Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Auto e Motori » Volkswagen, Porsche e Cina affondano i conti: nuova pressione su costi e fabbriche

Volkswagen, Porsche e Cina affondano i conti: nuova pressione su costi e fabbriche

Volkswagen, Porsche e Cina affondano i conti: nuova pressione su costi e fabbriche

Volkswagen accelera la ristrutturazione: costi per 10 miliardi, vendita di Osnabrück e svalutazioni delle attività industriali in Cina.

Volkswagen mette in conto circa 10 miliardi di euro di oneri straordinari nel 2026 e accelera la ristrutturazione industriale, con la vendita prevista dello stabilimento di Osnabrück, nuovi programmi di prepensionamento e svalutazioni delle attività produttive in Cina. A pesare più di tutto è però Porsche: il gruppo di Wolfsburg registrerà nel terzo trimestre una svalutazione non monetaria di circa 6 miliardi di euro sul goodwill attribuito al marchio sportivo.Il nuovo quadro costringe Volkswagen a ridimensionare drasticamente le aspettative per l’anno. Il margine operativo sulle vendite, precedentemente previsto tra il 4 e il 5,5%, viene ora indicato fino all’1%, mentre i ricavi dovrebbero attestarsi intorno a 315 miliardi di euro, contro i 321,9 miliardi del 2025. Senza gli effetti straordinari, il gruppo stima un margine di circa il 4%.Il profit warning fotografa quindi una pressione che non riguarda soltanto Porsche, ma l’intera struttura industriale del maggiore costruttore automobilistico europeo. Volkswagen deve contemporaneamente ridurre i costi in Germania, adeguare capacità e organizzazione alla nuova domanda, sostenere gli investimenti nell’elettrificazione e affrontare un mercato cinese diventato molto più competitivo.

Osnabrück e Cina: 2 miliardi pesano sulla ristrutturazione

Tra gli interventi più direttamente collegati alla produzione c’è il futuro dello stabilimento Volkswagen di Osnabrück. Il gruppo conferma il progetto di vendita della società che gestisce il sito, inserito nel piano di ristrutturazione concordato alla fine del 2024.Alla possibile cessione si aggiunge l’ampliamento dei programmi di prepensionamento. Insieme alle svalutazioni degli asset appartenenti alle società consolidate da Volkswagen in Cina, questi interventi produrranno nel secondo semestre circa 2 miliardi di euro di ulteriori effetti negativi.È un passaggio importante perché mostra come il deterioramento dei risultati stia trasferendosi direttamente sulla struttura produttiva. Non si tratta dell’annuncio di nuova capacità né di maggiori volumi: al contrario, Volkswagen sta intervenendo sull’apparato industriale per ridurre costi fissi e complessità.La Cina rappresenta un secondo fronte particolarmente delicato. Oltre alla pressione sui risultati operativi, il peggioramento del mercato ha costretto Volkswagen a rivedere il valore contabile di alcuni asset delle proprie società consolidate nel Paese. Il gruppo sta contemporaneamente accelerando una strategia di sviluppo locale per competere con costruttori cinesi più rapidi e con strutture di costo inferiori.

Porsche costa 6 miliardi, ma la svalutazione non è un’uscita di cassa

Il maggiore impatto contabile arriva da Porsche AG. Dopo la revisione delle prospettive di medio e lungo periodo della Casa di Stoccarda, Volkswagen ha effettuato un nuovo impairment test che ha portato a una svalutazione del goodwill di circa 6 miliardi di euro.Il dato va però interpretato correttamente: si tratta di una rettifica contabile non monetaria, quindi non equivale a un esborso di sei miliardi né a un investimento cancellato della stessa entità. Riduce però il risultato operativo di Volkswagen e segnala che il gruppo attribuisce oggi a Porsche prospettive economiche inferiori rispetto a quelle utilizzate in precedenza per valutarne il business.Volkswagen assume ora per Porsche un corridoio di redditività di medio termine tra il 10 e il 15%. Il marchio sportivo è alle prese con una combinazione particolarmente difficile di debolezza della domanda cinese, costi della trasformazione tecnologica e pressione sui margini.La crisi Porsche diventa così un problema di gruppo: non solo per il peso della svalutazione, ma perché riduce la capacità di uno dei marchi tradizionalmente più redditizi di contribuire al finanziamento della trasformazione industriale.

Elettriche in crescita, ma i margini restano sotto pressione

Volkswagen indica anche un altro cambiamento strutturale: la domanda si sta spostando più rapidamente del previsto verso le auto elettriche a batteria, ma il maggiore peso dei BEV non si traduce automaticamente in una maggiore redditività.Secondo il gruppo, questa dinamica sta contribuendo a risultati inferiori alle attese soprattutto per Volkswagen Passenger Cars e Audi. La stampa economica tedesca sottolinea come, nell’attuale struttura dei costi, Volkswagen continui a ottenere margini inferiori sulle elettriche rispetto a molti modelli con motore termico.Per l’industria la conseguenza è rilevante. Aumentare i volumi elettrici non basta: devono scendere contemporaneamente i costi di piattaforme, batterie, software e produzione. È su questo terreno che il confronto con i costruttori cinesi sta diventando decisivo e che aumenterà inevitabilmente la pressione anche sulla supply chain europea.Il nuovo profit warning arriva inoltre poche settimane dopo l’approvazione del piano Volkswagen 2030, con cui il gruppo vuole ridurre complessità e costi e riorganizzare le proprie attività. Ora l’urgenza aumenta: dei circa 10 miliardi di effetti straordinari previsti nel 2026, 9 miliardi ricadranno soltanto nella seconda metà dell’anno.Volkswagen mantiene invece invariata la previsione di un cash flow netto della divisione Automotive compreso fra 3 e 6 miliardi di euro e una liquidità netta tra 32 e 34 miliardi. I prossimi risultati trimestrali, attesi il 29 ottobre, permetteranno di capire quanto la nuova fase di ristrutturazione stia incidendo sui conti e, soprattutto, quanto rapidamente il gruppo riuscirà ad adattare fabbriche, costi e capacità produttiva a un mercato automobilistico che sta cambiando più velocemente delle sue strutture industriali.