Politica
Chi era Bettino Craxi, dal Psi a Mani pulite fino all’esilio di Hammamet: il ritratto di un politico che continua a dividere
Bettino Craxi, scomparso il 19 gennaio 2000 all’età di 66 anni ad Hammamet, è stato una delle figure più centrali e controverse della storia politica italiana del secondo Novecento

Bettino Craxi
Nel ricordo di Bettino Craxi: a 26 anni dalla sua morte
A ventisei anni dalla morte, Bettino Craxi continua a occupare uno spazio irrisolto nella memoria pubblica italiana. Tante sono state le personalità politiche che gli hanno reso omaggio, tra cui il presidente della Camera dei deputati Lorenzo Fontana che ha rinnovato "la memoria di un protagonista del suo tempo che ha segnato la storia politica italiana". Parole che richiamano il peso del'eredità e della complessità di una figura che, ancora oggi, divide opinione pubblica e mondo politico.
Bettino Craxi, le origini e la formazione politica
Nato a Milano il 24 febbraio 1934, Craxi cresce in una famiglia socialista e antifascista: il padre Vittorio prende parte alla Resistenza e, durante la clandestinità, aiuta famiglie ebree a sottrarsi alle persecuzioni. Ancora giovanissimo, nel 1951, si iscrive al Partito Socialista Italiano, avviando un percorso politico che si sviluppa rapidamente all’interno delle strutture del partito.
Negli anni Sessanta inizia l’attività amministrativa a Milano, dove ricopre gli incarichi di consigliere comunale e assessore, affermandosi parallelamente come dirigente provinciale e nazionale del PSI. Nel 1968 entra per la prima volta in Parlamento, segnando il passaggio alla dimensione politica nazionale.
La svolta della sua carriera arriva nel 1976, quando viene eletto segretario del Partito Socialista Italiano. In una fase di profonda crisi del PSI, Craxi avvia un processo di trasformazione radicale: rompe la storica subalternità al Partito Comunista, supera il riferimento al marxismo tradizionale e rilancia un socialismo riformista, occidentale e orientato al governo.
L’adozione del garofano rosso come nuovo simbolo del partito sancisce anche sul piano visivo questa discontinuità. Negli anni successivi, il PSI torna a occupare una posizione centrale negli equilibri politici italiani e conosce una fase di crescita del consenso. Nel 1983 Craxi viene nominato Presidente del Consiglio, primo socialista nella storia della Repubblica. Governa fino al 1987, dando vita all’esecutivo più longevo della Prima Repubblica dopo quelli di De Gasperi.
La sua leadership è forte e decisionista: combatte l’inflazione, interviene sulla scala mobile, firma il nuovo Concordato con la Santa Sede e rafforza il ruolo dell’Italia sul piano internazionale, dalla crisi di Sigonella alla politica mediterranea. Accanto a questa stagione di modernizzazione emergono però criticità rilevanti, in particolare l’aumento del debito pubblico e il consolidarsi di un sistema di potere opaco.
Bettino Craxi: Mani Pulite e la fine di una stagione politica
All’inizio degli anni Novanta il sistema politico implode. Nel febbraio 1992 l’arresto di Mario Chiesa dà avvio all’inchiesta Mani Pulite, che rapidamente si estende all’intera classe dirigente. Craxi viene raggiunto da numerosi avvisi di garanzia. Nel luglio 1992, in Parlamento, pronuncia un discorso destinato a restare nella storia, ammettendo l’esistenza di un finanziamento illecito diffuso ai partiti e chiamando in causa l’intero sistema politico. Nessuno lo smentisce: è il segnale di una frattura ormai irreversibile.
Nel 1993 Craxi si dimette dalla segreteria del PSI. Il 29 aprile la Camera dei deputati respinge quattro autorizzazioni a procedere su sei nei suoi confronti. Il giorno successivo, venerdì 30 aprile 1993, si consuma l’episodio simbolo della sua fine politica. Davanti all’hotel Raphael di Roma, sua storica residenza, centinaia di persone si radunano per contestarlo. Quando Craxi esce dall’albergo, viene accolto da insulti, cori e da una pioggia di monetine (guarda il video). Quelle immagini diventano l’icona del crollo della Prima Repubblica e del giudizio popolare su una stagione politica.
L’esilio, la morte e il giudizio che divide l’Italia
Nel 1994 Craxi lascia l’Italia e si rifugia ad Hammamet, in Tunisia. Verrà dichiarato latitante e non farà più ritorno nel Paese. Nello stesso anno il Partito Socialista Italiano, fondato nel 1892, si scioglie definitivamente. Durante gli anni dell’esilio, Craxi continua a rivendicare la propria lettura dei fatti, denunciando una resa dei conti selettiva tra politica e magistratura.
Affetto da una grave forma di diabete e da una cardiopatia, muore ad Hammamet il 19 gennaio 2000, a 65 anni, per arresto cardiaco. Sulla sua tomba volle una sola frase: "La mia libertà equivale alla mia vita". A distanza di decenni, Bettino Craxi resta una figura profondamente divisiva.
Per alcuni è stato un leader riformatore e decisionista, capace di dare centralità all’Italia e al socialismo di governo; per altri è l’emblema delle degenerazioni della Prima Repubblica. In ogni caso, la parabola di Craxi continua a interrogare la storia italiana non solo per le responsabilità individuali, ma come simbolo del fallimento di un intero sistema politico.
