Attentato Ranucci e sospetti su Lavitola, da FdI la richiesta di fare chiarezza
Per mesi, dopo l’attentato contro Sigfrido Ranucci, una parte della sinistra ha provato a trasformare un fatto criminale gravissimo in un atto d’accusa contro il Governo e la destra. Il copione era chiaro: parlare di “clima d’odio”, evocare una democrazia sotto assedio, lasciare intendere che l’esplosione dell’ordigno davanti alla casa del conduttore di Report fosse in qualche modo figlia del clima politico creato dalla maggioranza. Lo stesso Ranucci con alcune pesanti allusioni, precedenti all’ attentato, aveva in qualche modo contribuito ad esacerbare gli animi. Oggi, però, gli sviluppi dell’inchiesta della Procura di Roma raccontano un’altra storia. Valter Lavitola, imprenditore, ex editore ed ex giornalista, è stato iscritto nel registro degli indagati come presunto mandante dell’attentato. Nei suoi confronti sono state eseguite perquisizioni e sono stati sequestrati telefoni e computer, mentre gli investigatori continuano a lavorare sul movente. A Lavitola viene contestato anche il reato di strage.
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“Si tratta di un faccendiere nato politicamente in ambienti socialisti, già direttore dell’Avanti! storico giornale della tradizione socialista, e poi divenuto protagonista di una parabola affaristica e giudiziaria dai contorni opachi. Non un esponente della destra politica, dunque, ma una figura da retrobottega del potere, capace di muoversi tra partiti, affari e apparati, trasformando relazioni e accessi in strumenti di influenza personale. Negli anni è diventato il simbolo di quel sottobosco trasversale che ha attraversato più stagioni politiche, fino ai rapporti con l’universo berlusconiano. Non va dimenticato, inoltre, che fu la stessa sorella a riferire ai pm l’intenzione di Lavitola di chiedere cinque milioni a Berlusconi, minacciando altrimenti di raccontare vicende delicate sull’ex presidente del Consiglio”, lo definisce un vecchio senatore di Forza Italia, che vuole come è comprensibile mantenere l’assoluto anonimato. Insomma adesso dopo questo colpo di scena investigativo, il quadro appare molto diverso da quello evocato nelle prime ore e nei mesi successivi all’attentato.
Cade come un castello di sabbia, il teorema costruito dal centrosinistra su un presunto coinvolgimento di esponenti del governo nel grave fatto di cronaca. Voci ed insinuazioni, che secondo fonti di Palazzo di Chigi, anche lo stesso Ranucci avrebbe in qualche modo alimentato. Non emergerebbe, allo stato, infatti, alcuna pista politica riconducibile al Governo o alla maggioranza. Anzi, l’inchiesta si muove su un terreno criminale e personale ancora tutto da chiarire. La nota informativa allegata ricostruisce proprio questo cortocircuito: dalle accuse politiche successive all’attentato fino agli ultimi sviluppi che indicano Lavitola come presunto mandante. Il movente per ora è ancora poco chiaro, ma l’attentato a Ranucci ha un antefatto piuttosto bizzarro che potrebbe, secondo alcuni, essere indicativo del fatto che la questione rientrerebbe in un qualcosa che va al di là del semplice avvertimento al giornalista d’inchiesta della Rai.
Nato a Salerno nel 1966, Lavitola cresce politicamente nell’area socialista, si avvicina poi al centrodestra e tenta senza successo la candidatura nelle liste di Forza Italia. È stato editore e direttore de L’Avanti! e il suo nome è emerso, negli anni, in casi come la casa di Montecarlo, le inchieste sulla corruzione internazionale, i fondi pubblici all’editoria e il cosiddetto caso Tarantini. L’antefatto, piuttosto clamoroso, si riferisce all’audizione di Ranucci in Commissione antimafia, il 4 novembre 2025. In quell’occasione il senatore Roberto Scarpinato formula una domanda relativa a presunti pedinamenti che, secondo quanto evocato, sarebbero stati richiesti dal sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. Ranucci chiede la secretazione della risposta.
La nota interpreta questa richiesta come un passaggio che avrebbe contribuito ad alimentare il sospetto di un collegamento tra l’attentato e ambienti istituzionali o governativi. Viene riportata anche la dura reazione di Fazzolari, che respinge con forza qualsiasi ipotesi di coinvolgimento e definisce surreale l’accusa di aver fatto pedinare Ranucci. La vicenda, come ricostruisce il centro studi di Fdi in un suo accurato dossier, prosegue il 7 novembre 2025, quando la Procura di Roma chiede di acquisire il verbale dell’audizione di Ranucci in Commissione antimafia, compresa la parte secretata. Successivamente, il 19 aprile 2026, una puntata di Report prova, secondo la ricostruzione della nota, a creare un collegamento tra l’attentato e il deputato di Fratelli d’Italia Gimmi Cangiano. Anche questo passaggio viene letto come parte di una sequenza di insinuazioni politiche che avrebbero lasciato intendere responsabilità o contiguità della maggioranza rispetto al grave episodio. La vicenda insomma assume sempre più i contorni di un intrigo, in cui vittima ed attentatore si definirebbero amici e lo stesso Ranucci si sarebbe detto sconcertato dagli sviluppi giudiziari del suo caso ( “E’ un amico, non mi avrebbe mai fatto del male”).
“Ranucci e la sua trasmissione hanno spesso costruito inchieste anche sulla base di relazioni personali, frequentazioni, fotografie, incontri, conoscenze e rapporti indiretti. Oggi, alla luce dell’ipotesi Lavitola, la maggioranza chiede che quello stesso metro venga applicato anche al conduttore di Report. Non per condannare nessuno, ma per pretendere trasparenza. Se per la politica ogni frequentazione diventa sospetto, allora anche il rapporto tra Ranucci e Lavitola merita una spiegazione pubblica chiara”, è il ragionamento di una fonte di Palazzo Chigi.
Nei corridoi parlamentari di FdI circola una lettura molto dura: la sinistra avrebbe usato l’attentato come leva per gettare fango sul governo, sfruttando l’emozione del momento per costruire un teorema politico prima ancora che gli inquirenti potessero individuare una pista solida. Una “strategia del sospetto”, la definisce più di un esponente della maggioranza, fondata su mezze frasi, insinuazioni, domande suggestive e collegamenti mai dimostrati. La cosa ancora più grave, sempre secondo fonti di Palazzo Chigi, sarebbe anche rappresentata dall’imbarazzato silenzio da parte della sinistra si nuovi clamorosi sviluppi della vicenda.
“Il fatto che nessuno a sinistra si sia sentito in dovere di proferire parola su quanto sta accedendo. Un silenzio politicamente assordante, soprattutto se confrontato con il clamore delle accuse, delle insinuazioni e dei teoremi costruiti nei mesi scorsi contro il Governo Meloni e contro esponenti della maggioranza”: è il lapidario commento di un deputato di prima fascia di Fdi. Il sospetto politico che circola nella maggioranza è netto: l’attentato sarebbe stato utilizzato come occasione per gettare fango sul Governo, nella speranza di indebolirlo sul piano morale e mediatico. Un modo per trasformare un fatto criminale in una clava contro Palazzo Chigi, costruendo attorno alla premier e alla maggioranza un’immagine di pericolo per la libertà di stampa e per la democrazia. Insomma l’ennesima brutta vicenda che rischia di avvelenare ancora di più un clima politico già abbastanza incandescente, quando alle elezioni naturali mancherebbe ancora più di un anno.

