Dopo l’apertura del dibattimento e la costituzione delle parti civili, il processo a carico di Gianluca Soncin è entrato nel vivo oggi, lunedì 13 luglio 2026. L’imprenditore 53enne è accusato dell’omicidio dell’ex compagna Pamela Genini, uccisa la sera del 14 ottobre 2025 nell’appartamento della giovane in via Iglesias, nel quartiere Gorla.
Un omicidio crudele e premeditato , 76 le coltellate inferte alla vittima
Secondo la ricostruzione della Procura, Soncin sarebbe partito nel tardo pomeriggio dalla sua abitazione di Cervia portando con sé un coltello e una copia delle chiavi dell’appartamento milanese della donna, realizzata di nascosto con ogni probabilità nella settimana precedente. Proprio il possesso delle chiavi e la scelta di portare da Cervia l’arma sono due degli elementi sui quali l’accusa fonda la contestazione della premeditazione. Pamela, che aveva deciso di chiudere la relazione, si trovava in casa e stava preparando da mangiare. Quando si rese conto che Soncin era entrato, riuscì a mettersi in contatto con Dolci, indicato nelle diverse ricostruzioni come amico, confidente o precedente compagno. Gli scrisse un messaggio disperato chiedendo che cosa dovesse fare; Dolci le rispose che la polizia stava arrivando. Secondo gli atti citati durante la prima udienza, fu lui ad allertare il 112.
All’arrivo degli agenti, Pamela tentò di non insospettire l’uomo rispondendo al citofono come se si trattasse di una consegna a domicilio. La situazione precipitò pochi istanti dopo. Le urla provenienti dall’appartamento e dal terrazzo spinsero i poliziotti a forzare prima l’accesso al condominio e poi la porta di casa.
La fuga sul pianerottolo e l’irruzione della polizia
La deposizione resa oggi aggiunge un particolare drammatico alla dinamica: Pamela sarebbe riuscita per un momento a sottrarsi all’aggressore, a uscire dall’abitazione e a raggiungere il pianerottolo. Soncin l’avrebbe però afferrata e trascinata nuovamente all’interno. Quando gli agenti riuscirono a sfondare la porta, trovarono la giovane a terra, ancora viva ma in condizioni disperate, mentre l’imputato cercava di ostacolare il loro ingresso.
L’arma, ritrovata sul tappeto del bagno, è stata descritta in aula come un coltello con lama di circa 21 centimetri, parzialmente seghettata. Nella casa di Cervia e nell’automobile dell’imputato gli investigatori sequestrarono successivamente altri coltelli e armi, tra cui una pistola ad aria compressa e alcune scacciacani. Soncin si procurò inoltre delle ferite al collo, inizialmente interpretate come un tentativo di suicidio.
Le prime informazioni diffuse dopo il delitto parlavano di 24 o di poco più di 30 coltellate. Il dato definitivo emerso dalla relazione medico-legale, depositata mesi più tardi, è di 76 fendenti. È su questo accertamento che la Procura ha rafforzato la contestazione della crudeltà.
Le violenze precedenti e quei segnali di pericolo inascoltati
Il processo non riguarda soltanto quanto avvenuto nella notte del 14 ottobre. Una parte decisiva dell’istruttoria è rappresentata dagli episodi che avrebbero preceduto l’omicidio e che, secondo l’accusa, delineano un rapporto caratterizzato per circa un anno e mezzo da controllo, minacce e violenze fisiche e psicologiche. Amici e conoscenti di Pamela avevano già raccontato agli inquirenti soprusi e comportamenti possessivi attribuiti all’imputato.
Il documento più rilevante risale al settembre 2024. Pamela si presentò all’ospedale di Seriate dopo un’aggressione avvenuta il giorno precedente a Cervia. Nel referto riferì di essere stata gettata a terra, colpita con calci e pugni, trascinata per i capelli e ferita a un dito. Al questionario sanitario per la valutazione del rischio rispose positivamente a quattro domande su cinque: indicò gelosia, aumento della violenza, minacce con armi e il timore che Soncin potesse ucciderla.
Le forze dell’ordine furono informate e il referto venne trasmesso territorialmente, ma Pamela non presentò denuncia e non fu attivato un procedimento “Codice rosso”. Il tema delle occasioni di protezione mancate è stato sollevato dai legali della famiglia, ma non costituisce, allo stato, l’oggetto del processo in Corte d’Assise, che deve accertare la responsabilità penale di Soncin per l’omicidio.
Lo stato giudiziario di Gianluca Soncin
Soncin si trova in custodia cautelare dal 16 ottobre 2025, quando il gip Tommaso Perna convalidò il fermo e dispose la permanenza in carcere. Nell’ordinanza iniziale erano contestate le aggravanti della premeditazione, della crudeltà, dei futili motivi, della relazione affettiva e degli atti persecutori. Al termine delle indagini, le pm Alessia Menegazzo e Letizia Mannella hanno chiesto il giudizio immediato, accolto dal gip nell’aprile 2026. Il procedimento è quindi approdato direttamente davanti alla Corte d’Assise, senza il passaggio dell’udienza preliminare. Nell’imputazione definitiva Soncin risponde di omicidio volontario pluriaggravato dalla premeditazione, dalla crudeltà, dai futili motivi e dalla relazione affettiva cessata. L’aggravante dello stalking, presente nella fase cautelare, è stata invece esclusa dal capo d’imputazione con cui si è aperto il dibattimento.
