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Politica
"5G? Sbagliato l'integralismo ideologico. Qui si decide il futuro dell'Italia"

Giuliano Noci,  prorettore del Polo territoriale cinese del Politecnico di Milano e tra i massimi esperti di Cina in Italia, parla in un'intervista ad Affaritaliani.it della portata del 5G, dopo che nella relazione del Copasir si ritengono "fondate" le preoccupazioni sui presunti problemi di sicurezza legati ai fornitori cinesi Huawei e ZTE.

Giuliano Noci, che cosa ne pensa delle conclusioni della relazione del Copasir sul 5G?

Prima di rispondere, mi permetta di fare una premessa sulla questione 5G perché altrimenti si fa fatica a comprendere di che cosa stiamo parlando. Una tecnologia come quella del 5G costituisce il sistema nervoso del sistema di comunicazioni del futuro, grazie ai suoi bassissimi tempi di latenza e alla larghezza della banda che permette una machine-to-machine communication. Si tratta di una tecnologia fondamentale per la competitività furuta dei nostri sistemi economico, industriale, sociale, sanitario. E al momento l'Italia ne è completamente fuori, così come diversi altri paesi.

Perché abbiamo accumulato questo ritardo?

A fine anni Novanta, quando abbiamo venduto Italtel e Telettra, che erano dei campioni del settore delle telecomunicazioni a livello internazionale, nessuno ha alzato la mano per quanto avrebbe potuto significare in prospettiva. Siamo stati miopi e ci siamo accontentati di passare l'incasso, uscendo però allo stesso tempo da un'industria di straordinaria rilevanza. Oggi raccogliamo i "frutti" della scarsa visione strategica e tecnologica di 20 anni fa.

E che cosa comporta questa "raccolta"?

Comporta che, stante l'innegabile e decisiva rilevanza della tecnologia 5G, l'Italia sia diventata un acquirente, così come tanti altri paesi. E deve dunque rivolgersi a fornitori stranieri per dotarsi di questa infrastruttura che è e sarà imprescindibile. 

giuliano noci ape
Giuliano Noci

Il Copasir sostiene che ci siano rischi per la sicurezza nazionale.

Quando ci si rivolge a un fornitore straniero per un'infrastruttura strategica di questa rilevanza, inevitabilmente devo dotarmi di contromisure perché non è che sto acquistando un pezzo di formaggio o una bottiglia di vino. Qui si stanno acquistando dei componenti cruciali per la competività del paese sui quali  viaggiano dei dati che sono il combustibile che alimentano il potenziale enorme di questa infrastruttura. E' normale avere il desiderio di garantirsi che questi componenti funzionino e che siano sicuri. Ma il modo in cui si sta discutendo del tema 5G mi pare sbagliato.

Perché?

La logica conseguente di tutto il ragionamento che abbiamo fatto finora è che l'Italia ha bisogno di una agenzia dai forti connotati tecnologici che sia in grado di certificare il funzionamento e la sicurezza di tutti i componenti che vengono acquistati. Non solo. Questa agenzia di cui, ahimè, non mi pare nessuno parli dovrebbe essere anche in grado di monitorare il funzionamento della dorsale dell'infrastruttura 5G in tempo reale. In Italia mi pare invece si stia discutendo solamente, in modo sloganistico e modaiolo, del tema cinese senza preoccuparsi invece dell'aspetto fondamentale. Un paese che non ha fornitori di apparati deve avere un approccio serio e competente sul tema e porsi in modo coerente e intelligente, indipendentemente da chi sia il fornitore al quale ci si rivolge. L'Italia ha bisogno assoluto di garantire il corretto funzionamento della propria infrastruttura 5G.

Il Copasir, l'organo parlamentare che vigila sull'operato dei servizi segreti, ritiene "fondate" le preoccupazioni che aprire alle aziende cinesi lo sviluppo della rete 5G italiana possa comportare rischi per la sicurezza, tanto da suggerirne l'esclusione. 

"Accuse motivate da ragioni geopolitiche", replica Huawei, che chiede di "dimostrare le accuse mosse all'azienda".     

Il Copasir è al momento presieduto da Raffaele Volpi (Lega). Il vicepresidente è Adolfo Urso (Fratelli d'Italia) mentre il relatore sul tema 5G era Elio Vito (Forza Italia).

Secondo le stime di un position paper pubblicato a settembre da EY, i servizi e le applicazioni 5G produrrebbero nel giro di 15 anni un impatto positivo netto sul pil di circa 80 miliardi di euro. Viceversa, l'impatto causato dal ritardo e dagli extra costi potrebbe essere stimato "in almeno 10 miliardi di euro". 

Crede che sul tema ci sia un pregiudizio verso i fornitori cinesi?

Da osservatore posso dire che si parla tanto di Cina e di trade war all'interno di un dibattito, ripeto, modaiolo e slaganistico. Tutto il discorso che si fa sul 5G, purtroppo, è sul fatto se i fornitori cinesi siano il diavolo oppure no. La mia valutazione è che i fornitori cinesi sono uguali a quelli americani e a qualsiasi altro tipo di fornitore. Sono le condizioni di partenza che devono essere verificate. Bisogna acquistare componenti che hanno certe caratteristiche e che funzionano in un certo modo. Non solo. Un paese come l'Italia, che è ancora una delle maggiori potenze manifatturiere, dovrebbe dotarsi della migliore componentistica che esiste sul pianeta. Non sono un tecnico del 5G, ma mi appare chiaro che in materia la migliore componentistica sia quella cinese. 

