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Volkswagen, i sindacati frenano Blume: “Nessuna carta bianca” sui 50.000 posti

Volkswagen, i sindacati frenano Blume: “Nessuna carta bianca” sui 50.000 posti

IG Metall e consiglio di fabbrica accettano il piano VW, ma chiedono negoziati su posti, stabilimenti e modalità dei tagli.

Volkswagen può avviare la più profonda ristrutturazione della sua storia, ma Oliver Blume non ha ricevuto una “carta bianca” per decidere autonomamente il destino di 50.000 posti di lavoro e di quattro stabilimenti tedeschi. È il messaggio lanciato da IG Metall e dal consiglio di fabbrica dopo l’approvazione unanime del Zukunftsplan 2030. Il piano punta a riportare il gruppo a una redditività operativa del 9% entro il 2030, riducendo costi, capacità produttiva e complessità. Ma la partita sindacale, sostengono i rappresentanti dei lavoratori, è tutt’altro che chiusa.

Il consiglio di sorveglianza ha dato il via libera alla cornice strategica elaborata dal management. Volkswagen programma in futuro volumi intorno a 9 milioni di veicoli l’anno, un risultato operativo di circa 31 miliardi di euro, costi generali per 37 miliardi e 135 miliardi di investimenti in impianti, ricerca e sviluppo tra il 2027 e il 2031. Nel piano compare inoltre un adeguamento dell’organico nell’ordine di 50.000 posizioni a livello globale, comprese quelle manageriali. Si tratta però di obiettivi e grandezze del piano, non della fotografia di tagli individuali già definiti stabilimento per stabilimento.

Benner e Cavallo: «La vera battaglia comincia adesso»

È proprio su questo punto che Christiane Benner, presidente di IG Metall, e Daniela Cavallo, presidente del consiglio generale e di gruppo Volkswagen, stanno cercando di delimitare il mandato ricevuto da Blume.

In una dichiarazione congiunta ufficiale del 3 settembre, le due leader hanno criticato apertamente il management: il «corso di confronto» seguito nelle settimane precedenti avrebbe creato forte incertezza tra i dipendenti. Secondo Benner e Cavallo, la parte dei lavoratori, insieme al Land della Bassa Sassonia, ha evitato un’escalation e costretto le parti a raggiungere un compromesso.

Il sindacato rivendica soprattutto tre risultati: nessuno stabilimento è stato formalmente abbandonato, è stata esclusa la separazione della marca Volkswagen Pkw e della divisione componenti e restano da elaborare soluzioni industriali concrete per i siti più esposti. «La Arbeit fängt jetzt erst an», cioè “il lavoro comincia soltanto adesso”, hanno avvertito Benner e Cavallo.

Il tono è diventato ancora più esplicito nella comunicazione ai dipendenti riportata da Bloomberg. Benner sostiene che i rappresentanti dei lavoratori siano riusciti a bloccare parti delle intenzioni originarie del management e aggiunge: «La vera battaglia comincia adesso». Secondo il fronte sindacale, il voto unanime del consiglio di sorveglianza non costituisce quindi un lasciapassare automatico per intervenire sull’occupazione.

I 50.000 posti restano il nodo più delicato

La differenza non è soltanto semantica. Per Volkswagen i 50.000 posti indicano la dimensione dell’adeguamento necessario per rendere il gruppo più competitivo. Per IG Metall, invece, quella cifra non equivale ancora a un programma negoziato che stabilisca dove, quando e con quali strumenti dovranno essere ridotti gli organici.

Anche la stampa economica tedesca sottolinea questa distinzione. N-tv parla di una grandezza derivata dagli obiettivi economici del gruppo e osserva che tempi, siti e modalità rimangono oggetto di successive trattative. WirtschaftsWoche definisce l’accordo una sorta di accordo quadro, non un “Freifahrtschein”, un lasciapassare per Blume: molte misure concrete dovranno tornare negli organismi societari durante le prossime pianificazioni.

Lo scontro si sposta quindi dall’approvazione del piano alla sua esecuzione.

Volkswagen ha una ragione economica evidente per accelerare. Blume ha definito la situazione «più che critica»: al primo semestre il gruppo viaggiava su una redditività operativa del 3,8%, considerata insufficiente per finanziare nuovi prodotti, software, batterie, tecnologie e trasformazione degli impianti. Il target del 9% implica quindi più che un raddoppio del margine rispetto a quel livello.

Per i sindacati, tuttavia, l’aumento della redditività non può essere raggiunto trasferendo la maggior parte del costo dell’aggiustamento sui dipendenti. Cavallo ha accettato pubblicamente la necessità del Zukunftsplan, ma ha posto una condizione precisa: redditività e tutela dell’occupazione devono restare obiettivi di pari livello.

Emden, Zwickau, Hannover e Neckarsulm ancora in bilico

L’altro fronte riguarda la produzione. Volkswagen riconosce circa 500.000 vetture di sovraccapacità in Europa e oggi non vede una successiva assegnazione produttiva sufficientemente competitiva per Emden, Zwickau, Hannover e lo stabilimento Audi di Neckarsulm, a partire progressivamente dal 2031-2034. Il gruppo dovrà predisporre entro giugno 2027 un nuovo concetto per la struttura industriale europea.

Ma questo non significa che i quattro impianti siano già destinati alla chiusura. IG Metall insiste sul fatto che dovranno essere studiate produzioni alternative, investimenti o nuovi utilizzi industriali. Benner aveva già fissato una linea rossa prima del voto: con IG Metall, aveva dichiarato, Emden, Zwickau, Hannover e Neckarsulm non sarebbero stati semplicemente chiusi.

È qui che emergerà il vero equilibrio del compromesso Volkswagen. Il management ha ottenuto il riconoscimento politico e sindacale della necessità di ridurre costi, sovracapacità e organici. I lavoratori hanno però conservato potere negoziale sulla traduzione concreta di quei numeri.

Per Blume l’approvazione del Zukunftsplan 2030 è dunque una vittoria importante, ma non definitiva. Il 9% di margine, i 50.000 posti e i 500.000 veicoli di capacità in eccesso sono ora il perimetro economico della ristrutturazione; chi pagherà concretamente il prezzo dell’aggiustamento resta invece oggetto di negoziato. Ed è su questo terreno che Volkswagen, consiglio di fabbrica e IG Metall si preparano al prossimo confronto.