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Milano: arresti illegali e verbali falsi per fare carriera. Il sistema dei vigili infedeli si allarga: altri otto indagati

L’inchiesta sulla “squadretta” antidroga della Polizia locale coinvolge 16 indagati, tra agenti e civili. Al centro la commissaria Ilenja Sabato che, secondo i pm, avrebbe puntato a un avanzamento professionale attraverso il numero degli arresti

Milano: arresti illegali e verbali falsi per fare carriera. Il sistema dei vigili infedeli si allarga: altri otto indagati

Arresti organizzati a tavolino, operazioni antidroga costruite con l’aiuto di informatori e falsi acquirenti, verbali che avrebbero raccontato fatti mai accaduti. E sullo sfondo, secondo la Procura di Milano, anche le ambizioni professionali di chi quelle operazioni le dirigeva. È un’inchiesta sempre più articolata quella che coinvolge un gruppo di agenti della Polizia locale milanese, accusati di aver trasformato la lotta allo spaccio in un sistema di arresti illegittimi, alterando in alcuni casi la ricostruzione dei fatti per giustificare i fermi.

Al centro della vicenda c’è Ilenja Sabato, commissaria della Polizia locale e figura di riferimento della cosiddetta “squadretta” antidroga, il gruppo operativo finito sotto indagine nell’estate del 2026. Il fascicolo, coordinato dai pubblici ministeri Giovanni Tarzia e Francesca Celle, conta oggi 16 indagati: 14 appartenenti alla Polizia locale e due civili che avrebbero collaborato alle operazioni.

La nuova fase dell’inchiesta ha portato la Procura a chiedere nuovamente il carcere per sei appartenenti al Corpo, cinque dei quali erano già stati arrestati ad agosto e si trovano ora ai domiciliari. Le contestazioni comprendono, a vario titolo, arresto illegale, falso, calunnia e peculato. Le verifiche hanno fatto emergere numerosi episodi sospetti, delineando, nell’ipotesi degli inquirenti, non una serie di irregolarità occasionali ma un vero e proprio metodo operativo.

La commissaria Ilenja Sabato al centro dell’inchiesta: il sospetto degli arresti per fare carriera

La figura di Ilenja Sabato è centrale non soltanto per il ruolo di comando esercitato all’interno della squadra, ma anche per il possibile movente delle condotte contestate. Secondo la ricostruzione della Procura, l’accumulo di arresti e risultati nell’attività di contrasto allo spaccio avrebbe dovuto favorire un avanzamento di carriera della commissaria, accompagnato da un incremento della retribuzione. È questa una delle ipotesi più significative emerse dalle indagini, perché suggerisce che dietro le operazioni contestate non ci fosse soltanto il tentativo di ottenere risultati investigativi con modalità irregolari, ma anche un interesse personale a far crescere il numero dei successi attribuiti alla squadra.

Dalle conversazioni tra gli indagati emerge un riferimento particolarmente indicativo: dopo circa duecento arresti, Sabato avrebbe preteso un riconoscimento professionale. Un elemento che gli investigatori collegano alle presunte ambizioni della commissaria, pur senza che questo costituisca, di per sé, la prova di un effettivo rapporto tra il numero degli arresti e le possibilità di promozione.

La centralità di Sabato emerge anche dalle dichiarazioni di alcuni colleghi. Giorgio B., uno dei sei agenti per i quali è stata avanzata la richiesta di custodia cautelare in carcere, ha spiegato al giudice di essersi affidato alla superiore nella redazione degli atti. “I verbali li scriveva Sabato, io firmavo, mi fidavo. Era una mia superiore, ci telecomandava”, ha dichiarato durante l’interrogatorio.

Una ricostruzione che tende ad attribuire alla commissaria un ruolo determinante nell’organizzazione delle operazioni e nella successiva documentazione degli arresti. Resta naturalmente da accertare, per ciascuno degli indagati, il livello di consapevolezza e di partecipazione alle presunte falsificazioni.

Come funzionava il sistema: informatori, esche e arresti costruiti a tavolino

Il meccanismo descritto dagli investigatori seguiva, in diversi episodi, uno schema ricorrente. Un informatore segnalava alla squadra i possibili bersagli delle operazioni antidroga, indicando luoghi, persone e disponibilità di stupefacenti. Successivamente entravano in azione le cosiddette “esche”, cittadini che simulavano un acquisto di droga o organizzavano un appuntamento con il presunto spacciatore.

Il problema, secondo l’accusa, non riguardava soltanto le modalità di individuazione dei venditori di stupefacenti. Gli agenti avrebbero utilizzato persone estranee alle forze dell’ordine per svolgere attività sostanzialmente sotto copertura, senza le garanzie e le autorizzazioni previste per questo tipo di operazioni.

Una volta effettuato il fermo, sarebbero stati redatti verbali contenenti ricostruzioni non veritiere: cessioni di droga mai avvenute davanti agli agenti, comportamenti attribuiti agli arrestati senza riscontri, episodi di resistenza che le immagini delle telecamere o le successive verifiche avrebbero smentito.

