Campo largo, più che un’alleanza un rompicapo
Il campo largo accelera sul terreno del consolidare una unità che ancora stenta a decollare. Anzi dopo il referendum, che sembrava essere il punto di svolta per il centro sinistra verso le politiche del 2027, paradossalmente, più il centro sinistra cerca questa unità, più mostra le proprie contraddizioni. La foto del tavolo tra Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli avrebbe dovuto rappresentare l’avvio plastico dell’alternativa al centrodestra.
Invece, l’assenza di Matteo Renzi ha finito per diventare la notizia principale e per trasformare il cantiere dell’opposizione in un nuovo terreno di scontro interno.
“Credo che per Elly Schlein sia un momento di estrema difficoltà che lei cerca di mascherare con quel suo ottimismo di facciata e quella caparbietà di carattere che l’ha fatta arrivare fino a lì. Ma ormai mi pare chiaro che sia in atto una resa dei conti sotterranea. Molti sono convinti che con lei alla guida del campo largo si vada incontro a una sconfitta certa, anche perché saranno molti a remarle contro dall’interno”, diceva un senatore di vecchio corso del Pd, alla buvette di Palazzo Madama dopo l’incontro dei leader del centro sinistra in un noto ristorante del centro di Roma.
LEGGI ANCHE: Porceddu, carceri, difesa e “il conto salato per Meloni”: come è andata la cena tra Vannacci e Alemanno
Il nodo è politico prima ancora che personale, si ragiona dalle parti di Campo Marzio, dove è la sede invece dei cinque stelle, che mai come ora sembrano divisi sulla necessità di comprendere o meno nell’alleanza Renzi e i suoi cespugli. Conte non considera affatto scontata la presenza di Italia Viva nella coalizione e continua a porre un tema di affidabilità. Bonelli, a sua volta, pur alternando aperture e formule prudenti, ha chiarito che con determinati presupposti il dialogo anche per lui l’alleanza rischia di fermarsi.
Renzi replica rivendicando il ruolo del centro e avvertendo che senza un’area riformista competitiva il centrosinistra non vince. Poi nel suo solito stile ironico piccato scherza che alla photo opportunità con i leader del centro sinistra lui preferisce quella con Obama.
Il risultato è una coalizione che vorrebbe apparire larga, ma che al momento sembra costruita più sui veti reciproci che su una vera sintesi politica. E tutto questo mentre un sondaggio Demopolis per Il Giornale, mostra come l’effetto Vannacci sarebbe paradossalmente più dirompente per il campo largo che per il centrodestra.
A complicare il quadro poi c’è il Partito democratico e le sue solite paturnie e divisioni autolesioniste, che ne contraddistinguono il cammino da più di un decennio. Schlein punta a consolidare l’asse con M5S e Avs, ma dentro il Pd l’area riformista continua a manifestare disagio.
Dopo gli addii di Elisabetta Gualmini, Marianna Madia e Pina Picierno, una nuova possibile defezione, secondo gli ultimi rumors che giungono da fonti qualificate, avrebbe un valore simbolico molto pesante. Secondo queste indiscrezioni, infatti, anche Paola De Micheli, piacentina, ex ministra delle Infrastrutture e figura riconoscibile del riformismo dem, grande amica di Stefano Bonaccini (che non a caso sembra da un po’ essere sparito dai radar, segno che anche lui, dopo un riavvicinamento con la segretaria, ora pare nuovamente voler prenderne le distanze) sarebbe inquieta rispetto alla direzione del partito.
Se davvero dovesse lasciare, non sarebbe solo un altro addio individuale, ma il segnale di una diaspora più profonda: quella di un pezzo di Pd che non si riconosce più nella linea schleiniana e nel baricentro sempre più spostato a sinistra del campo progressista.
Il paradosso è poi quello che mentre il campo largo discute se includere o escludere Renzi, il centro diventa sempre più affollato. Azione, Italia Viva, l’area di Picierno, i moderati in uscita dal Pd e ora anche il progetto di Alessandro Onorato, assessore al Turismo e allo Sport del Comune di Roma, a confondere ancora di più le acque.
È lo spazio che una parte del vecchio establishment democratico, da Franceschini a Prodi, da Veltroni a D’Alema, da Bettini allo stesso Bersani, continua a considerare decisivo per rendere davvero competitivo il centrosinistra.
Ma finora quel campo è rimasto senza un federatore riconosciuto. Troppi aspiranti leader, troppe sigle, troppe ambizioni personali e poca chiarezza strategica. “La difficoltà del campo largo sta tutta qui: per battere il centrodestra dovrebbe sommare culture diverse, ma prima deve decidere che cosa vuole essere. Un’alleanza di sinistra guidata da Schlein, Conte e Avs? Una coalizione larga capace di includere Renzi e i moderati? O un contenitore elettorale costruito solo per sommare voti?”, commenta un deputato molto vicino a Romano Prodi.
Il risultato è un campo largo che, per ora, appare più largo nei problemi che nei consensi. Tutti sanno che divisi si perde, ma nessuno vuole pagare il prezzo politico dell’unità (nemmeno la Schlein che comunque non vuole seguire il consiglio di chi, e non sono pochi, le avrebbe suggerito di fare un passo indietro per il bene della coalizione).
“La vera domanda non è se Renzi, o chi per lui, entrerà o no. La domanda è se il centrosinistra riuscirà a decidere che cosa vuole essere: un’alleanza di sinistra guidata dall’asse Pd-M5S-Avs, una coalizione larga con dentro anche i riformisti, o un contenitore elettorale costruito solo per sommare percentuali”, commentava un senatore della Lega della prima ora.
Ed in effetti appare sempre più scontato che finché questa risposta non arriverà, ogni foto o dichiarazione di unità, rischierà di produrre l’effetto opposto: mostrare agli elettori non la nascita di un’alternativa, ma la difficoltà di una coalizione che non ha ancora scelto la propria identità.