Il termine “femminicidio” descrive la natura e il contesto del delitto, ma la contestazione formale è quella di omicidio volontario pluriaggravato: il nuovo reato autonomo di femminicidio è stato introdotto nell’ordinamento italiano dopo i fatti del 14 ottobre 2025 e non può essere applicato retroattivamente. In caso di riconoscimento delle aggravanti contestate, Soncin rischia l’ergastolo.
La prima udienza e la strategia delle parti
Il processo si è aperto il 4 giugno. La Corte ha ammesso come parti civili la madre, il padre, il fratello e la sorella di Pamela, mentre ha respinto le richieste presentate da due associazioni e da Francesco Dolci. Per quest’ultimo, i giudici hanno rilevato che la relazione prospettata dalla difesa era durata pochi mesi, non era accompagnata da una convivenza stabile e si era sviluppata parallelamente al rapporto tra Pamela e Soncin. La difesa dell’imputato non mette al centro la causa materiale della morte, ma punta a discutere la dinamica, il movente e soprattutto la configurabilità delle aggravanti che possono determinare la condanna all’ergastolo. Sono stati indicati consulenti medico-legali, informatici e psichiatrici, anche per valutare le ferite riportate da Soncin e il materiale estratto dai dispositivi elettronici.
L’udienza odierna è dunque fondamentale perché porta per la prima volta davanti ai giudici popolari gli elementi raccolti dalla polizia: il viaggio da Cervia, la duplicazione delle chiavi, l’arma portata nell’appartamento, il tentativo di fuga della vittima e l’intervento degli agenti. Sarà sulla tenuta complessiva di questa sequenza che si confronteranno accusa e difesa.
Il caso parallelo: la decapitazione del cadavere di Pamela e la posizione di Dolci
Mentre a Milano prendeva forma il processo per l’omicidio, nel Bergamasco si apriva un secondo e distinto fascicolo giudiziario. Il 23 marzo 2026, durante le operazioni per trasferire la bara dal loculo alla cappella di famiglia nel cimitero di Strozza, il corpo di Pamela fu trovato decapitato. La testa era stata asportata e portata via e, a quasi quattro mesi dalla scoperta, non risulta ancora recuperata.
Le indagini sono coordinate dalla Procura di Bergamo e condotte dai carabinieri. Il feretro e la salma sono stati sottoposti a sequestro per consentire gli accertamenti scientifici. Per settimane sono state esaminate aree rurali, proprietà, sentieri e cavità della Valle Imagna, con il supporto di unità cinofile e speleologi; le ricerche sul territorio sono state successivamente sospese senza che la parte anatomica venisse ritrovata.
Francesco Dolci, 41 anni, è stato iscritto nel registro degli indagati nel maggio scorso. Le diverse comunicazioni giudiziarie e giornalistiche hanno riferito le ipotesi di vilipendio di cadavere, profanazione di sepolcro e furto o sottrazione della testa. È stato interrogato per oltre sei ore e le abitazioni sue e di alcuni familiari sono state perquisite; telefoni, documenti e altri oggetti sono stati sequestrati per essere sottoposti ad analisi. Dolci è indagato a piede libero, non risulta raggiunto da misure cautelari e ha sempre respinto ogni addebito, dichiarandosi completamente estraneo alla profanazione. La sua posizione resta pertanto quella di una persona sottoposta a indagini: l’iscrizione nel registro degli indagati non equivale né a un rinvio a giudizio né, tantomeno, a una dichiarazione di colpevolezza.
La sua figura collega, però, i due procedimenti. Dolci è la persona che Pamela contattò negli ultimi minuti e colui che chiamò la polizia, contribuendo a far arrivare gli agenti in via Iglesias. Al tempo stesso è l’unico indagato finora indicato nel fascicolo bergamasco sulla tomba profanata. Sono ruoli giuridicamente separati: ciò che egli fece la sera dell’omicidio non prova nulla rispetto ai fatti avvenuti mesi dopo nel cimitero, così come l’indagine di Bergamo non cancella il suo intervento nella richiesta di soccorso.
L’ulteriore inchiesta per bancarotta fraudolenta
All’inizio di luglio si è aperto per Dolci anche un terzo fronte, autonomo rispetto sia all’omicidio sia alla profanazione. La Guardia di Finanza di Bergamo lo ha ascoltato nell’ambito di un’indagine per bancarotta fraudolenta relativa a presunti flussi finanziari anomali tra il 2023 e il 2025 e a somme che sarebbero confluite in una società intestata a un prestanome. Secondo le ricostruzioni pubblicate, gli accertamenti riguarderebbero anche fatture ritenute inesistenti per un valore vicino ai 400 mila euro. Dolci nega anche queste contestazioni.
L’inchiesta economica non ha, allo stato, un collegamento probatorio con il delitto di Pamela o con la violazione della sua sepoltura. Va quindi trattata come un procedimento distinto, senza trasformarla in un elemento indiziario rispetto agli altri fatti.
A Milano, il processo contro Soncin è ormai nella fase dibattimentale: l’imputato è detenuto, le parti civili sono state ammesse e la Corte sta iniziando ad ascoltare investigatori e testimoni. Il punto centrale non sarà soltanto stabilire la responsabilità materiale, ma verificare se gli elementi raccolti dimostrino la premeditazione, la crudeltà e le altre aggravanti contestate dalla Procura. A Bergamo, invece, l’indagine sulla profanazione è ancora nella fase preliminare. Non è stato individuato in via definitiva l’autore, la testa di Pamela non è stata ritrovata e Francesco Dolci, pur essendo al centro degli accertamenti, conserva tutte le garanzie riconosciute a una persona indagata.