Particolarmente delicato anche il rapporto con almeno un informatore con precedenti penali. Dalle conversazioni acquisite dagli inquirenti emerge il sospetto che l’uomo non si limitasse a fornire indicazioni utili alle indagini, ma sfruttasse la collaborazione con gli agenti per colpire persone con le quali aveva contrasti personali.

Uno degli indagati, riferendosi all’informatore, avrebbe osservato che voleva far arrestare tutti i propri nemici. La Procura sta dunque cercando di chiarire se alcune operazioni fossero orientate non soltanto dalle esigenze investigative, ma anche dagli interessi di soggetti esterni alla Polizia locale.

Dall’arresto del 16 luglio al caso del sedicenne: gli episodi contestati

Il caso che ha fatto esplodere l’inchiesta risale al 16 luglio 2026. Un uomo sospettato di spaccio era stato fermato nell’ambito di un’operazione che, secondo gli investigatori, si sarebbe svolta in maniera molto diversa da quanto riportato nei documenti ufficiali. L’appuntamento con una delle esche sarebbe avvenuto a Corsico, fuori dal territorio comunale di Milano. Gli agenti avrebbero poi trasportato l’uomo in città, nei pressi di un distributore di carburante, ricostruendo falsamente l’operazione come un arresto in flagranza avvenuto a Milano. Anche il tentativo di fuga e l’aggressione agli agenti descritti nei verbali sarebbero stati inventati. A far emergere le anomalie è stata la segnalazione del difensore dell’arrestato. Da lì sono partiti gli accertamenti che hanno portato, all’inizio di agosto, ai primi provvedimenti cautelari.

L’approfondimento investigativo ha successivamente fatto affiorare altri episodi. Tra questi un arresto precedente al luglio 2026, per il quale un giudice aveva già rilevato, in una sentenza di maggio, evidenti discrepanze tra la documentazione prodotta dalla commissaria Sabato e dall’agente Mattia Rignanese e i filmati di videosorveglianza di un esercizio commerciale.

Un altro caso risale al primo agosto, quando gli agenti avrebbero arrestato un presunto spacciatore sostenendo di aver assistito a una cessione di droga. Le immagini delle telecamere e le dichiarazioni dell’acquirente avrebbero però contraddetto la ricostruzione contenuta nel verbale.

Ancora più inquietante è il caso di un sedicenne coinvolto in un’operazione antidroga risalente a gennaio. Secondo gli investigatori, al ragazzo sarebbero state attribuite condotte non riscontrate, tra cui un episodio di resistenza nei confronti degli agenti. A rendere particolarmente grave questa vicenda sono le parole emerse dalle conversazioni tra gli stessi appartenenti alla Polizia locale. In una chat uno degli agenti avrebbe riconosciuto che al minorenne era stato attribuito un reato non commesso, aggiungendo: “Gli abbiamo rovinato la vita”.

Sono proprio questi episodi, e la possibile consapevolezza delle irregolarità da parte degli operatori coinvolti, a rappresentare uno degli aspetti più delicati del lavoro della Procura.

Il sospetto sui verbali falsi e i beni sottratti durante le operazioni

Il quadro accusatorio non si limita agli arresti ritenuti illegittimi. La Procura contesta anche episodi di falso, calunnia e peculato, con riferimento sia alla documentazione prodotta dagli agenti sia alla gestione di beni e denaro durante gli interventi. Secondo gli inquirenti, in alcune circostanze sarebbero stati alterati i verbali per attribuire agli arrestati condotte mai verificatesi. A queste contestazioni si aggiungono quelle relative a beni che sarebbero stati sottratti o trattenuti indebitamente. Tra gli episodi sotto esame figura la scomparsa di una bicicletta elettrica del valore di circa mille euro, che sarebbe stata prelevata durante una perquisizione. Sulla vicenda sono chiamati a rispondere, secondo le rispettive contestazioni, Denni Dileo e Vincenzo Compagnone.

Gli investigatori hanno inoltre ricostruito presunte utilità ricevute dalla stessa commissaria Sabato, tra cui due monili e una collanina. Nell’operazione del 16 luglio è emersa anche la questione della scomparsa di 1.450 euro, denunciata dall’uomo arrestato. Un ulteriore elemento che ha contribuito ad alimentare i sospetti sulla correttezza dell’intervento.

Le verifiche riguardano infine una circostanza anomala relativa alle telecamere di sorveglianza: durante uno degli arresti contestati, un dispositivo che avrebbe potuto riprendere la scena avrebbe improvvisamente cambiato inquadratura, tornando poi a funzionare regolarmente. Il giudice ha segnalato la possibilità che il movimento fosse stato comandato da remoto, circostanza sulla quale resta da chiarire l’eventuale coinvolgimento di altre persone.

