Chiocci e il tabù dell’ipocrisia: il giornalismo italiano davanti alla trasparenza sul potere
C’è una cosa che la polemica su Gian Marco Chiocci ha dimostrato con una chiarezza persino brutale: in Italia non scandalizza il rapporto tra giornalismo e potere. Scandalizza che qualcuno lo racconti. Il direttore del Tg1 ha detto ciò che molti pensano, praticano, nascondono o sussurrano nei corridoi da decenni: ha una storia, una cultura politica, un rapporto personale con la presidente del Consiglio, una gratitudine umana e professionale per il percorso che lo ha portato alla guida della principale testata del servizio pubblico.
Ha aggiunto, nello stesso tempo, che Giorgia Meloni non mette becco sul Tg1. Si può discutere tutto, ma c’è un punto che andrebbe riconosciuto prima di ogni processo sommario: Chiocci ha compiuto un atto di trasparenza. E la trasparenza, nel giornalismo italiano, è quasi un peccato.
Perché il problema vero non è il giornalista che dice da dove viene. Il problema vero è il giornalista che finge di non venire da nessuna parte. Quello che ha pranzi, cene, telefonate, simpatie, appartenenze culturali, amicizie politiche, ma poi si presenta al pubblico come una creatura neutra, precipitata dal cielo dell’obiettività assoluta. Quello che ha costruito carriere dentro recinti di partito, dentro aree di riferimento, dentro filiere editoriali riconoscibilissime, ma si indigna se un altro, invece di coprirsi con la foglia di fico dell’ipocrisia, dice semplicemente la verità.
In questo senso, Gian Marco Chiocci andrebbe ringraziato. Non perché l’amicizia con un presidente del Consiglio sia di per sé un titolo di merito. Non perché un direttore del Tg1 debba essere “grato” al potere politico. Ma perché, per una volta, un giornalista ha fatto il giornalista anche su se stesso. Ha dato al pubblico un elemento di conoscenza. Ha detto: questo sono, questa è la mia storia, questo è il mio rapporto umano, questa è la mia collocazione culturale. Poi giudicatemi sul prodotto, sulle notizie, sull’equilibrio del telegiornale, sulla qualità del lavoro.
Un lavoro che, va riconosciuto, è stato certificato anche dall’osservatorio di Pavia, secondo cui il Tg1 oggi è il telegiornale più equilibrato della storia della Rai, quello che dà più spazio all’opposizione e ai piccoli partiti in nome del pluralismo, peraltro con 3 miliardi di visualizzazioni social che dimostrano la forte spinta innovativa. E un lavoro che si riconosce, non solo, anche nella storia professionale dello stesso Chiocci, che nessuno può negare: non uno nato nei salotti, bensì fin da giovane di quei cronisti da marciapiede a caccia di scoop e inchieste,
È le sue parole, in un certo senso, rappresentano una rivoluzione semplice, quasi elementare. Proprio per questo enorme. La sinistra, o almeno una certa sinistra mediatica, non riesce a vederla perché è accecata dall’ideologia, dall’abitudine alla superiorità morale, dalla convinzione di poter chiamare “pluralismo” ciò che, quando conviene, è solo occupazione culturale. Da decenni l’Italia convive con una grande menzogna: la Rai sarebbe un tempio violato solo quando governa la destra. Quando invece a orientarne linguaggi, reti, palinsesti, carriere e sensibilità era il centrosinistra, allora tutto diventava “servizio pubblico”, “qualità”, “competenza”, “autonomia”.
Ma la storia della Rai racconta un’altra cosa. Prima la Rai era in mano al governo. Poi, con la riforma del 1975, passò formalmente sotto il controllo del Parlamento. Sulla carta doveva essere il trionfo del pluralismo. Nei fatti diventò, rapidamente, la consacrazione della lottizzazione. Il servizio pubblico fu diviso per aree politiche, per sensibilità, per famiglie culturali. Rai1, Rai2, Rai3, Tg1, Tg2, Tg3: ognuno sapeva da quale mondo arrivava, a chi parlava, quale blocco politico-culturale rappresentava. E nessuno, allora, cadeva dal pero.
