di Monica Camozzi
La passione di Miuccia Prada per l’arte è nota e fattiva. Questa volta però la designer è riuscita a traslare l’arte nella moda senza velleitarismi, con emozione profonda e con un rigore gioioso, che pare un ossimoro ma è quel che sale dall’anima guardando la collezione. Sugli abiti in passerella ieri, la visione di donna data da sei artisti cui la signora Prada ha chiesto di rappresentare l’eterno femminino (El Mac, Mesa, Stinkfish, Gabriel Specter, Jeanne Detallante e Pierre Mornet). I colori sono espressionisti, tavolozze nitide che animano coat policromi con colli di pelliccia, abiti stratificati con décolleté come piccole aiuole in fiore, in un melting pot colto e appassionante. C’è da giurare che la demi sock, la calza protesa dalla caviglia a sotto il ginocchio, rappresenterà un imperativo della prossima stagione, per pradiani e non. Altro elemento iconico è il reggiseno disegnato come un trompe l’oeil vivace sulle campiture del nero, scontornato nella seta in totale simbiosi con l’abito, composto da tessili flottanti sotto lo scollo a lunetta che si apre come una conchiglia. L’elaborazione materica e formale della collezione è fortissima, come se gli abiti diventassero tele da comporre a tecnica mista. Un virtuosismo creativo che convince e come sempre stupisce. I codici costruttivi della couture vengono scossi da iniezioni di modernità potente, con accenti ironici e la voglia di sconfessare il perbenismo forzato. Per chi non volesse farsi tentare dai cappottini in fur disegnati come fumetti e dagli arcobaleni da primavera messicana, restano i meravigliosi pencil dress con tasca laterale, aggrappati al seno con la forza del tessuto triangolare, punta di sensualità intellettuale che spicca sul resto.