Gli interrogatori: gli agenti chiamano in causa la catena di comando

Negli ultimi giorni l’inchiesta è entrata in una nuova fase, con gli interrogatori preventivi davanti al gip Elio Sparacino, chiamato a decidere sulla richiesta della Procura di applicare la custodia cautelare in carcere ai sei principali indagati. Oltre alla commissaria Sabato, sono coinvolti Mattia Rignanese, Denni Dileo, Vincenzo Compagnone, Rosario Piscopo e Giorgio B., quest’ultimo l’unico dei sei a non essere già sottoposto agli arresti domiciliari. Le dichiarazioni rese al giudice mostrano come una delle principali linee difensive degli agenti sia quella di richiamare il ruolo della catena di comando.

Denni Dileo, 27 anni, ha sostenuto di essersi limitato a eseguire le indicazioni ricevute dai superiori. Il suo difensore, Paolo Confalonieri, ha sottolineato che il giovane era entrato nell’unità operativa soltanto tre giorni prima dei fatti contestati e ha riferito che due capi d’imputazione nei suoi confronti sono stati eliminati dai pm. Diversa la posizione di Vincenzo Compagnone, che si è avvalso della facoltà di non rispondere.

La commissaria Sabato, assistita dall’avvocato Giovanni Briola, ha invece risposto alle domande del giudice nel corso di un interrogatorio durato oltre quattro ore. La difesa ha depositato una memoria contestando la sussistenza delle esigenze cautelari indicate dalla Procura. Secondo il legale, la sospensione dal servizio della commissaria, la misura degli arresti domiciliari già in essere e l’acquisizione del contenuto dei telefoni degli indagati escluderebbero il rischio di reiterazione dei reati e di inquinamento delle prove. I pm ritengono invece che la gravità delle condotte e il possibile sistema di reciproca protezione tra gli appartenenti al gruppo rendano necessaria una misura più severa. Il giudice si è riservato la decisione.

Il comandante Mirabelli: “Non si fa carriera con gli arresti. Il Corpo ha gli anticorpi”

Mentre l’inchiesta prosegue, il comandante della Polizia locale di Milano, Gianluca Mirabelli, interviene per difendere il Corpo e ridimensionare il rischio che le responsabilità contestate ad alcuni agenti possano investire l’intera organizzazione. “La delusione è tanta”, ammette il comandante intervistato dal Corriere. Il comandante sottolinea però come siano stati gli stessi investigatori della Polizia locale, su delega della Procura, a ricostruire rapidamente le condotte sospette. Mirabelli rivendica in particolare il lavoro compiuto tra il 16 luglio e il 4 agosto, quando gli accertamenti interni hanno consentito di raccogliere gli elementi alla base dei primi provvedimenti giudiziari.

Il comandante contesta soprattutto l’idea che il numero degli arresti possa rappresentare una scorciatoia per ottenere promozioni o benefici economici. Spiega infatti che gli arresti effettuati e gli encomi ricevuti non attribuiscono punteggi aggiuntivi nei concorsi, né comportano aumenti automatici della retribuzione. Gli avanzamenti dipendono invece dai requisiti previsti per i diversi ruoli, dall’anzianità e dalle competenze richieste, prevalentemente amministrative. Una precisazione che introduce un elemento importante nella lettura dell’inchiesta: le presunte ambizioni di carriera attribuite alla commissaria non corrisponderebbero, secondo il comandante, a un effettivo meccanismo premiale fondato sul numero degli arresti.

Mirabelli insiste inoltre sul carattere circoscritto della vicenda e sulla capacità della Polizia locale di individuare e contrastare al proprio interno eventuali comportamenti illeciti. Aggiunge che anche le violazioni disciplinari, indipendentemente dalla loro rilevanza penale, dovranno essere valutate. Quanto ai rapporti con l’amministrazione comunale, il comandante conferma la piena sintonia con il sindaco Giuseppe Sala, che avrebbe seguito gli sviluppi dell’inchiesta fin dalle sue prime fasi.

I controlli e della responsabilità dei superiori

L’inchiesta lascia aperta una questione che va oltre le responsabilità penali dei singoli indagati: come sia stato possibile che un gruppo operativo accumulasse un numero così elevato di arresti senza che le anomalie contestate emergessero prima. Le dichiarazioni degli agenti sul ruolo dei superiori, la ricostruzione dei rapporti con gli informatori e i precedenti episodi nei quali erano già state segnalate discrepanze nei verbali pongono interrogativi sul funzionamento dei controlli interni e sulle modalità di supervisione delle attività di polizia giudiziaria.

Resta anche da chiarire se il presunto sistema di falsificazioni fosse conosciuto da altre persone, se vi siano state ulteriori responsabilità e quanto abbiano inciso le ambizioni personali e la ricerca di risultati operativi nella gestione della squadra. Sono aspetti sui quali l’indagine dovrà ancora fare chiarezza, tenendo distinte le accuse formulate dai magistrati dalle responsabilità che potranno essere accertate in sede giudiziaria.

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