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Milano
Maroni non fa la rivoluzione in Regione. Ecco perché

di Fabio Massa

Le intercettazioni della Guardia di Finanza che stanno circolando in questi due giorni, lungi dall'essere giudiziariamente esplosive, sono tuttavia molto significative perché danno conferme su due vicende che molti (e Affaritaliani.it è stato tra i primi) hanno raccontato con dovizia di particolari. La prima vicenda riguarda Giuseppe Sala. L'amministratore delegato e il general manager Paris "pur con gradi di responsabilità diversi, attraverso le loro condotte fattive ed omissive hanno comunque contribuito a concretizzare la strategia volta a danneggiare indebitamente Mantovani per tutelare e garantire, si ritiene, più che la società Expo 2015 Spa il loro personale ruolo all'interno della stessa". Tradotto: hanno cercato di parare siluri e bordate, schivando buche e trappole varie. Che i top manager di Expo temano le inchieste è cosa nota. I manager sanno che in ogni grande iniziativa della dimensione di Expo arrivano, prima durante o dopo, le inchieste giudiziarie. E' successo a Torino, con il Toroc di Cesare Vaciago (contro il quale venne usata proprio quell'inchiesta per impedirne l'arrivo a Milano in qualità di direttore generale). A proposito: Vaciago è stato assolto con formula piena. Lucio Stanca, poco memorabile ad di Expo nei primi anni buttati delle Esposizioni, tra lo stipendio di Glisenti e i mal di pancia della Bracco, proprio sulla tutela legale aveva ingaggiato una durissima battaglia, secondo rumors dell'epoca. Quindi, non stupisce il fatto che Sala si sia protetto mentre tutto intorno volavano gli strali. Anzi: lo dovrà fare ancora e ancora.

Altre informative della GdF raccontano invece di una conversazione tra Rognoni e l'assessore Del Tenno, al quale il dg di Infrastrutture Lombarde arrestato riferisce di un suo colloquio con il numero uno leghista. Di fatto, concludono le Fiamme Gialle, "le conversazioni hanno ad oggetto la posizione organizzativa di Rognoni nella struttura organizzativa della società". Anche qui, viene da chiedersi dove sta la notizia. Che il sistema Formigoniano fosse compattissimo, e che Maroni avrebbe avuto bisogno di tempo e tanti grimaldelli, si sapeva. E anche di tanta pazienza e tanti rinnovi. Non è un caso che, derogando alla tanto sbandierata discontinuità, i "gangli" sono rimasti pressoché gli stessi. Il "padre" della Regione Lombardia, Nicolamaria Sanese, è rimasto consulente. Salvo smentite, dovrebbe esserlo ancora. Salvo smentite, ha continuato anche dopo la sua sostituzione con Andrea Gibelli nel ruolo di segretario generale, a incontrare i dirigenti e i direttori, alcune volte al Soppalco, ristorante sotto il Pirellone. Nulla di strano, la Lombardia è una macchina complessa. Difficile muoversi senza un "Virgilio". Stesso discorso per la holding dei treni, Fnm, ancora governata da Norberto Achille. Stesso discorso per Infrastrutture Lombarde, dove a Rognoni è stato affiancato Besozzi, che infatti sgomitava per acquisirne le competenze. Ma si potrebbe andare avanti a citare e a raccontare di quanto i dirigenti siano stati spostati da questo a quell'assessorato senza veri cambi, senza che teste siano state tagliate. Intendiamoci: questo vuol dire che il sistema formigoniano aveva una sua funzionalità, una sua compattezza. Tanto che un caposegreteria di un assessorato particolarmente rilevante veniva pagato proprio da Ilspa, nell'era formigoniana, e nessuno si stupiva della mancanza di separazione tra vertice politico e aziende. Ora la GdF immortala un sistema che sta cercando di cambiare. Senza rivoluzioni, però. Senza scarti. Con gli affiancamenti. Con gli inserimenti. Come si fa quando i bambini iniziano ad andare all'asilo.

@FabioAMassa

Tags:
maroniregione lombardia






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