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Politica

di Massimo Gargiulo

Chi rappresenta chi? E’ questo l’interrogativo angoscioso che attraversa da decenni le associazioni che presiedono alla vita culturale, economica, sociale e politica dell’Italia e del mondo occidentale.
Un interrogativo che l’aggravarsi della crisi economica, sociale e politica rende più che mai bisognoso di risposte nel nostro Paese da parte delle organizzazioni dei lavoratori, delle imprese e delle professioni, anch’esse travolte dallo tsunami Grillo, ma ancora di più di risposte da parte dei partiti politici.

L’incapacità, infatti, per le diverse organizzazioni di essere riconosciuti dai loro aderenti come interpreti, portavoce e costruttori di soluzioni rispetto ai loro problemi ed interessi si manifesta con modalità più o meno diverse in tutto il panorama del mondo associativo, ma raggiunge punti di intensa drammaticità sul fronte della rappresentanza politica, posto che, come è naturale che sia, i partiti sono chiamati a rappresentare non soltanto i propri aderenti e militanti, ma in tutto o in parte la società italiana allorché partecipano alle elezioni del Parlamento (e delle istituzioni locali) e comunque a dare risposte che interessano l’intera comunità nazionale.
Per il professore Paolo Simoncelli su Il Tempo del 7 aprile scorso “C’è una questione oggi sotto gli occhi di tutti (e quindi disattesa), che anche solo per enunciarla richiede più onestà intellettuale che spregiudicatezza politica: la democrazia (e la sua storia) coincide con la rappresentanza parlamentare (e la sua storia)? Un interrogativo che ne comporta un altro: la rappresentanza parlamentare è l’unica forma di rappresentanza politica?”

“È con la sconfitta della Francia napoleonica a Waterloo, ricorda Simoncelli, che si diffonde nell’Europa continentale il modello britannico di rappresentanza. Una struttura liberal-parlamentare che innerva la vita dello Stato nazionale. Ma il modello non regge di fronte alle traumatiche esperienze di massa del primo ’900 che sono causa, non effetto, del superamento del sistema parlamentare (ormai incapace di rappresentanza) e del ritorno all’interprete d’emergenza della volontà generale: partito unico e/o condottiero nazionale.
“I recenti, nuovi traumi sociali (non ancora sanguinari), il superamento storico dello Stato nazionale dissolto nelle organizzazioni internazionali ad alto tasso di tecnicità, burocratismo e glacialità culturale (Francoforte al posto di Atene), e la conseguente plateale dissoluzione in cui è stato storicamente coinvolto il sistema della rappresentanza, conclude Simoncelli, ne suggeriscono oggi forme diverse? Ad esempio un nuovo genere di democrazia diretta (suffragio popolare della massima carica istituzionale con maggiori poteri e più breve termine di mandato)? Non nascondiamoci sotto l’ingessatura culturale del politically correct. La crisi della rappresentanza c’è; è anche la crisi della democrazia? ”.

Credo che nessuno abbia la risposta a questo interrogativo, sono tuttavia convinto, come ho osservato su Affari Italiani il 18 marzo scorso, che lo scenario che si è determinato a seguito delle elezioni per il nuovo Parlamento riapre all’interno delle realtà associative del mondo cattolico, così come in quelle dell’impresa, del lavoro, delle professioni e della vita culturale e sociale la necessità di una riflessione (finalmente) seria ed approfondita su quale debba essere il loro ruolo all’interno della vita politica e sociale del Paese.
Finiti i collateralismi, anche perché finiti i partiti così come li abbiamo conosciuti fino a ieri, l’associazionismo e la rappresentanza (cioè i corpi intermedi della società) sono chiamati, come osservava Dario Di Vico sul Corriere della Sera il 4 marzo 2013, al non facile compito di fare i conti con i risultati elettorali, ma più ancora “ mentre la politica tenterà di costruire nuovi e più complicati equilibri politici … l’associazionismo e la rappresentanza si dovranno misurare con i mutamenti indotti nella dialettica sociale”.
Vedremo se dal convegno di Confindustria “Un’Italia Industriale in un’Europa più forte” del prossimo 12 e 13 aprile a Torino verranno confortanti segnali di novità che coinvolgano non soltanto il mondo della produzione, ma l’intera società italiana attraverso (come recita la pubblicità del convegno) “Una tabella di marcia fino al 2018 che guarda all’interesse di tutti, puntando sull’economia reale. Le imprese sono pronte a fare la loro parte a vantaggio dell’intero sistema Paese”. Per ora resta un auspicio, ma confidiamo in una promessa.

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