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Politica
9 dicembre data cerchiata in rosso per tenuta governo

Le lancette dell’orologio politico sono già proiettata alla settimana prossima. La data cerchiata in rosso è quella del 9 dicembre. Alla vigilia del Consiglio europeo, infatti, il premier Giuseppe Conte è atteso in Parlamento. E, tra riforma del Mes e Recovery fund, il voto sulla risoluzione di maggioranza sarà davvero uno spartiacque per le sorti dell’esecutivo. Alla Camera più di un parlamentare conviene sul fatto che si tratti della “risoluzione più delicata da quando Conte si trova a palazzo Chigi”. Ed è per questo che a breve dovrebbe tenersi una prima riunione di maggioranza con i presidenti delle Commissioni Politiche dell’Unione europea di Camera e Senato, i capigruppo di maggioranza e, sul fronte governo, il ministro e il viceministro agli Affari europei Enzo Amendola e Laura Agea. Il passaggio è troppo delicato, infatti, e richiede che sia definito nei minimi dettagli il perimetro del testo, tenendo conto dei desiderata - diversi e contrapposti – dei partiti di maggioranza. “Si spingerà per velocizzare l’iter del Recovery”, racconta una fonte vicina al dossier. Quanto alla riforma del Mes, invece, la situazione si fa più complicata. Sul tema, infatti, le maggiori difficoltà e i più alti rischi di tenuta sono in casa M5s. Nelle scorse ore, è vero, il capo politico del Movimento Vito Crimi ha dettato una linea di non opposizione all’approvazione delle modifiche del trattato. Ma è altrettanto vero che le resistenze non sono state superate. Ecco che, quindi, tracciare il perimetro della risoluzione diventa complicato. “Si cercherà di puntare sul pacchetto complessivo legato alla riforma del Mes - spiegano ad Affari -  e dunque al rafforzamento dell’unione bancaria che include anche il pilastro del sistema comune di assicurazione dei depositi bancari (Edis)”. Questa, insomma, dovrebbe essere la cornice. Un lavoro in discesa? Non proprio. Sia in Parlamento e sia a Chigi hanno ben chiara la difficoltà del momento. La bolla in cui, complice la seconda ondata del virus, sono tutti al momento sospesi, potrebbe scoppiare da un momento all’altro. E a Palazzo già si fanno i conti con i possibili scenari.

Sono tre, come si vocifera alla Camera. “E forse solo il primo - si sfoga un insider col nostro giornale - potrebbe mettere al sicuro il governo. Il forse è legato al fatto che una pattuglia di deputati e senatori M5s starebbe lavorando a una propria risoluzione. E questa pattuglia potrebbe decidere, alla fine, di non votare quella di maggioranza. In tal caso, la situazione sarebbe pericolosa, soprattutto al Senato dove i numeri sono più risicati, ma lo scoglio potrebbe essere comunque superato”. E gli altri due scenari? “I dissidenti M5s potrebbero decidere di votare contro la risoluzione di maggioranza e votarsi la propria. Sulla quale non è escluso possano convergere pure i voti dell’opposizione, dalla Lega a Fratelli d’Italia. Ma - continua l’insider - non è escluso che decidano di votare direttamente un testo delle opposizioni”.

Tutto può succedere, dunque. E le voci di rimpasto che continuano a rincorrersi vorticosamente mettono ancora più sale su un piatto già così ricco. Conte lo sa e al momento resiste nel suo fortino. Anzi, ancora una volta, veste i panni della Sherazade dei tempi moderni, gettando in pasto a una maggioranza sempre più in fibrillazione, cabine di regia e task force. E’ successo con gli Stati generali, pure inizialmente mal digeriti e poi acclamati e benedetti da tutti. E sta succedendo adesso con la cabina di regia e la pletora di manager e tecnici sul Recovery. Basterà lasciare questo spazio di manovra ai partiti scalpitanti della colazione giallo-rossa per salvare la pelle? Forse sì, ma non può durare per Mille e una notte. A Conte e ai governisti, però, basterebbe che durasse fino al semestre bianco. Intanto, “adda passà ‘a nuttata” del 9 dicembre.

Fino ad allora restano in piedi sia lo scenario più estremo di chi vorrebbe cambiare addirittura cavallo a palazzo Chigi, defenestrando Conte - i nomi in pole position restano quelli di Mario Draghi e Roberto Guerini -  e sia l’opzione di un rafforzamento della compagine di governo con l’ingresso degli stakeolder più forti dei partiti, a cominciare da Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio nel ruolo di vicepremier. Questa soluzione riscuote maggiore interesse perché, è il ragionamento che fanno in tanti alla Camera, “renderebbe più incisiva l’azione di governo, senza intermediazioni e riunioni tra capidelegazione”. Tuttavia, si potrebbe alla fine arrivare anche solo a un tagliando più soft “sostituendo qua e là qualche casella”. Una cosa è certa, per come la raccontano ad Affari: né il Pd e neppure il M5s se la sentono di fare il primo passo. “Un mandato implicito a mettere alle strette l’esecutivo ce l’ha una sola persona - spifferano - ed è Matteo Renzi. Il problema è capire cosa succederà una volta scoperchiato il vaso di Pandora”. Insomma, il timore di una crisi al buio, per ora, pare mettere al riparo il premier. Solo per ora, però.

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