Calenda: “Spezzeremo il bipolarismo partendo dal Centro”
In un panorama politico sempre più polarizzato, il leader di Azione Carlo Calenda delinea la strategia del terzo polo per scardinare quello che definisce un “bipolarismo muscolare” incapace di produrre risultati reali per il Paese. Forte dell’apertura al dialogo ricevuta dalla Premier Giorgia Meloni durante l’ultimo Question Time alla Camera , il Senatore rivendica la necessità di un’opposizione seria e basata esclusivamente sul merito, rifiutando categoricamente la logica delle sceneggiate a favore di telecamera. Con lo sguardo rivolto alle scadenze elettorali, Calenda marca la massima distanza sia dall’asse Schlein-Conte sia da una Forza Italia ritenuta ormai saldamente ancorata a destra e condizionata dalle dinamiche di Salvini e Vannacci. La scommessa politica è chiara: rendere il voto ad Azione determinante con l’attuale legge elettorale, così da costringere le forze responsabili a convergere su un programma trasversale ed europeista.
Senatore Calenda, partiamo dal Question Time che c’è stato in settimana. Mentre il dibattito in Aula tra la Premier Meloni e le altre opposizioni degenerava in scontro aperto, tra citazioni della “Famiglia Addams” e accuse reciproche, lei ha incassato dalla Premier un’apertura al dialogo e la promessa di “porte aperte”. Si sente l’unico oppositore che Giorgia Meloni considera davvero un interlocutore serio sui dossier? Ma soprattutto, vista questa sintonia sui dossier concreti, si sente di escludere o di ipotizzare in futuro un appoggio di Azione a un governo di centrodestra? E se ci dovesse essere un appoggio futuro, a quali condizioni?
Andiamo con ordine. Io credo fermamente che il Parlamento non debba essere lo studio di un influencer; in Aula non si mettono in scena “sceneggiate” a favore di telecamera, ma si portano problemi concreti. E lo si può fare anche con estrema durezza, se necessario. Nello specifico, sono molto preoccupato per l’evoluzione del quadro economico e finanziario: siamo in una condizione di pre-recessione. Per questo ritengo che il compito dell’opposizione non sia quello di insultare pregiudizialmente il Presidente del Consiglio o il Governo, ma di proporre provvedimenti, come Azione ha sempre fatto. Questo è il ruolo di un’opposizione in una democrazia matura. Non ho alcuna intenzione di entrare nel Governo o di sostenerlo “a prescindere”, perché c’è un mandato chiaro dei nostri elettori che va rispettato con coerenza: ci hanno votato per restare al centro e fare un’opposizione di merito. Ciò significa che quando arriveranno provvedimenti coerenti con il nostro programma, li voteremo senza problemi. E così faremo fino all’ultimo giorno della legislatura.
Nel suo ultimo libro “Difendere la libertà. L’ora dell’Europa”, lei descrive un Occidente in affanno davanti alle autocrazie e propone il manifesto per dei veri Stati Uniti d’Europa. In vista delle Politiche 2027, questo ideale è un orizzonte concreto o rischia di rimanere un esercizio intellettuale mentre in Italia il dibattito si riduce allo scontro tra il “campo largo” PD-M5S e il sovranismo di governo?
Penso che si tratti di un inevitabile appuntamento con il destino. Oggi è del tutto manifesto che, senza la costruzione di un’Europa intesa come grande potenza – dotata di una reale capacità di interlocuzione ma anche di difesa, sia militare che commerciale – i singoli Paesi verranno schiacciati, uno ad uno, dai grandi imperi globali. Mentre questi giganti ci comprimono, interferiscono pesantemente con i nostri processi democratici: lo fa la Cina attraverso TikTok, lo fa la Russia inquinando i social media. Siamo sotto pressione non solo perché non siamo uniti, ma perché subiamo spinte esterne volte a renderci ancora più disuniti.
Dopo il voto referendario, c’è chi dice che la riforma della Giustizia sia morta per i prossimi dieci anni. Esiste un Piano B basato su leggi ordinarie per garantire lo Stato di Diritto o dobbiamo rassegnarci a una giustizia che, come lei scrive nel libro, è uno dei freni principali alla libertà economica e industriale del Paese?
Dobbiamo senz’altro continuare a lavorare sul fronte dell’efficienza della giustizia. Il problema è che la sconfitta referendaria – un po’ come accadde per il superamento del bicameralismo perfetto – ha determinato un allontanamento della prospettiva di riforma. Purtroppo, il responso popolare spesso congela i temi per lungo tempo: la sconfitta in questo referendum rischia di far scivolare molto in avanti la questione della separazione delle carriere.