In che modo si concilia questo vantaggio tecnologico con la necessità di sicurezza dell'infrastruttura?

Non mi pare che ci siano prove tangibili che ci siano rischi legati alla sicurezza. Gli stessi Stati Uniti, che presentano i fornitori cinesi come una minaccia, non mi pare abbiano messo prove oggettive sul tavolo. E nonostante la loro forte pressione, nessuno ha al momento chiuso davvero i rubinetti alle aziende cinesi. Non lo ha fatto Angela Merkel, non lo hanno fatto nemmeno tanti altri. Questo perché sanno che chi rinuncia del tutto agli apparati cinesi  potrebbe accumulare uno svantaggio competitivo incolmabile con gli altri paesi.

Come è possibile resistere a queste pressioni?

Ritengo che il tema del 5G debba essere posto non in una chiave di integralismo ideologico, bensì in una chiave seria e concreta, tutelando insieme sicurezza e sviluppo. Nell'ambito della guerra tecnologica è normale che ci siano pressioni in nome del Patto Atlantico. Altrettanto legittimo fare una seria valutazione di tutti gli elementi, sia strategici sia politici. Ma resta il fatto che al momento non vi siano evidenze oggettive per le quali escludere le aziende cinesi. E non solo questo. Resta anche il fatto che il tema mi pare venga approcciato dalla coda, come ho spiegato prima, e non dalla testa.

Quale impatto economico avrebbe un eventuale ban?

Avrebbe un impatto sul pil molto rilevante. Qui non si sta parlando di ideologia, ma di competitività per le imprese con tutta una serie di conseguenze a livello industriale e sanitario. Il 5G consentirà di migliorare esponenzialmente le tecniche terapeutiche. Non è un oggettino con un impatto locale ma una rivoluzione che avrà un impatto su molteplici aspetti della nostra società futura. Credo che il dibattito in merito dovrebbe avere una visione sistemica, in modo da essere inquadrato in modo preciso e favorire decisioni corrette. Non si può guardare solo a un pezzo della storia.

LA NOTA DI ZTE

ZTE, in quanto società quotata in Borsa con un esplicito assetto azionario, aderisce pienamente alle leggi e alle normative, tra cui quelle italiane. La sicurezza informatica è una delle massime priorità nella ricerca e nello sviluppo dei prodotti e nella fornitura di servizi di ZTE, con un impegno costante e continuo per migliorarci.

Accogliamo favorevolmente le analisi indipendenti da parte di soggetti terzi. Il Laboratorio di sicurezza informatica di ZTE a Roma è ben attrezzato per questo tipo di valutazioni, oltre ad essere aperto a qualsiasi verifica da parte di organi preposti ed a qualsiasi altra attività da parte di enti terzi.

Continueremo a tenere le porte aperte e invitiamo nel nostro Laboratorio tutti i soggetti interessati, accogliendo con favore ogni nuova udienza Parlamentare.

ZTE ha sempre dimostrato trasparenza, affidabilità e apertura verso le Istituzioni, i clienti e tutti gli stakeholder e continuerà a mantenere questo approccio verso l'Italia. Siamo impegnati in uno sforzo continuo, per supportare i nostri clienti ed il Governo nella gestione del rischio informatico.

Per quanto riguarda il rapporto, di cui abbiamo appreso solo dalla stampa in quanto non siamo stati invitati da Copasir, ribadiamo con assoluta fermezza il totale rispetto delle leggi italiane, sia sulla sicurezza informatica che su ogni altro aspetto che regola l'attività svolta da ZTE nel paese.

Più in generale, crede che il tema "Cina" venga affrontato in Italia nel modo corretto?

Anche qui mi pare che spesso regni l'ideologia, e soprattutto la discontinuità. Che ci piaccia o no, il mercato cinese è il primo mercato al mondo per tantissime categorie merceologiche. Oltre il 35 per cento della domanda di beni di lusso e oltre il 50 per cento del tasso della loro crescita vengono dalla Cina. Se noi adottassimo politiche molto restrittive nei confronti del mercato cinese rischieremmo di castrare lo sviluppo del nostro tessile e del nostro abbigliamento. Settori che in Italia non sono certo secondari. Facendo le barricate nei confronti della Cina metteremmo in ginocchio l'automazione industriale. Questo non vuol dire chiedere alla Cina determinate cose, a partire dalle condizioni di reciprocità. Io, che da zero ho portato il Politecnico di Milano a diventare la maggiore università europea in Cina, posso dire che servono grande chiarezza di obiettivi e grande determinazione. Non si possono fare un passo avanti e due indietro, non si può apparire per poi scomparire: questo è il modo migliore per non ottenere nessun risultato. E poi bisogna conoscere di che cosa si sta parlando. Purtroppo, però, l'Italia è uno dei pochi paesi Ue senza una task force di studio sulla Cina, senza un dossier permanente sulla Cina, senza una precisa linea di policy making nei confronti della Cina. A prescindere dalle valutazioni sui singoli casi di possibile cooperazione, questo è un problema gigantesco.

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