Una nuova sinistra bisogna farla, va rifatta, possibilmente unita, come suggeriscono Anna Falcone e Tomaso Montanari, ma o sta nel solco, si rifà, al vecchio socialismo e ai suoi valori fondanti ancora oggi validi, o non è, resterà una chimera.
Lo dicono, in maniera incontrovertibile, i recenti risultati elettorali delle Amministrative, segnati dal crollo delle Stalingrado rosse: da Genova a La Spezia, da Sesto San Giovanni a Pistoia, fino a Piacenza, che resistevano più o meno, dal 1947, e dal calo ormai non più fisiologico, ma patologico dei votanti.
Il crollo di Genova è una sconfitta per tutti: sia per il Pd che per il centro-sinistra allargato di Campo Progressista, attacca, scandendo le parole, il grintoso e lucido vegliardo politologo Giorgio Galli, a lungo docente di Storia delle Dottrine Politiche all’Università degli Studi di Milano, che sull’ipotesi suggestiva di veder spuntare un Jeremy Corbyn o un Bernie Sanders anche in Italia taglia corto: è per ora, inverosimile.
Una breve pausa, poi: ci vorrebbe qualcosa di nuovo, precisa Galli, perchè anche in Italia si possa innescare un processo come quello che hanno messo in atto Corbyn e Sanders in Inghilterra e negli Usa. E, di seguito, bisogna prendere atto che Matteo Renzi, leader del Pd, guarda più a modello liberale moderno ma non socialista: è questa la sua visione culturale e che a sinistra del Pd, c’è, avverte Galli, una miriade di gruppi e gruppetti con storie diverse, ma più o meno di tradizione comunista, per cui, ripeto, è per ora inverosimile che da tale polverizzazione possa uscire un Corbyn o un Sanders.
Detto che dalle recenti elezioni amministrative sono emerse tre cose: l’insuccesso del M5S che però non dovrebbe modificare la sua tendenza di fondo; la ripresa della destra a traino Lega e l’arretramento, in termine di voti reali, quasi ovunque del Pd con la perdita delle Stalingrado rosse, è sull’astensionismo che il grintoso e lucido vegliardo politologo pone l’accento.
Metà dei cittadini aventi diritto non sono andati a votare, in controtendenza con l’alta partecipazione al referendum del 4 dicembre: è il segno di un’evidente scollatura tra i cittadini e le istituzioni; metà di essi ritiene inutile andare votare, salvo quando sa di poter decidere veramente. È la crisi della democrazia rappresentativa, esplosa anche in Francia nelle elezioni presidenziali: è un fenomeno di grande rilevanza, precisa, con toni un po’ preoccupati, Galli che non se la sente di far previsioni sul futuro: è davvero difficile se non azzardato far previsioni per il 2018, vista l’estrema volatilità del corpo elettorale.
Nei prossimi mesi, anzi nelle prossime settimane, si vedrà come il Pd affronterà la sua crisi emersa dai risultati elettorali, chiosa Galli ma anche come si muoveranno, alla sua sinistra, le diverse galassie a tradizione tutte più o meno comunista, quando il comunismo è da tempo più che fallito: e il crollo del Muro di Berlino, la protesta di Piazza Tienanmen, inframmezzate dalla Bolognina che si risolse solo con il cambio del nome, senza autocritica nè revisione culturale e politica, stanno lì a dimostrarlo.
Siamo, insomma, davanti a una svolta epocale: o si riprende il filo spezzato con il socialismo d’antan, quello delle origini, e i suoi valori fondanti ancora validi: libertà, uguaglianza, laicità, mutualità, emancipazione, giustizia sociale, da adattare, modernizzare nella nostra società liquida di oggi o possono avere il sopravvento la destra o la deriva populista.
Ultima considerazione a proposito di quel qualcosa di nuovo che dovrebbe succedere: Corbyn e Sanders hanno avuto – conclude Galli – la brillante intuizione di riprendere il vecchio socialismo e i suoi valori classici di uguaglianza, libertà, giustizia sociale. E i giovani, le donne, il ceto medio impoverito, hanno risposto positivamente: quando l’impoverimento, che procede lentamente da noi, raggiungerà livelli di insopportabilità ci si ricorderà del vecchio socialismo.

