Undici giugno 2025: la prima richiesta di chiarimenti al responsabile dell’Urbanistica del Comune di Milano. Il 27 la risposta, due parole che a Palazzo Marino valgono come una formula liturgica: istanza “in valutazione”. Poi l’indicazione di settembre come termine possibile, poi la promessa di un “percorso ulteriormente rafforzato”, poi febbraio 2026, quando dopo una delibera di Giunta si comunica che l’istruttoria è ancora in corso e che l’accordo si spera arrivi entro fine mese. Siamo a settembre 2026 e quell’accordo non è arrivato.
La cronologia è quella di via Savona 105, ricostruita nelle carte e nei solleciti di Mariangela Padalino, capogruppo di Noi Moderati in Consiglio comunale, che sul caso insiste da oltre un anno. «Una convenzione è stata regolarmente firmata davanti a un notaio, ma non è ancora stato rilasciato il Permesso di Costruire Convenzionato», riassume. Nel frattempo il fascicolo è passato di mano: «Il progetto è stato venduto a un’altra società perché quella iniziale non ce l’ha più fatta. E gli acquirenti sono ancora bloccati». Persone che avevano firmato per una casa e che, tre anni dopo, sono esattamente dove erano.
La giurisprudenza che si sta formando
Il singolo fascicolo diventa interessante quando lo si guarda accanto a ciò che i giudici amministrativi hanno scritto quest’estate. Ad agosto il Tar della Lombardia ha accolto il ricorso di Lambretto Immobiliare, che a Lambrate, in via Cletto Arrighi 16, attendeva una risposta su un intervento di demolizione e ricostruzione residenziale. Il 3 settembre è arrivata la seconda pronuncia, sul ricorso di Setha Brenta per un complesso in viale Brenta, zona corso Lodi: di nuovo silenzio-inadempimento, di nuovo inerzia dichiarata illegittima.
Il principio fissato dai giudici è tanto elementare quanto imbarazzante per chi amministra: davanti a una domanda di permesso di costruire convenzionato l’amministrazione non è obbligata ad accogliere, ma è obbligata a chiudere il procedimento con una “determinazione espressa, positiva o negativa”, sorretta da istruttoria adeguata. Entro sessanta giorni. Se non lo fa, il Tar può nominare un commissario ad acta, cioè qualcuno che decide al posto del Comune — ipotesi affacciatasi per la prima volta nell’urbanistica milanese proprio con il caso Lambrate.
«Il Tar è tornato a richiamare il Comune di Milano sull’inerzia nei procedimenti edilizi: il Comune deve decidere, non può restare in silenzio. E deve farlo entro 60 giorni», è la lettura della capogruppo di Noi Moderati , che nelle pronunce vede la conferma giudiziaria di quanto denuncia dal giugno del 2025. Vale però la pena tenere ferma una distinzione che nel dibattito politico tende a evaporare: nessuna di queste sentenze certifica la bontà urbanistica dei progetti, né ordina di rilasciare i titoli. Ordina di rispondere.
Il costo della prudenza
Sullo sfondo ci sono le inchieste che dal 2023 hanno investito l’urbanistica milanese e il congelamento di circa centocinquanta operazioni immobiliari, rimaste in attesa di un titolo edilizio mentre gli uffici valutavano, riesaminavano, sospendevano termini. Una prudenza comprensibile sul piano umano — nessun dirigente vuole firmare l’atto sbagliato — ma che ha prodotto un effetto perverso: la responsabilità di non decidere è stata percepita come più leggera della responsabilità di decidere. Il Tar sta spiegando, con pazienza, che giuridicamente non è così.
La vicenda di via Savona era stata portata anche all’attenzione dell’assessora Anna Scavuzzo, che nell’aprile 2025 aveva incontrato una delegazione di acquirenti chiedendo ancora tempo e spiegando che gli uffici erano in affanno. L’affanno degli uffici è un dato reale, documentato dai numeri e dalle carenze di organico. Ma è anche la spia di un problema che non si risolve con le rassicurazioni: una struttura che non riesce a smaltire i procedimenti nei termini di legge non è un’emergenza congiunturale, è un assetto organizzativo che non funziona.
Padalino usa parole più dure: «Dopo anni di attesa, chiedere ancora pazienza non è una risposta: è una vergogna istituzionale e la conferma di un fallimento nella governance dell’urbanistica». E indica la strada che secondo lei andrebbe imboccata subito: «Serve una riforma dell’area urbanistica del Comune, con un’organizzazione nuova, più efficiente e capace di decidere».
Chi paga l’attesa
Resta il conto, e lo pagano soggetti che nel dibattito sull’urbanistica milanese compaiono di rado. «Milano è la città del fare, ma non è possibile che per ottenere un Permesso di Costruire servano anni. Le imprese non hanno risorse infinite e i cittadini che comprano casa non sono miliardari», osserva la capogruppo. Il passaggio di mano di via Savona 105 dice esattamente questo: quando il pubblico non decide, la selezione avviene comunque, solo che la fa la finanza al posto della politica. E chi ha comprato casa — non un investitore, non qualcuno con un consulente legale nella stanza accanto — si ritrova creditore di un provvedimento amministrativo. «Una pratica edilizia non è solo burocrazia: dietro ci sono cittadini, imprese, investimenti e progetti di vita», chiude Mariangela Padalino.