Si parla con insistenza di Silvia Salis come possibile “punta di diamante” di una nuova offerta liberale. Dopo averla ospitata a Genova per la presentazione del suo libro, vede in lei il profilo giusto per incarnare quella politica del “merito” e dei risultati che Azione insegue da anni? Sarà lei il ponte per dialogare con quel mondo dell’associazionismo e dello sport che la politica spesso ignora?
Certamente è una persona di grande valore che noi sosteniamo con convinzione a Genova. Tuttavia, lei stessa ha chiarito di voler rimanere impegnata sul territorio genovese. Guardando allo scenario nazionale, è plausibile che la prossima leadership del cosiddetto “campo largo” sarà contesa tra Elly Schlein e Giuseppe Conte. Rispetto a questo asse noi siamo “distinti e distanti”, e non per una questione di simpatie personali, ma per un programma che è radicalmente diverso dal nostro: dalla difesa europea al sostegno all’Ucraina, fino a una politica ambientale che considero dissennata.
Parliamo di alleanze. Il centrosinistra sembra ormai una fusione fredda tra la Schlein e Conte, blindata dai successi referendari. Lei ha sempre detto: “mai coi populisti”. Ma restare fuori significa rischiare l’irrilevanza. C’è davvero uno spazio per una terza via o il sistema bipolare italiano ha definitivamente espulso la logica del merito a favore della tifoseria?
Non possiamo rassegnarci a questo scenario. Non possiamo accettare che sempre meno italiani vadano a votare, e che chi lo fa voti essenzialmente “contro” qualcuno. Negli ultimi trent’anni il bipolarismo muscolare non ha prodotto nulla di buono per l’Italia: non ha migliorato la vita dei cittadini né i servizi pubblici, semmai li ha peggiorati. Bisogna scardinare questo blocco. Il rischio, anche con la nuova legge elettorale, è quello di avere enormi coalizioni che vincono le elezioni ma che, essendo troppo eterogenee, finiscono in una stasi perenne. Prendiamo la Meloni: ha tenuto in ordine i conti per quanto possibile, ha chiuso il Superbonus e rivisto il Reddito di Cittadinanza, ma poi si è fermata lì. Il resto non si riesce a fare. Dall’altra parte, il centrosinistra ripartirebbe con una politica di spesa pubblica gigantesca in un momento finanziario delicatissimo. Non possiamo scegliere tra Scilla e Cariddi: dobbiamo costruire un’alternativa al centro che obblighi le parti più responsabili di destra e sinistra a dialogare.
Ultimamente Marina Berlusconi sembra voler spostare il baricentro di Forza Italia verso posizioni più liberali e laiche, quasi a voler occupare uno spazio vicino al centrosinistra, nonostante Tajani abbia ribadito l’ancoraggio indissolubile al centrodestra. In questo scenario di “doppia anima” azzurra, i suoi dialoghi con Forza Italia sono ancora aperti o i contatti si sono raffreddati? E con le altre sigle di centro, crede che ci possa essere la possibilità di creare un cantiere comune per un’area unica o il rischio è che ognuno finisca per badare al proprio orticello?
Credo che chiunque voglia davvero rimanere al centro dovrà necessariamente confluire in una lista unica, per una pura questione di sistema elettorale. Al momento, però, vedo Forza Italia stabilmente ancorata alla destra. Questo diventerà un tema sempre più critico, non solo per l’influenza di Salvini sull’azione di governo, ma anche per l’emergere della “variabile Vannacci”.
Il “fenomeno Vannacci”, pur con traiettorie diverse, continua a intercettare un elettorato che si sente tradito dalla politica tradizionale. Nel suo libro lei parla di “capitalismo predatorio” e distanza delle élite: non teme che la sua proposta, pur corretta tecnicamente, parli troppo alla testa e troppo poco alla pancia di chi oggi cerca rifugio in figure identitarie e anti-sistema?
È un rischio che avverto chiaramente. Tuttavia, la storia ci insegna che l’Italia, nei passaggi storici più critici in cui la sicurezza nazionale era a rischio, ha sempre finito per scegliere figure razionali e non anti-sistema. Gli italiani sono giustamente arrabbiati con la politica, ma quando il rischio si fa serio tendono a essere molto conservatori e prudenti nelle scelte. Lo abbiamo visto anche con Giorgia Meloni: è arrivata alle soglie del potere con un programma basato su “spesa e sussidi” e, una volta al governo, si è convertita all’austerità più profonda. Credo che, in tempi così travagliati, la richiesta di razionalità e serietà tornerà a farsi sentire.
