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Moda e caporalato, la Procura di Milano chiede i controlli interni a dieci grandi marchi del lusso

Da Chanel a Moncler, da Bulgari a Brunello Cucinelli: nessuna società è indagata. Il pm Storari vuole verificare audit e modelli organizzativi adottati per impedire lo sfruttamento nei livelli più profondi della filiera

Moda e caporalato, la Procura di Milano chiede i controlli interni a dieci grandi marchi del lusso
Paolo Storari

La nuova mossa della Procura di Milano nell’inchiesta sullo sfruttamento del lavoro nella moda parte dai documenti interni delle grandi aziende del lusso. Il pubblico ministero Paolo Storari ha chiesto a una decina di società di consegnare gli atti relativi ai controlli effettuati su alcuni fornitori e subfornitori e alle procedure adottate per prevenire fenomeni di caporalato lungo la catena produttiva. La richiesta di esibizione documentale ha riguardato Owenscorp Italia, Chanel, Brunello Cucinelli, Goyard Italie, Moncler, Stefano Ricci, Bulgari, Jacob Cohen Company, Etro, F.VL. e Brandart. Le società interessate, riferisce il Corriere, non risultano indagate.

La scoperta nel capannone di Pero

L’iniziativa della Procura nasce dagli accertamenti effettuati lo scorso 14 maggio dai carabinieri del Nucleo Tutela del Lavoro di Milano all’interno di un capannone della società Moda Fashion Style, a Pero, nell’hinterland milanese. Secondo quanto emerso dalle ispezioni, nello stabilimento sarebbero stati trovati lavoratori di nazionalità cinese impiegati in nero e, in alcuni casi, privi del permesso di soggiorno. Gli operai avrebbero lavorato a cottimo, per molte ore al giorno e anche durante le festività, come sarebbe stato ricostruito anche attraverso l’andamento dei consumi elettrici.

Le condizioni di lavoro sarebbero state aggravate dalla presenza di macchinari privi dei necessari dispositivi di sicurezza e da sistemazioni abitative giudicate degradanti. Gli accertamenti dovranno ora chiarire le responsabilità dei soggetti direttamente coinvolti nell’attività produttiva.

Copriabiti, sacchetti e pochette per i grandi marchi

Moda Fashion Style sarebbe risultata fornitrice di Brandart e F.VL., aziende che, a loro volta, avrebbero lavorato anche per alcuni dei marchi destinatari della richiesta della Procura. La produzione oggetto degli accertamenti non avrebbe riguardato direttamente capi o accessori destinati alla vendita nei negozi, ma articoli comunque collegati all’immagine delle case di moda, come copriabiti, sacchetti, pochette e custodie per borse. Proprio su questo passaggio della filiera si concentra l’attenzione degli inquirenti: verificare fino a che punto i committenti fossero a conoscenza delle condizioni nelle quali venivano realizzati i prodotti e quali sistemi di vigilanza avessero predisposto.

La Procura vuole vedere gli audit degli ultimi due anni

Il pm ha chiesto in particolare di acquisire gli esiti degli audit svolti negli ultimi due anni nei confronti di Moda Fashion Style, Isacco, Brandart e F.VL. L’obiettivo è valutare l’effettiva idoneità dei modelli organizzativi adottati ai sensi del decreto legislativo 231 del 2001, che disciplina la responsabilità delle società e le procedure interne destinate a prevenire la commissione di reati. Nel provvedimento viene richiamata anche la normativa sulle misure di prevenzione, che consente, in presenza di determinati presupposti, di sottoporre ad amministrazione giudiziaria le imprese che abbiano agevolato soggetti coinvolti nello sfruttamento della manodopera.

Il precedente Tod’s e il nodo dei prodotti non in vendita

Sul fondo dell’iniziativa resta il confronto giudiziario già maturato nel procedimento che aveva coinvolto Tod’s. In quel caso il Tribunale di Milano aveva respinto la richiesta della Procura di disporre l’amministrazione giudiziaria della società. Una delle questioni sollevate riguardava il livello di controllo richiesto alle case di moda per i prodotti che non vengono venduti al pubblico. Nell’inchiesta su Tod’s, infatti, le contestazioni si riferivano anche alle condizioni di lavoro negli opifici incaricati di produrre le divise indossate dagli addetti dei negozi.

Secondo il Tribunale, il controllo più capillare avrebbe dovuto riguardare soprattutto i beni rappresentativi del marchio destinati alla commercializzazione. Una distinzione duramente contestata dal pm, secondo il quale la legge non differenzia lo sfruttamento della manodopera in base alla destinazione finale del prodotto. Il ricorso della Procura era stato successivamente respinto in appello per ragioni legate alla competenza territoriale, individuata ad Ancona, senza tuttavia risolvere nel merito il contrasto interpretativo.

La richiesta inviata ora ai grandi marchi sembra dunque spostare l’indagine su un terreno più ampio: non soltanto accertare che cosa sia avvenuto nei laboratori, ma verificare in concreto se i controlli predisposti dalle aziende fossero realmente capaci di intercettare lo sfruttamento anche nei passaggi meno visibili della filiera. È in quelle retrovie, lontane dalle vetrine e dalle passerelle, che la Procura continua a cercare il punto di contatto tra il lusso e il lavoro irregolare.