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Politica

di Pietro Mancini

Il PD "force tranquille" della politica italiana come il PS che, anche grazie allo slogan, coniato dal pubblicitario Jacques Séguéla, spalancò, 34 anni fa, le porte dell'Eliseo a Francois Mitterrand (1916-1996) ? Direbbe Francesco Rutelli che, nella Margherita, fu il primo leader di Renzi : "Caro Matteo, dovrai mangiare tanto pane e tanta cicoria prima di essere accostato a Mitterrand" che, nella storia della seconda parte del secolo scorso, ha rappresentato l'anello di congiunzione tra la vecchia socialdemocrazia di Willy Brandt e il socialismo modernizzatore di Blair e di Zapatero.

In questi giorni, il partito del premier appare diviso sull'Italicum, sul ruolo dei sindacati e, dopo lo strappo di Sergio Cofferati, non si esclude la formazione di un partito, dalle pur nebulose prospettive elettorali, alla sinistra del PD.

Certamente, Mitterrand non avrebbe liquidato il "Cinese" come ha fatto Renzi. Francois fu l'uomo del "rassemblement", della rifondazione, a partire dallo storico congresso di Épinay nel 1971, del socialismo francese : dalla vecchia SFIO di Guy Mollet in frantumi ( appena il 5,69 per Gaston Defferre alle presidenziali del 1969 ), in 5 anni, si passò alla ricomposizione del 1974 con le "Assise del socialismo". Si unirono 3 componenti, quella del rinato PS, quella del gruppo di Michel Rocard, staccatosi dal PSU, e un'area di dirigenti di sindacati, di varie associazioni ambientaliste e di gruppi cattolici.

E, alle elezioni del 1981, contro Valery Giscard d'Estaing, Mitterrand vinse soprattutto grazie al messaggio, che riuscì a far passare : la decisione, accompagnata dalla pacatezza.

Senza troppe chiacchiere, annunci, e senza tweet, che allora non esistevano, Monsieur Francois si presentò ai francesi non come un vecchio e logoro notabile, intristito da tanti errori e da non poche sconfitte, ma come un candidato deciso, dinamico, persino giovanile, nonostante i suoi 65 anni. E fece circolare un manifesto, con il suo faccione sereno e, sullo sfondo, uno di quei paesaggi agresti, che rendono la Francia quel luogo meraviglioso per nascere, vivere e morire, che è da sempre.

Lo slogan era “La forza tranquilla”. E la tranquillità della forza venne alla luce durante un dibattito televisivo, quando chiesero a Mitterrand se fosse contrario o favorevole al mantenimento della ghigliottina. Disse di essere contrario. Allora il giornalista fece presente che il 60% dei francesi era favorevole. Mitterrand replicò che la cosa più di tanto non lo toccava e che, se avesse vinto, avrebbe abolito la pena di morte.

Si impose e, pochi mesi dopo, la ghigliottina era chiusa in un Museo. A differenza di Renzi-la cui leadership non è riconosciuta da leader di diversi gruppi e personalità dell'estrema sinistra, più attratti dal greco Alexis Tsipras e dal segretario FIOM, Landini-lo statista francese riuscì a coinvolgere i comunisti di Marchais nella campagna per l'Eliseo, rappresentando i desideri di tutto il popolo della "gauche", legato al mito dell'unità da un'aspirazione profonda.

E, dopo il suo secondo trionfo, nel 1988, "Roi Francois" non rottamò- come ha fatto Renzi con D'Alema- il suo storico avversario, Michel Rocard, allora molto popolare, pur con un profilo tecnocratico simile a quello di Helmut Schmidt, ma lo nominò primo ministro.

Una altra lezione utile per Renzi : anche in Francia, nei primi anni 70, era diffusa una grande sfiducia nei confronti dei politici, pure di sinistra. E, alla fine degli anni 80, un Grillo transalpino, il comico Coluche, si candidò all'Eliseo.

Eppure Mitterrand, che nel 1981 concorreva per la terza volta a un'elezione presidenziale, abilmente, riuscì a presentarsi, nel decisivo faccia a faccia televisivo, come il campione del rinnovamento e attaccò il presidente uscente, Giscard, per aver contribuito a far precipitare il Paese nella crisi economica.

Il leader socialista trionfò proprio perché riuscì a coinvolgere i cittadini ( al secondo turno votarono 30 milioni di elettori ) e a trasmettere, in una Francia, pure 40 anni fa tormentata dalla disoccupazione giovanile e dall'emarginazione sociale, un'immagine di "forza tranquilla", che Renzi deve non soltanto enunciare, ma sforzarsi di imitare. Fu quel messaggio, insieme al carisma e all'autorevolezza del candidato, a prevalere e a mettere in secondo piano i programmi e i contenuti politici.

Matteo, forse, potrebbe, proficuamente, leggere il discorso, che il maestro dell'attuale Presidente, Francois Hollande, della sua ex moglie e ministra nel governo Valls, Ségolène Royal, di Lionel Jospin, di Laurent Fabius e di tanti dirigenti socialisti della "génération Mitterrand", pronunciò il 21 maggio 1981, quando il Consiglio costituzionale lo proclamò Presidente : "Penso a quei milioni di donne e di uomini, fermento del nostro popolo che, per 2 secoli, in pace e in guerra, con il lavoro e con il sangue, hanno fatto la storia di Francia, senza avervi avuto accesso che per brevi e gloriosi momenti. È a loro nome che parlo, fedele all'insegnamento di Jean Jaurès, quando, terza tappa di un lungo cammino, dopo il Fronte popolare e la Liberazione, la maggioranza politica dei francesi, democraticamente espressa, si è identificata con la sua maggioranza sociale".

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