Rai3 e il Tg3 sono stati per anni considerati la casa naturale della sinistra. La chiamavano “Telekabul”. Non era un’invenzione della propaganda: era la percezione diffusa di un pezzo di servizio pubblico che aveva una identità culturale chiarissima, spesso dichiarata nei fatti molto più che nelle parole. Eppure, quando quella egemonia era rossa, progressista, movimentista, intellettuale, nessuno parlava di emergenza democratica. Al massimo si parlava di qualità, di sperimentazione, di laboratorio. La lottizzazione, se portava l’impronta giusta, diventava improvvisamente cultura.
Poi è arrivata la stagione del renzismo, con la promessa di liberare la Rai dalla politica. Anche lì: parole magnifiche, risultati molto più discutibili. La riforma della governance presentata come modernizzazione finì per mantenere la politica dentro l’azienda, cambiando semmai la forma del comando. Meno vecchia assemblea dei partiti, più centralità dell’amministratore delegato. Meno liturgia parlamentare, più potere concentrato. Ma sempre politica era. Solo raccontata meglio.
Ecco perché fa sorridere, amaramente, lo “scandalo” odierno. Davvero il problema sarebbe Chiocci che dice di essere di destra? Davvero il problema sarebbe Chiocci che ammette di conoscere e stimare Giorgia Meloni? O il problema è che per la prima volta cade la maschera su un sistema che tutti conoscono e che molti hanno usato, protetto e sfruttato per anni?
La verità è che in Italia non esiste il giornalista senza mondo. Esistono giornalisti onesti e giornalisti disonesti. Giornalisti che dichiarano il proprio sguardo e giornalisti che lo occultano. Giornalisti che, pur avendo idee, rispettano i fatti. E giornalisti che, fingendosi neutrali, piegano i fatti alle proprie idee.
Chiocci appartiene alla prima categoria quando dice: io ho una storia. E proprio perché la dichiara, offre al pubblico una possibilità in più di giudizio. Il lettore, lo spettatore, il cittadino non è un bambino da proteggere con la favola dell’imparzialità assoluta. È un adulto che ha diritto di sapere chi gli parla, da quale esperienza, con quale sensibilità. L’obiettività non nasce dall’assenza di opinioni. Nasce dalla correttezza nel maneggiare le notizie.
Per questo il caso Chiocci deve poter essere letto al contrario: non come la prova di un’anomalia, ma come l’occasione per smascherare l’anomalia vera, l’ipocrisia di chi ha sempre avuto tessere invisibili, amicizie invisibili, appartenenze invisibili, ma pretendeva di giudicare gli altri dall’alto di una neutralità inesistente.
La stampa dovrebbe ringraziarlo. La Rai dovrebbe ringraziarlo. Dovrebbero ringraziarlo anche quelli che oggi lo attaccano, perché ha aperto una discussione che sarebbe salutare per tutti: non chi sei, ma quanto sei leale con il pubblico. Non chi conosci, ma se dici la verità. Non da quale area culturale provieni, ma se sei capace di raccontare anche ciò che mette in difficoltà la tua area culturale.
La grande rivoluzione non è fingere di essere puri. La grande rivoluzione è dichiarare la propria impurità e poi farsi giudicare dal lavoro. Gian Marco Chiocci ha detto una cosa che il giornalismo italiano non perdona mai: la verità. Anche su se stesso. E in un Paese fondato sulla liturgia dell’infingimento, questo non è un incidente. È un atto politico, professionale e persino morale.
Per questo, più che processarlo, bisognerebbe ascoltarlo. Perché nel rumore di chi grida allo scandalo c’è una paura molto più profonda: che, dopo Chiocci, anche altri siano costretti a dire da dove vengono, chi frequentano, chi stimano, a chi devono qualcosa, quali mondi rappresentano. Sarebbe finalmente una Rai più adulta. E forse anche un giornalismo più libero. Non perché senza idee. Ma perché senza menzogne.