Capitolo Roma: manca un anno alle elezioni per il Campidoglio. Dopo il Giubileo 2025, il bilancio dell’amministrazione Gualtieri è sotto gli occhi di tutti. Tra cantieri infiniti e trasporti ancora claudicanti, Azione ha intenzione di presentare un progetto alternativo e solitario come nel 2021 o cercherete una convergenza per evitare che la città torni in mano a esperimenti populisti?
Ho svolto un lavoro molto lungo per Roma e sono grato agli elettori per quel 20% ottenuto, ma la città ha fatto un’altra scelta. Per quanto riguarda le prossime amministrative, valuterò i risultati della gestione attuale e i candidati in campo. Ad oggi conosciamo solo le intenzioni del centrosinistra; non sappiamo ancora chi abbia in mente il centrodestra. Questo, a mio avviso, è un errore: per fare una campagna elettorale seria in grandi città come Roma o Milano serve tempo. Il centrodestra rischia di arrivare all’ultimo secondo con candidati raffazzonati dopo lunghe liti interne.
La sfida dei dazi e l’instabilità globale premono sull’Italia. Nel suo saggio auspica un’autonomia strategica europea. Ma come si concilia questa visione con un governo che spesso flirta con logiche protezionistiche? C’è un dossier specifico su cui opposizione e maggioranza dovrebbero firmare un “patto nazionale” per non contare zero a Bruxelles e Washington?
Ce ne sono diversi. Il punto fondamentale è rinunciare al diritto di veto nel Consiglio Europeo. Quando si accusa l’Europa di non agire, si dimentica che spesso l’Europa “non può” agire, perché le sue competenze soggette a maggioranza semplice sono limitate. Sul commercio, ad esempio, dove la Commissione ha poteri reali, si è mossa siglando accordi con il Mercosur e l’India che aprono mercati enormi alle nostre aziende. Dove invece mancano i poteri o regna l’unanimità, restiamo paralizzati. Il centro della nostra proposta politica sarà proprio questo: dare all’Europa i poteri per fare davvero l’Europa.
Molti elettori di Forza Italia guardano a lei con interesse, ma temono la sua imprevedibilità tattica. Cosa direbbe a un elettore moderato che vuole un governo di centrodestra ma è terrorizzato dall’isolazionismo della Lega e dal conservatorismo di FdI? Perché dovrebbe scegliere Azione e non il voto utile sulla Meloni?
Direi a quell’elettore che Azione è l’unico partito rimasto esattamente dove aveva promesso di stare dal giorno della sua fondazione. Non mi sono alleato con il centrosinistra alle ultime elezioni, non sono entrato nel Governo Conte né nel Governo Meloni. Un elettore moderato può essere sereno: noi voteremo ogni provvedimento giusto del Governo, e votando Azione lo si spingerebbe ad adottare misure più serie, potendo contare su una maggioranza più ampia e qualificata. Con questa legge elettorale, il voto ad Azione potrà essere decisivo: nessuno potrà formare un governo senza di noi, e questo renderà le nostre istanze liberali, moderate ed europeiste una condizione essenziale per qualsiasi programma di governo.
L’astensionismo è il primo partito d’Italia. Se dovesse scegliere un solo pilastro della sua proposta per il 2027 per convincere chi ha smesso di votare, punterebbe sulla Sanità, sul salario minimo legato alla produttività o sulla rivoluzione industriale green che descrive nel libro? Qual è la “cosa semplice” che cambierebbe la vita dei cittadini domani mattina?
La sanità. In un Paese anziano come il nostro, il sistema sanitario è il servizio pubblico fondamentale. Ai cittadini non prometto bonus, non prometto prepensionamenti o regalie; prometto l’impegno totale per rimettere in sesto il Servizio Sanitario Nazionale.
Senatore, un’ultima domanda: se dalle prossime elezioni non dovesse emergere un vincitore chiaro, lei chi sceglierebbe di appoggiare tra Meloni e Schlein?
Io lavorerei per “disarticolare” i blocchi attuali. In uno scenario del genere, si dovrebbe costruire una maggioranza trasversale ed europeista. La mia condizione non sarebbe basata sui nomi, ma su una lista di dieci punti programmatici che ho già definito. Chiederei: “Chi è disponibile a governare seriamente su questi dieci punti?”. Chi si dimostrerà d’accordo su quel programma, troverà in me un interlocutore per governare.

