediario indiano di 38 anni residente a Mantova. L’ipotesi contestata è quella di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina a scopo di lucro, pluriaggravato. Le accuse sono allo stato delle indagini preliminari e dovranno essere verificate nel successivo percorso giudiziario.

Ottantaquattro domande e un’azienda nata prima del click day

L’indagine riguarda il periodo compreso tra marzo 2023 e febbraio 2025 e si concentra sulle procedure previste dal decreto flussi 2023. Al centro degli accertamenti figurano 84 istanze di nulla osta per l’assunzione di lavoratori stagionali extracomunitari, inoltrate agli Sportelli unici per l’immigrazione delle Prefetture di Mantova, Trento, Bari e Cosenza. Le richieste sarebbero state presentate per conto di un’azienda agricola mantovana costituita appena due mesi prima del click day e che, secondo gli accertamenti, sarebbe risultata priva di una concreta operatività e di un’adeguata capacità economica. I lavoratori indicati nelle pratiche provenivano soprattutto da Marocco, Pakistan, India e Bangladesh.

Reclutamento all’estero e pubblicità per trovare i migranti

Uno degli elementi più rilevanti dell’inchiesta riguarda il sistema utilizzato per individuare le persone interessate a raggiungere l’Italia. Gli investigatori attribuiscono al mediatore linguistico una “massiccia e sistematica campagna pubblicitaria” nei Paesi d’origine, attraverso la quale sarebbero stati reclutati migranti disposti a versare migliaia di euro nella speranza di ottenere un visto e, soprattutto, un posto di lavoro.

Il passaggio successivo sarebbe avvenuto in Italia, dove le richieste venivano inserite formalmente nel sistema del decreto flussi e presentate come normali assunzioni stagionali. Dietro quella documentazione, secondo l’accusa, mancavano però proprio gli elementi essenziali: un’impresa in grado di assumere, un lavoro reale e strutture effettivamente disponibili per ospitare i lavoratori.

Alberghi e fondi agricoli indicati solo sulla carta

Gli accertamenti avrebbero fatto emergere una serie di documentazioni ritenute false o non corrispondenti alla realtà. Per dimostrare la disponibilità di un alloggio sarebbero state indicate anche strutture alberghiere nelle quali, durante i controlli, non veniva riscontrata la presenza dei migranti. Analogo meccanismo avrebbe riguardato i terreni agricoli sui quali gli stranieri avrebbero dovuto lavorare. Secondo la ricostruzione investigativa, sarebbero stati prodotti documenti relativi a fondi agricoli inesistenti o comunque non riconducibili a una reale attività lavorativa, insieme ad attestazioni destinate a dimostrare una capacità economica che l’impresa non avrebbe avuto.

Il visto arrivava, il lavoro no

Il passaggio più delicato riguarda ciò che sarebbe accaduto dopo l’ingresso in Italia. Alcuni lavoratori, una volta ottenuto il visto sulla base delle pratiche presentate, sarebbero arrivati regolarmente sul territorio nazionale senza essere poi realmente assunti dall’azienda indicata nella domanda. Il rapporto di lavoro che aveva giustificato l’ingresso, dunque, non si sarebbe mai concretizzato. I migranti sarebbero rimasti senza contratto e senza il percorso amministrativo necessario per regolarizzare la propria posizione, finendo di fatto in una condizione di irregolarità.

L’azienda si spostava da Trento a Cosenza

Gli investigatori hanno inoltre ricostruito una serie di cambiamenti della sede operativa dell’impresa agricola. La società sarebbe stata trasferita più volte sul territorio nazionale, passando da Trento a Mantova, quindi a Bari e Cosenza. Una sequenza che, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbe servita anche a rendere più complessi i controlli e a spostare le pratiche tra differenti Prefetture. L’invio telematico delle richieste sarebbe avvenuto attraverso connessioni internet e postazioni informatiche riconducibili all’imprenditore e al consulente del lavoro.

La “truffa del click day” dentro le falle del decreto flussi

Il meccanismo individuato a Mantova ricalca uno schema già noto agli investigatori: persone reclutate nei Paesi d’origine, intermediari incaricati di raccogliere adesioni e denaro, datori di lavoro fittizi o compiacenti e professionisti utilizzati per dare alle domande una veste formalmente regolare. La procedura del decreto flussi, nata per consentire l’ingresso legale di lavoratori extracomunitari entro quote stabilite dal Governo, verrebbe così piegata a una finalità completamente diversa. Il nulla osta e il successivo visto diventano l’ultimo anello di una catena nella quale il lavoro promesso resta soltanto sulla carta, mentre chi ha pagato per arrivare in Italia si ritrova senza impiego e senza la regolarità amministrativa sulla quale aveva fatto affidamento.

Perquisizioni e sequestri, ora si analizzano computer e documenti

Contestualmente all’esecuzione delle misure cautelari, i carabinieri hanno effettuato perquisizioni nei confronti delle tre persone finite ai domiciliari e degli altri due indagati. L’operazione, coordinata dalla Procura della Repubblica di Mantova, ha coinvolto anche il Nucleo Ispettorato del Lavoro e le Compagnie dei carabinieri di Mantova, Viadana, Castiglione delle Stiviere e Gonzaga. Durante le attività è stato sequestrato un consistente quantitativo di materiale informatico e documentale. Computer, file e pratiche saranno ora esaminati dagli inquirenti per ricostruire nel dettaglio i flussi di denaro, i contatti e l’eventuale estensione del sistema oltre gli episodi già contestati.