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Politica
Da Mattarella a Ciancimino, la Sicilia dei paradossi Di Pietro Mancini

Occorrerebbero la esperienza, la professionalità di grandi magistrati, palermitani, come Falcone e Borsellino, e la magistrale penna di Leonardo Sciascia per descrivere la immutabile Sicilia dei Gattopardi e dei paradossi. Dove il presidente della locale Confindustria, delegato nazionale per l'Antimafia, viene accusato da alcuni pentiti di contiguità con un boss di rango, ma non lascia la sua poltrona nel comitato direttivo dell'Agenzia dei beni confiscati alle cosche. Dove l'ex sindaco di Agrigento, UDC, che non può più "vasare" Totò Cuffaro, in cella per mafia, passa a "vasare" Matteo Renzi, che lo nomina presidente regionale del PD. Dove, post-mortem, Vito Guarrasi (1914-1999)-un discusso avvocato, che in vita, come Gigi Bisignani, sussurrava ai potenti- "post-mortem" riemerge dai vecchi appunti di un bravo giornalista, Antonio Padellaro, con una frase tanto ambigua quanto inquietante : "Piersanti Mattarella, il governatore della Sicilia, ucciso a Palermo nel 1980, sbagliò".

In che cosa? Interpretazione di Padellaro : "Non si devono tradire le proprie origini se, grazie a esse, abbiamo ricevuto benefici e privilegi. E Piersanti aveva dimenticato, purtroppo, di essere il figlio primogenito di don Bernardo e dei suoi voti, presi anche in zone inquinate dalle cosche, come Castellammare del Golfo". E, ovviamente, non poteva mancare l'esternazione del figlio dell'ex Sindaco di Palermo, DC e mafioso, don Vito Ciancimino, con il quale prima Piersanti e poi Sergio Mattarella si scontrarono, insieme all'allora segretario della "balena bianca" dell'Isola, Rosario Nicoletti, morto suicida nel 1984, nel difficile tentativo di rinnovare il partito e di sottrarre ai boss, negli enti locali, il controllo degli appalti e delle licenze edilizie. 30 anni dopo, Ciancimino junior-ritenuto credibile dall'allora Procuratore aggiunto di Palermo, Ingroia, e dai giornalisti Santoro e Travaglio, ma bugiardone dal Capo della Procura di Caltanisetta, Sergio Lari, che fu amico di Falcone- tenta di "mascariare" la famiglia del successore di Napolitano : "Fu don Bernardo - ha dichiarato ad Affaritaliani.it Massimo Ciancimino- a permettere a mio padre di fare impresa con il sistema di trasporto dei vagoni ferroviari a domicilio, attraverso i carrelli".

Massimo ha voluto sottolineare l'amicizia tra suo padre, un mafioso, e il genitore dei Mattarella, un ex ministro dc, insieme alla conoscenza, da parte di don Vito, del fratello del Presidente, Piersanti, da cui Sergio ricevette le parole in punto di morte, 35 anni fa. L'agguato fu preceduto da un vertice, a Roma, tra il governatore e l'allora ministro degli Interni, Virginio Rognoni. Dopo quella riunione, il Presidente della Sicilia confidò alla sua segretaria : "A quell'incontro è da ricollegare quanto mi potrà accadere". Ma Rognoni, oggi novantenne, ha minimizzato : "Piersanti mi parlò solo di politica". Ombre, insinuazioni e misteri, mai chiariti, di un passato cupo e inquietante, che potrebbero lambire il Quirinale, qualora il nuovo inquilino del Quirinale fosse chiamato a testimoniare, come toccò a Giorgio Napolitano, nel processone sulla trattativa Stato-mafia, in primis sulle vere ragioni della sostituzione, nel 1992, di Enzo Scotti con Nicola Mancino, al Viminale, e sulle minacce mafiose, ricevute da Mannino.

Don Calogero, oggi, è imputato, con rito abbreviato, ma in passato è stato protagonista di primo piano, con Nicoletti, Piersanti e Sergio Mattarella, dell'opposizione dei "giovani leoni" alla vecchia DC dei Ciancimino, dei Lima, dei Gioia. Il Capo dello Stato non espresse piena solidarietà a Mannino, assolto dopo un calvario lungo 16 anni e 9 mesi di isolamento a Rebibbia, gravato dall'accusa, infine archiviata, dei sostituti di Caselli : "concorso esterno" con i boss. Sergio e Calogero, un tempo grandi amici, si incontrarono, a Palermo, quando Mattarella, con distacco e freddezza, testimoniò : "Ho conosciuto i cugini Salvo. Mannino, da ministro dell'Agricoltura, potrebbe aver adottato provvedimenti, che riguardavano le esattorie, ma non so se si traducessero in favori". Linguaggio felpato, tipicamente dc, anzi andreottiano, come la sottolineatura di Mannino del fatto che il cauto e prudente Sergio Mattarella-mentre lui e altri dc, Nicoletti e Rino Nicolosi, vennero travolti dal ciclone giudiziario dei terribili anni 90- ha continuato, con successo, la sua ascesa in politica. E oggi spera di non assistere ad altri tentativi, raffinati e obliqui, di delegittimazione, come fu la lettera del cosiddetto "Corvo 2" di 23 anni fa : allusioni alla lotta interna alla DC e riferimenti, archiviati dalla Procura, a presunti, lontani incontri tra politici e boss, una sorta di prologo della "madre di tutte le trattative".

Pietro Mancini

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