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Politica
Bufale giornalistiche/ Mieli propone di non votare più ma sbaglia. Ecco perché

Paolo Mieli firma oggi, sul Corriere della Sera, un articolo coraggioso. Coraggioso perché parte da un’ipotesi quasi fantascientifica: “E se decidessimo di non votare mai più?” Mieli argomenta che gli italiani sono molto soddisfatti di Mario Draghi e potrebbero auspicare che egli rimanga Presidente del Consiglio a tempo indeterminato, secondo la formula attuale. Le elezioni servirebbero soltanto a determinare la distribuzione dei ministeri fra i partiti.

La tesi è interessante ma “prova troppo”; nel senso che fa il passo più lungo della gamba. È vero che gli italiani sono contenti di Draghi; è vero che molti approvano la sua linea di governo; è vero che, in confronto ai “governi Conte”, con quello attuale sembriamo passati dall’asilo infantile all’università: ma ciò non vuol dire che la formula attuale sia indefinitamente applicabile. E non soltanto perché siamo nel “semestre bianco” (infatti teoricamente le Camere potrebbero autosciogliersi) quanto perché si ha una situazione parlamentare assolutamente irripetibile.

Partiamo da una situazione teorica. In un paese democratico ci sono tre grandi partiti: il bianco col 45% dei voti, il nero col 45%, e il grigio col 10%. Dal momento che non si ha (come durante la Guerra Fredda) nessun partito escluso pregiudizialmente dal governo, possiamo ipotizzare una coalizione bianco-grigia o una coalizione nero-grigia.

Ammettiamo ora che sia al governo la coalizione bianco-grigia e la gente sia molto poco soddisfatta dei risultati. È ovvio che, se il partito grigio è disposto a cambiare alleanza, è già disponibile una maggioranza nero-grigia. E – andando ad elezioni anticipate – i deputati del partito nero e di quello grigio non soltanto penserebbero di mantenere il numero di voti e di seggi di cui già dispongono, ma addirittura potrebbero sperare di incrementarli, approfittando della situazione di impopolarità in cui versa il partito bianco.

Una simile situazione è l’ideale. Non soltanto si ipotizzano governi che corrispondono alla volontà popolare ma addirittura governi stabili finché rimangono popolari. Né una crisi sarebbe un dramma, dal momento che si passerebbe da una maggioranza stabile ad un’altra maggioranza stabile. Cosa che non è stata possibile durante il lungo tempo in cui i due principali poli d’attrazione sono stati la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, perché era inteso che il Partito Comunista non dovesse in nessun caso andare al governo. Tanto che si parlava di bipartitismo imperfetto o democrazia bloccata.

La cosa strana è che oggi ci troviamo in una situazione simile a quella della Guerra Fredda. Non perché ci sia un partito cui è vietato andare al governo, ma perché c’è un Parlamento che non corrisponde al Paese e per conseguenza al governo. Anche se la gente tende a dimenticarlo, il partito di maggioranza relativa è ancora il Movimento 5 Stelle, e sarebbe normale che fosse quello di maggior peso nel governo. Viceversa in passato le sue prestazioni governative sono state tali da averlo ridotto alla totale insignificanza, con prospettive di voto assolutamente nere. Ciò significa che i numerosi parlamentari del Movimento non hanno praticamente nessuna possibilità di essere rieletti, con la conseguenza che a loro del governo e delle sorti del Paese non importa assolutamente nulla. Sanno di essere “parlamentari in scadenza” e che il massimo che possono ottenere è di sedere su quegli scranni fino al 2023. E la cosa è possibile se soltanto ottengono che le Camere non siano sciolte anzitempo. E per questo risultato voterebbero anche la trasformazione della Repubblica Italiana in Califfato o in colonia della Repubblica di Malta.

È a causa di questa situazione che Draghi può governare bene. Le Camere non possono essere sciolte, perché è l’unica cosa contro cui i voti del Movimento sarebbero unanimi. Chi esce dal governo non ottiene affatto che le Camere siano sciolte e dunque nessuno ha interesse a cambiare la situazione attuale. Essa è totalmente bloccata e Draghi ha l’unico dovere di non far perdere la faccia a nessun partito. Per il resto può perfino fare la cosa giusta, salvare il Paese, soddisfare gli italiani nella misura del possibile, e riuscire addirittura a farli vaccinare tutti di forza (nessun altro governo ce l’avrebbe fatta). E questo fino alla scadenza naturale della legislatura, nel 2023. Ma dopo?

Dopo, andando ad elezioni, il Movimento 5 Stelle “esce dalla comune” e business as usual. Nessuna anomala garanzia di stabilità governativa, qualunque governo potrà cadere e qualunque nuova coalizione potrà andare al governo. Quand’anche Mario Draghi (come gli auguriamo) nel 2023 fosse, come dicono gli inglesi, “alive and kicking” (vivo e capace di tirar calci), anche ad essere Presidente del Consiglio non potrebbe affatto governare come governa oggi. Perché nessuno mai nella storia d’Italia si è trovato (né mai, probabilmente, si troverà) in una situazione di sospensione della politica come quella attuale.

Ecco perché il discorso di Mieli “prova troppo”. Perché è valido soltanto fino alla primavera del 2023. Draghi si trova nella situazione del “dittatore” che i romani nominavano nei momenti di pericolo. Allora il dittatore poteva governare per sei mesi, mentre con Draghi abbiamo un autocrate che può governare per due anni. E può anche fare la cosa giusta appunto perché, non dipendendo da nessuno e non potendo essere rimosso senza maggiori danni per tutti, incluso chi lo rimuovesse, non ha ragione di fare la cosa sbagliata. Ha il solo dovere di agire con garbo, in modo da non rovesciare inavvertitamente la barca. Ma appena saremo di nuovo sulla terraferma la rissa riprenderà. Con in più la necessità di dare sfogo ai rancori accumulati durante la “vita tra parentesi” che avremo vissuto in questi due anni. E Draghi, quand’anche fosse ancora Presidente del Consiglio, non potrebbe più far miracoli.

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