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Politica
Coronavirus: il “dopo” del Paese il “dopo” di Conte
Foto Facebook Giuseppe Conte

Di Massimo Falcioni

 

Nel gorgo dell’epidemia di coronavirus rimbalza, più come minaccia che come auspicio, il refrain: “Niente sarà più come prima”. Ciò vale per tutti i Paesi, specie per quelli come il nostro già in crisi prima dello scoppio della pandemia. L’Italia, pur con falle evidenti, è in trincea per fermare il Covid-19 e al contempo, senza ancora una rotta definita e tanto meno un progetto politico, sta cercando di tracciare le linee per una ricostruzione morale, civile e politica, oltre che materiale, in una scala di priorità e di valori tutta da ridefinire. L’esplosione del virus non provoca solo un’emergenza sanitaria pro tempore ma un flagello per le economie interconnesse del mondo globalizzato cambiando nel profondo l’esistenza di ognuno. Il primo obiettivo resta quello di contenere e sconfiggere il virus, difendere la salute, sostenere l’economia. C’è una questione che attiene specificatamente alla ricerca scientifica e alla organizzazione e gestione sanitaria. Ma c’è la questione politica perché tocca pur sempre alla politica, nelle sue articolazioni democratiche, scegliere e decidere: oggi nella fase di emergenza in una logica sostanzialmente amministrativa (i decreti sul che fare e non fare nella vita quotidiana), poi, in un domani che si spera più vicino possibile, in un progetto ideale e programmatico capace di risanare e rilanciare il Paese. La situazione ha dunque due facce: da una parte c’è la fase della risposta scientifica e sanitaria per contenere e sconfiggere il virus e dall’altra c’è l’impostazione di un “dopo” che è già oggi per la ricostruzione e il rinnovamento generale.

La politica deve preparare il cambio di rotta riguadagnando sul campo la propria funzione e la propria autorevolezza smarrite, colmando il solco profondo fra il potere e i cittadini. Per l’Italia e per la stessa Eu è l’ultima occasione. Sotto l’incubo del Covid-19 il Paese soffre e paga un conto salato anche in termini di vite umane, ma regge su una linea difensiva non priva di limiti indicata e gestita dal premier Conte che proprio nel pieno della crisi riceve un forte e crescente consenso degli italiani (come dimostrano i sondaggi). Il premier ci ha messo la faccia, aperto a ogni contributo, gestendo fin qui la situazione senza fare tintinnare la sciabola nel fodero e senza roboanti proclami ma cercando di tamponare le falle e di sminare il campo minato da coronavirus dicendo agli italiani che ogni azione causa conseguenze e che ogni errore si paga e soprattutto che siamo in guerra e mai una guerra è corta e felice. Conte è oggi un uomo solo al comando. Forse un vantaggio. Il Parlamento è praticamente in letargo. La collegialità del governo è solo formale data l’assenza del Pd e del M5S e la latitanza e le turbolenze delle rispettive leadership. Le sparate di Renzi sono state un boomerang per l’ex rottamatore. Le stesse opposizioni di centrodestra si sono trovate fuori campo e fuori tempo e anche Salvini ha visto spuntate molte sue frecce anche se punta sul ribaltone, con il ko di Conte, la crisi dell’esecutivo, la costituzione di un governo di unità nazionale presieduto da Mario Draghi. A dire il vero l’ipotesi del governo di emergenza trova, oltre a Salvini e al centrodestra, molti sostenitori anche in ambienti vicini alle aree di centrosinistra e più in generale in ampi strati sociali. L’idea, come tutte le scorciatoie, non è priva di suggestione ma non priva di rischi e comunque oggi impraticabile non essendoci le condizioni politiche e sociali per un esecutivo di emergenza di “arco costituzionale”.  Una crisi di governo potrebbe sfociare persino nelle elezioni anticipate provocando davvero il caos. Ognuno svolga il suo compito, il governo governi con il contributo di chi è disponibile a mettersi ai remi e l’opposizione critichi anche duramente ma adoperandosi senza demagogia e fuori dalla logica di parte per non fare affondare l’Italia. Nessuno può speculare sulle macerie.

A Conte è richiesto adesso un salto di qualità per gestire la seconda e più difficile fase dell’emergenza iniziando davvero a indicare il dopo, anche il dopo del proprio impegno politico e istituzionale. Conte non può prescindere dal palazzo e dalle sue strutture istituzionali e burocratiche, così come non può dimenticarsi della propria maggioranza. Ma l’emergenza mette Conte nella condizione di tirare diritto e volare per proprio conto, con le sue ali. Al Paese serve una svolta politica che dovrà concretizzarsi dopo questa drammatica fase. La svolta non può basarsi sugli attuali partiti di maggioranza e l’alternativa di una maggioranza di centrodestra con Salvini perno e volano potrebbe cambiare il contenitore ma non il contenuto. Tocca a Conte rompere gli indugi, abbandonare il porto sicuro, prendere il largo. Non per mettersi ancora a disposizione di un Pd o di un M5S in affanno e già bocciati dagli italiani ma per dire semplicemente agli italiani: “Eccomi, sono a vostra disposizione”. Cinque punti scritti a mano in un foglio e un appello di tre minuti. Poi un partito e una lista nuovi  pronti in poche settimane. Passata la tempesta è possibile. Se gli “attributi” da leader e da statista ci sono è l’ora di tirarli fuori. All’Italia non servono avventure né avventurieri.        

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