Non sono mai stato indulgente con Giuseppe Conte. Ritengo che i suoi governi abbiano lasciato in eredità errori pesanti (il Superbonus e i decreti sicurezza salviniani fra tutti) Proprio per questo mi sento libero di dire che ciò a cui stiamo assistendo sulla gestione del Covid mi appare profondamente indecente.
Perché un conto è ricostruire gli errori di una stagione drammatica della nostra storia. Altro conto è trasformare quella ricostruzione in un processo politico celebrato sei anni dopo, quando tutti conoscono già le risposte. È il trionfo del senno di poi. Nel 2020 nessun governo democratico aveva un manuale di istruzioni. Nessun presidente del Consiglio, nessun ministro, nessun virologo aveva mai affrontato una pandemia di quelle dimensioni. Si procedeva tra dati incompleti, evidenze scientifiche che cambiavano di settimana in settimana, ospedali al collasso e decisioni da prendere nel giro di poche ore. Il nostro capo del Governo di allora Conte sì sbagliò? Si poteva fare meglio? Probabilmente sì.
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Ma è fin troppo facile sostenerlo oggi, dopo aver visto come è andata a finire. Ricordiamoci il clima di quei mesi. Ci dissero che non ci saremmo più stretti la mano, che gli abbracci sarebbero diventati un ricordo, che il nostro modo di vivere sarebbe cambiato per sempre. Nulla di tutto questo è realmente accaduto. Le nostre relazioni sono cambiate molto più per effetto della tecnologia che del virus. Abbiamo ricominciato a incontrarci, ad abbracciarci, a stringerci la mano.
La vita, fortunatamente, ha ripreso il suo corso. Per questo oggi sorprende vedere trasformare le zone rosse, i DPCM, i vaccini e ogni altra scelta di quei mesi nel materiale di un processo politico. Non perché quelle decisioni fossero perfette, ma perché appartengono a un contesto eccezionale che meriterebbe studio, non vendetta. E ciò che vale per Conte vale per tutti i leader che in quei mesi si trovarono al governo. Negli Stati Uniti anche Donald Trump pronunciò affermazioni che oggi appaiono quantomeno sconcertanti, arrivando a ipotizzare l’utilizzo di disinfettanti o della luce ultravioletta come possibili strumenti contro il virus.
Dichiarazioni che fecero il giro del mondo e che furono immediatamente smentite dalla comunità scientifica. Oggi, sempre negli Stati Uniti, è Anthony Fauci, per quasi quarant’anni direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases e principale volto scientifico della risposta americana al Covid, a trovarsi nel mirino di un’offensiva politica. Dopo essersi avvalso del diritto costituzionale garantito dal quinto emendamento davanti a una commissione del Senato, una maggioranza repubblicana ha votato per deferirlo per oltraggio al Congresso.
È qui che il parallelismo con l’Italia diventa inevitabile. Non considero questo governo una minaccia per la democrazia, ma questa convergenza inquieta: riscrivere la storia della pandemia individuando, anni dopo, un colpevole da esporre al pubblico ludibrio. Le democrazie serie non funzionano così. Non costruiscono tribunali politici quando la paura è passata. Perché processare oggi chi, nel bene e nel male, ha preso decisioni impossibili quando il mondo era fermo è l’operazione più semplice che esista. Ed è anche la più vigliacca.

